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Saruman emerge quale allegoria incarnata del potere intriso nell’implacabile abbraccio della tecnologia, incarnando il logos disumanizzante che dilaga e devastando ogni cosa, ignorando completamente i confini etici. La caduta di Saruman e la sua mente meccanica, intrisa di ingranaggi e ruote, si ergono come emblematici simboli della contemporaneità. Tolkien, con ferma determinazione, condanna l’errata percezione che l’industrialismo moderno possieda una superiorità intrinseca nel panorama terreno e si oppone fermamente alla concezione del ritorno alla natura come mera e ingenua forma di fuga. L’autodisciplina morale si configura come l’unico baluardo genuino contro l’arroganza della scienza, quando questa viene distorta per servire come strumento sinistro per l’egemonia dell’uomo sull’uomo e come sacrilega parodia della divinità.

I Tempi Remoti non sono più. I Giorni Intermedi stanno passando. I Giovani Giorni stanno per incominciare. Finito il tempo degli Elfi, la nostra ora è vicina: il mondo degli Uomini che dobbiamo dominare. Ma abbiamo bisogno di potere, potere per ordinare tutte le cose secondo la nostra volontà, in funzione di quel bene che soltanto i Saggi conoscono. Ascoltami, Gandalf, vecchio amico e collaboratore! […] Ho detto noi, perché così sarà se ti unirai a me. Una nuova Potenza emerge. Inutili sarebbero contro di essa i vecchi alleati e l’antico modo d’agire. Non vi è più alcuna speranza per gli Elfi, o per i Numenoreani morenti. Questa è dunque la scelta che si offre a te, Gandalf, una via verso la speranza. La vittoria è ormai vicina, e grandi saranno le ricompense per coloro che hanno prestato aiuto. Con l’ingrandirsi della Potenza anche i suoi amici fidati s’ingigantiranno; ed i Saggi, come noi, potrebbero infine riuscire a dirigerne il corso, a controllarlo. Si tratterebbe soltanto di aspettare, di custodire in cuore i nostri pensieri, deplorando forse il male commesso cammin facendo, ma plaudendo all’alta meta prefissa: Sapienza, Governo, Ordine; tutte cose che invano abbiamo finora tentato di raggiungere, ostacolati anziché aiutati dai nostri amici deboli o pigri. Non sarebbe necessario, anzi non vi sarebbe un vero cambiamento nelle nostre intenzioni; soltanto nei mezzi da adoperare. […] E perché no? L’Anello Dominante? Se potessimo comandarlo, la Potenza passerebbe nelle nostre mani. [1]

Queste sono le parole di Saruman che all’interno dell’opera del Signore degli Anelli emerge come un personaggio chiave per le critiche di Tolkien ai totalitarismi del Novecento.

È fondamentale considerare che nella prospettiva tolkieniana, autorità e potere sono distinti nettamente. L’autorità costituisce l’espressione unica del potere legittimo, ossia quello divino, il quale non risiede nell’essere umano stesso, ma trova la sua origine in un Ordine morale superiore e trascendente.

Al contrario, il potere incarna il peccato di Lucifero, rappresentando il futile tentativo di usurpare il ruolo che spetta unicamente a Dio, e scaturisce dall’arroganza e dalla superbia.

Lo strumento che occorre per concretizzare il potere è la scienza o, meglio, la sua versione corrotta: la tecnica, la conoscenza finalizzata al conseguimento del controllo sul mondo fisico.

Saruman è una persona dotata di grande saggezza, intelligenza e astuzia (il suoi nome, infatti, significa proprio Uomo di abilità), cioè uomo che conosce e pratica la techn (techne). La sua tecnica lo porta a creare delle vere e proprie bombe (i fuochi di Saruman, vengono chiamati nel Signore degli Anelli); tecniche di persuasione di massa (la voce di Saruman che intitola il capitolo X de Le due Torri); selezioni atte al miglioramento genetico degli orchi (con la produzione di orchi geneticamente più forti e più grandi, dei guerrieri perfetti, i cosiddetti Uruk-hai).

Prima di rivelare le sue intenzioni, Saruman dedica numerosi anni alla ricerca, acquisendo conoscenze segrete: interroga Fangorn, personificazione della vita vegetale; inganna e sfrutta il mago naturalista Radagast (rappresentante della vita animale).

