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Nel mito, Prometeo viene punito da Zeus con una pena particolarmente crudele: essere incatenato a una roccia e subire l’eterno supplizio di un’aquila che si nutre del suo fegato, che si rigenera ogni giorno. Questa pena eterna è inflitta da Zeus come punizione per aver rubato il fuoco e averne fatto dono agli uomini. Il carattere eterno della pena mette in discussione il concetto di fine della pena e solleva interrogativi sulla giustizia di una punizione così sproporzionata.

Tra i peccatori destinati a un tormento eterno, la figura di Prometeo si distingue notevolmente per diversi motivi. In primo luogo, la sua importanza è sottolineata dall’autorità delle antiche fonti che narrano la sua storia. In aggiunta, il mito di Prometeo persiste lungo l’intera tradizione culturale dell’Occidente[1], dalle sue origini remote, presumibilmente preelleniche, fino al ventesimo secolo. Questo percorso comprende i racconti presenti nei poemi di Esiodo, la trilogia (anche se in parte perduta) di Eschilo, il dialogo di Platone chiamato Protagora, l’Apologia della retorica di Elio Aristide, e le interpretazioni moderne e contemporanee.

Nella versione esiodea del mito, Zeus priva gli uomini del fuoco, ma il figlio di Giapetto lo restituisce (Teog. 567, Opere 52). Tuttavia, Eschilo modifica il motivo, facendo del titano il primo donatore del fuoco all’umanità. Questa modifica non mira a correggere un errore, ma piuttosto Prometeo desidera migliorare la vita degli uomini, rendendola più comoda e agevole. Con questa reinterpretazione del mito, il drammaturgo presenta Prometeo come il pioniere delle riforme o addirittura come il creatore dei fondamenti per lo sviluppo e la progressione della civiltà. Per la prima volta, gli uomini acquisiscono la capacità di migliorare e perfezionare la propria esistenza e le condizioni di vita. Tale interpretazione ha generato una nuova tradizione di comprensione del mito, considerando Prometeo come un simbolo della lotta contro la tirannia.

Di grande suggestione l’esordio della tragedia di Eschilo dedicata alla vicenda del Titano ribelle. La scena si svolge sul Caucaso, dove un’aquila, inviata da Zeus, perpetua il tormento di Prometeo divorando il suo fegato, che si rigenera continuamente in un eterno supplizio. La domanda fondamentale è: quale grave colpa ha commesso Prometeo per meritare un castigo così orribile? La risposta viene fornita dallo stesso Titano, che spiega la causa e l’origine della sua sventura. Dopo aver preso il trono che era appartenuto a suo padre, Zeus mostra disprezzo per gli umani, desiderando addirittura distruggere la loro razza e sostituirla con una nuova.

In contrasto con questa volontà divina, solo Prometeo, animato da un sentimento di filantropia, osa opporsi ai piani del dio olimpico. Il suo gesto audace è mirato a impedire agli uomini l’annientamento che Zeus aveva loro decretato. La colpa di Prometeo risiede nel fatto che ha insegnato agli uomini la tecnica, facendoli evolvere da creature infantili a esseri razionali e padroni delle proprie menti.[2]

Grazie alla tecnica, gli uomini sono in grado di ottenere autonomamente ciò che un tempo chiedevano agli dèi. La portata della trasformazione è considerevole, e se la progettazione sottesa dovesse realizzarsi completamente, potrebbe annullare in modo definitivo l’orizzonte mitico-religioso in cui questa concezione ha avuto origine. La mitologia greca comprende in modo preciso il significato e la direzione portati dal dono di Prometeo, ma può ancora perdurare e mantenere la visione del mondo che ha inaugurato poiché nell’antica Grecia il progetto tecnico non è ancora accompagnato dagli strumenti necessari per la sua effettiva attuazione.

A ricordarlo è lo stesso Prometeo: “La tecnica è di gran lunga più debole della necessità [Téchne d’anánkes asthenestéra makrô]”.[3]

Alla base dell’esistenza umana si trova un atto irriverente. La traumatica interruzione del legame con Dio, messa in atto da un intermediario, risulta essenziale per evitare il pericolo dell’estinzione. Gli esseri umani sono, in un certo senso, discendenti di questa crisi con il piano divino. L’intera narrazione del Titano ribelle può essere interpretata come la descrizione del processo di formazione della specie umana, in quanto discendenza di individui che coltivano la speranza e, attraverso questa speranza, si oppongono alla morte.

