“Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”, film del 1970 diretto da Elio Petri, rappresenta una delle opere più incisive e provocatorie del cinema italiano. Attraverso una narrazione intrecciata di flashback e sequenze oniriche, il film svela un affresco inquietante e surreale del potere, della giustizia e della corruzione. La pellicola non solo è un capolavoro del cinema ma è anche un documento prezioso per comprendere le tensioni politiche e sociali dell’Italia negli anni Settanta.

Contesto Storico

Negli anni Settanta, l’Italia vive un periodo di profonda turbolenza politica e sociale. L’ascesa dei movimenti di protesta, il terrorismo delle Brigate Rosse e l’emergere di un forte sentimento anti-establishment crea un clima di paura e insicurezza. In questo contesto, la figura del poliziotto protagonista del film diventa emblematica. Egli incarna l’autoritarismo dello Stato, sovente rappresentato da soggetti che si ritenevano protetti da una insuperabile immunità.

Analisi Politica

Dal punto di vista politico, il film è una feroce critica al sistema giudiziario. Il protagonista, identificato semplicemente come “l’Assassino” nella sceneggiatura, è un dirigente di Pubblica Sicurezza che uccide la sua amante e tenta deliberatamente di manipolare le indagini per dimostrare la sua intoccabilità. Questa rappresentazione dell’arroganza del potere è una critica diretta al comportamento delle forze dell’ordine in un periodo in cui la brutalità e la corruzione della polizia erano temi di forte dibattito pubblico.

La figura dell’anarchico Antonio Pace, unico testimone del crimine, introduce un ulteriore elemento di critica politica. Pace non denuncia il protagonista, scegliendo invece di ricattarlo. Questo gesto può essere interpretato come un atto di disprezzo verso un sistema che considera intrinsecamente corrotto e irredimibile. L’anarchico vede nel mantenere un criminale a capo della repressione un modo per svelare l’ipocrisia dello Stato.

Potere e Giustizia

“Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” è un film che esplora profondamente la relazione distorta tra potere e giustizia, un tema di grande rilevanza filosofica. Il protagonista, un alto funzionario di polizia, si trova a incarnare il paradosso del potere: è colui che dovrebbe garantire la legge, ma ne diventa il trasgressore. Questo paradosso è ben rappresentato dalla citazione kafkiana che chiude il film: «Qualunque impressione faccia su di noi, egli è un servo della legge, quindi appartiene alla legge e sfugge al giudizio umano».

La figura del protagonista è emblematicamente descritta dalla sua incapacità di sopportare il peso del potere che egli stesso rappresenta. Il potere corrompe, e come afferma Michel Foucault, il potere non è solo una struttura di controllo, ma è anche una rete complessa che permea ogni aspetto della società e degli individui stessi (Foucault, 1975). Il commissario non è solo un uomo al di sopra di ogni sospetto, ma è anche un uomo schiavo delle sue stesse azioni e della rete di potere in cui è intrappolato.

Augusta Terzi, la vittima, rappresenta la voce della provocazione e della sfida al potere. La sua relazione con il protagonista e con lo studente anarchico Antonio Pace evidenzia la tensione tra l’ordine costituito e le forze che lo contestano. La frase di Pace durante l’interrogatorio –«Un criminale a dirigere la repressione: è perfetto!»– evidenzia un’ironia crudele e amara: il sistema è così corrotto che la sua guida non può che essere un criminale. Hannah Arendt, nella sua opera “La banalità del male”, sottolinea come i sistemi totalitari possano trasformare individui ordinari in complici del male sistemico (Arendt, 1963). Il protagonista, quindi, non è solo un individuo corrotto, ma il prodotto di un sistema corrotto.

Infine, la decisione del commissario di autoimporsi gli arresti domiciliari e la sua confessione di innocenza rappresentano una critica feroce all’autoreferenzialità del sistema giudiziario e del potere. Nietzsche, in “Genealogia della morale”, esplora come i sistemi di potere e di giustizia, quando privi dell’autentico fondamento etico, creino le proprie verità e le proprie morali, spesso in contraddizione con la giustizia autentica (Nietzsche, 1887). Il finale aperto del film, con il protagonista in attesa di un destino che non viene svelato, lascia lo spettatore con una sensazione di inquietudine e di dubbio, riflettendo la complessità e l’ambiguità del potere e della giustizia.

Daniele Onori

Bibliografia:

  • Arendt, Hannah. “La banalità del male: Eichmann a Gerusalemme.” Feltrinelli Editore, 1963.
  • Foucault, Michel. “Sorvegliare e punire. Nascita della prigione.” Einaudi, 1975.
  • Kafka, Franz. “Il processo.” Adelphi, 1925.
  • Nietzsche, Friedrich. “Genealogia della morale.” Adelphi, 1887.
Share