Tutto ciò è parte di un chiaro progetto politico: egli si sta preparando per  assicurarsi il dominio dell’Anello del potere supremo.

Tuttavia, a causa delle sue fondamenta metodologiche e filosofiche, non riesce a comprendere che il segreto dell’Anello risiede nella sua natura circolare.

Dobbiamo tenere presente che la conquista dell’uomo sulla natura si trasforma, al suo culmine, nella conquista della natura sull’uomo.

Pertanto, il piano di Saruman è destinato al fallimento: egli ritiene di poter manipolare l’Anello del Nemico per i suoi scopi personali senza rendersi conto che è il Nemico stesso, tramite l’Anello, a manipolarlo.

La sua ambizione lo spinge verso il controllo delle menti e delle volontà, verso un potere che va al di là della materia. Ma come fare per raggiungere tale potere? Qui entrano in scena gli Anelli, con l’Unico Anello che emerge come strumento esplicitamente concepito per soggiogare i Popoli della Terra di Mezzo: un anello per governarli tutti.

Ma quale è l’origine di questo impulso? Tolkien evidenzia che inizialmente Saruman era animato da un sincero desiderio di promuovere il benessere fisico dei suoi sudditi, offrendo loro metaforicamente pane e ordine per rimediare ai danni inflitti alla Terra di Mezzo.

In Sauron, in alcuni aspetti, si può intravedere un atteggiamento simile a quello del Grande Inquisitore descritto da Dostoevskij nei Fratelli Karamazov, il quale va fino a proclamare l’innata insostenibilità del libero arbitrio per giustificare il proprio dominio sugli altri.

Il mago Saruman impersonifica il frutto della potenza distruttiva della tecnologia disumana, una tematica fortemente avversata da Tolkien, poiché capace di corrompere persino chi in passato era considerato un sapiente.

Per gli antichi greci tecnica e politica sono le due modalità in cui si esprime l’azione umana, tanto nella sua dimensione poietica, ossia la capacità di produrre imitando la natura, che nella sua dimensione pratica che è la capacità di agire in vista di scopi.

In entrambi i casi la natura rappresenta il limite insuperabile che determina dunque il confine dell’attività umana. Scrive infatti Aristotele: «se uno sostiene che l’essere umano è superiore a tutti gli esseri viventi, ciò non fa nessuna differenza, infatti vi sono altre cose di natura molto più divina anche dell’essere umano, come per esempio le brillanti luci di cui si compone il cielo» [2]

La tecnica nasce dunque come medium tra l’uomo e la natura, in un contesto in cui l’uomo si rapporta però alla natura non con l’intento di sottometterla e dominarla, ma di comprenderla e di assecondarla, poiché nella cosmologia greca la tecnica non è pensata come dominio sulla natura ma piuttosto come suo svelamento.

Tolkien fa suoi e rielabora questi concetti. La discordia con la Natura e con le sue creature conduce inevitabilmente a una sua metamorfosi: da entità accogliente o, nella peggiore delle ipotesi, indifferente, essa si trasforma in un ente ostile e minaccioso. Le modifiche apportate dall’umanità possono infliggere alla Natura delle ferite così profonde da indurla a ribellarsi contro l’intrusione umana, cercando di porre un freno e difendersi.

Questo squilibrio e questa devastazione alimentano un ciclo vizioso di crescente ostilità e morte. La Vecchia Foresta si fa sempre più ostile all’aumentare della sfiducia degli uomini nei suoi confronti. Gli Ent, di pari passo, si tramutano sempre più in Ucorni mentre le foreste si riducono. Allo stesso modo, la Palude si espande costantemente mentre la morte si avvicina sempre più ai suoi margini.

Solo mantenendo un’armonia con la natura è possibile esercitarvi un’autentica dominanza, ma non una dominazione fondata sulla conquista: piuttosto una leadership basata sull’autorevolezza e sul rispetto. Questo riflette ancor più chiaramente l’amore di Tolkien per la natura. Una natura libera, non soggiogata dall’essere umano, ma valorizzata e protetta come il membro più nobile del Creato.

Daniele Onori


[1] J. R. R. Tolkien, Il signore degli anelli, Rusconi 1977, pagg. 327 – 328

[2] Aristotele, Etica Nicomachea, trad. it. C. Natali, Laterza, Roma-Bari 1999, 1141a 30, p. 237.

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