Anche se in modo ancora vago e indiretto, si delinea qui un elemento estremamente cruciale, spesso frainteso o completamente trascurato, riguardante la “congruità” della punizione inflitta a Prometeo, e ancor prima l’identità di colui che esegue la condanna. In altre parole, una volta dissipata la nebbia dell’apologia tecnologica e dell’ideologia superomistica, che ha avvolto il mito soprattutto tra la fine del Settecento e la conclusione del secolo successivo, emerge l’importanza di un interrogativo spesso trascurato, ovvero l’identificazione della vera natura della “colpa” commessa dal figlio di Giapeto e, di conseguenza, anche chi sia veramente l’offeso da tale colpa, e quale sia la motivazione alla base dell’atroce supplizio inflitto al colpevole.

I contorni di questo problema in ogni senso decisivo possono ora essere considerati tracciati. Prometeo è colpevole non di aver donato al genere umano facoltà e poteri straordinari, ma piuttosto di aver costituito il genere umano per quello che è – una stirpe di individui che, mediante le invenzioni e con l’uso della téchne, esprimono la loro speranza contro la morte.

Il sacrilegio di Prometeo si chiarisce non come generica violazione della timé di divinità «minori», ma come oltraggio rivolto direttamente al nume olimpico, e alla potestà di cui egli è custode. Qualcosa che non si riduce alla disponibilità di risorse poietico-trasformative, pur sempre limitate e comunque compensate da contraccolpi negativi, ma che è connesso al principio che più di ogni altro distingue gli dèi dagli uomini.

Da questo punto di vista, Prometeo può essere annoverato fra i «grandi peccatori» – come Sisifo e Tizio, come Tantalo e Issione – per essere responsabile non di una colpa indeterminata, e neppure di una forma di generica hýbris, ma per aver cercato di infrangere il principio di individuazione della condizione umana, la sua peculiare differenza rispetto agli dèi: l’essere soggetta alla morte. Grande pena, eterna e irredimibile, dunque, perché grande, smisurata, colpa.

Commisurata al contrassegno della mortalità, che è proprio dei brotói, la philanthropía di Prometeo assume un significato molto più determinato, comunque irriducibile a un mero empito sentimentale, o a una deliberata volontà di violare la sfera di attribuzione delle divinità. Inchiodato alle rupi di una montagna solitaria, mentre un uccello rapace gli divora incessantemente il fegato, l’odiatore della morte dovrà imparare.

L’equivoco semantico connesso al suo stesso nome dovrà sciogliersi. Il supplizio renderà chiaro che Pro-methéus non è «colui che ha la métis del prima», il «pre-vidente», e che proprio in virtù di questa capacità di previsione si ritiene perfino superiore a Zeus, ma è piuttosto «colui che máthei», «colui che deve imparare», deve apprendere attraverso la sofferenza ciò che prima non sapeva. Ricostruendo a ritroso il percorso logico che connette colpa e pena, si può infatti «dedurre» quale sia stata la vera colpa commessa dal Titano ribelle.

Un supplizio atroce e perenne, quale quello del feroce accanimento di un’aquila sul fegato di Prometeo, non può essere la conseguenza di una colpa sostanzialmente veniale, quale quella del furto del fuoco. La severità inaudita (soprattutto per la sua durata illimitata) della sanzione rinvia «logicamente» a una colpa «proporzionata», che sia dunque altrettanto grave quanto l’addebito. Prometeo ha cercato di interferire nella specifica sfera di attribuzione di Zeus, modificando la regola fra tutte più importante, quale è quella che disciplina il passaggio dalla vita alla morte.

Il tentativo – intimamente sacrilego – di abolire la distinzione fra gli uomini e gli dèi, fra mortali e immortali, è dunque all’origine del castigo che accomuna il destino di Prometeo a quello di Sisifo e Tizio, di Tantalo e Issione. Si tratta perciò non di una generica hýbris, di una indeterminata volontà di andare oltre il limite, ma di quella forma estrema di «dismisura» che spinge la tracotanza fino a contestare il principio di individuazione di coloro che appartengono al genere umano – il loro essere mortali.

A grande peccatore, grande castigo. Dove la grandezza della punizione si misura non sull’entità della sanzione, ma sulla sua durata. Per «compensare» una trasgressione estremamente grave, quale è il tentativo intrinsecamente sacrilego di modificare le regole che governano il transito nell’adilà, si ricorre alla formula – che sarebbe in sé contraddittoria – del fine pena mai.

Si pone a questo riguardo una domanda fondamentale che va oltre il contesto delle narrazioni mitiche e supera anche l’ambito della trilogia di Eschilo, da cui è stato originariamente tratto l’argomento. La domanda riguarda la possibilità che una pena possa essere considerata come tale solo se è previsto un termine. Se la pena è intrinsecamente legata alla colpa e rappresenta, in un certo senso, il suo riflesso, si pone l’interrogativo su quale colpa possa giustificare una punizione eterna come giusta retribuzione. La riflessione si estende alla funzione concreta di una sanzione interminabile, che sembra perpetuarsi senza uno scopo chiaro, poiché non può portare a un espiare la colpa né generare un ravvedimento.

L’espressione “Fine pena: mai” non è soltanto un allungamento temporale dei limiti entro cui si dovrebbe verificare la presunta riparazione della colpa. Si tratta invece di un cambio di paradigma radicale, capace di evidenziare e far esplodere le contraddizioni intrinseche nella stessa concezione di pena.

Si chiede quale crimine potrebbe giustificare una retribuzione adeguata che comporti una punizione eterna e quale possibilità di rieducazione possa essere realistica se la sofferenza persiste a tempo indefinito. In definitiva, il testo mette in discussione i modelli tradizionali di pena, sia quello retributivo che quello “pedagogico”, di fronte a una punizione paragonabile a quella inflitta ai “grandi dannati”.

Il riferimento alle figure mitologiche e drammaturgiche analizzate consente di andare oltre le vicende emblematiche considerate finora, portando a emergere un problema più profondo riguardante la natura stessa della pena. Affinché la pena abbia un significato e possa svolgere un ruolo retributivo o rieducativo, sembra essere essenziale che sia comunque limitata.

È fondamentale che la punizione sia strettamente legata a un’organizzazione nelle tre fasi temporali del passato, presente e futuro. In particolare, è essenziale che sia correlata a un periodo precedente (l’atto colpevole), a un momento attuale (l’esecuzione della pena) e a un periodo successivo (le modifiche generate dal compimento dell’espiazione della colpa). Di conseguenza, si deduce chiaramente che una pena priva di un contesto temporale non può essere considerata effettiva.

Nella tragedia di Eschilo, sebbene il tiranno divino Zeus non sia fisicamente presente sulla scena di Prometeo, la sua presenza è comunque tangibile attraverso le rappresentazioni e gli esecutori materiali. Allo stesso modo, manca il concetto di giustizia autonomo e indipendente dal Potere, poiché non c’è un individuo, al di fuori dell’accusatore e dell’incolpato, che possa valutare in modo imparziale se vi sia stata colpa e chi ne sia responsabile. La pena inflitta da Zeus è oggetto di domande sulla sua giustezza, proporzionalità, umanità e nobiltà, senza un arbitro terreno che possa giudicare tali questioni.

La tragedia di Eschilo suscita, agli occhi di un giurista moderno, la necessità ineludibile di una giustizia umana, laica e imparziale, libera da influenze divine e concentrata sulla verifica dei fatti concreti, delle circostanze e del dolore inflitto. Questa giustizia, tuttavia, è descritta come difficile, complessa e ardua.

Pertanto, spetta all’umanità, avvalendosi di tali doni prometeici, esercitare la virtù della giustizia con prudenza, che si configura come il discernimento retto orientato all’azione. Questa prudenza è vista come la capacità di conoscere i fatti, introdotti da un avvocato, accertati attraverso il contraddittorio delle parti, valutati e infine regolati attraverso un ragionevole accomodamento dei diritti in gioco.

In conclusione, una volta esaltati i doni prometeici, è l’umanità a essere chiamata a esercitare la virtù della giustizia, sfruttando quei doni, in particolare la conoscenza e la speranza, che sono fondamentali per ogni individuo.

Daniele Onori


[1] [1] Cfr. O.M. Rotondi, La figura di Prometeo nella cultura occidentale, in https://www.rivistazetesis.it/

[2] Eschilo, Prometeo incatenato, vv. 443-444.

[3] Eschilo, Prometeo incatenato, v. 514.

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