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“La verità” di Luigi Pirandello è una novella che esplora le complesse dinamiche tra il formalismo giuridico e la verità vera. Attraverso il protagonista, Pirandello mette in luce come la verità giudiziale, definita e limitata dalle rigide norme giuridiche, spesso differisca dalla verità sostanziale, quella più profonda e sfuggente che risiede nella soggettività umana. Il formalismo giuridico, rappresentato dalla figura del giudice e dalle procedure processuali, appare inadeguato a cogliere la complessità della condizione umana e la mutevolezza della verità individuale. Pirandello, con la sua caratteristica ironia e acutezza psicologica, critica l’incapacità del sistema giudiziario di raggiungere una giustizia autentica, sottolineando l’ambiguità e la relatività della verità stessa. La novella diventa così un potente strumento di riflessione sulle limitazioni della legge e sull’eterna ricerca della verità autentica nell’esperienza umana.

La verità è una novella di Luigi Pirandello scritta in lingua siciliana nel 1912, contenuta nella raccolta Novelle per un anno. La novella racconta la storia di Saru Argentu, noto come Tararà, accusato di aver assassinato la moglie a causa del suo adulterio.

Tararà, un umile garzone analfabeta, suscita più volte l’ironia della corte per la sua ignoranza e semplicità durante il processo. Sottoposto a giudizio, alla fine confessa di aver ucciso la moglie dopo aver scoperto da un uomo che lei aveva una relazione con il cavalier Fiorìca.

Nella sua ingenua semplicità, Tararà spiega che non ha commesso il delitto per il tradimento in sé, che addirittura perdona, ma per lo scandalo causato dalla moglie del cavaliere, la quale ha reso pubblico ciò che sarebbe dovuto rimanere privato. Per questo, per proteggere l’onore suo e della famiglia, si è visto costretto ad uccidere la moglie con un’accetta.

Inizialmente, l’avvocato lascia intendere a Tararà che questo tipo di cause sono favorevoli per l’imputato, poiché il delitto d’onore è ammesso dal codice. Tuttavia, dopo la sua bizzarra e sincera confessione in aula, il giudice condanna Tararà a tredici anni di prigione. All’inizio della novella “La verità”, il protagonista Saru Argentu, soprannominato Tararà, appare di fronte al tribunale vestito con un abito nuovo ed elegante.

Deve rispondere all’accusa di omicidio della moglie, ma sembra del tutto indifferente alla gravità della situazione. Al contrario, i suoi atteggiamenti mostrano una certa compiacenza per l’insolita circostanza in cui si trova, insieme a una crescente indifferenza verso l’istituzione del tribunale con cui non riesce a comunicare realmente.

Tararà, insieme al coro di persone che lo sostengono dagli scranni, rappresenta i valori contadini, ribadendo costantemente alla corte la sua origine rurale.

Per lui, il mondo della campagna è il nucleo centrale della sua identità, un mondo in cui il computo progressivo degli anni non ha importanza, come dimostra la sua risposta al giudice quando gli chiede l’età: “Eccellenza, non lo so”.

Pur lasciandosi interrogare dal giudice presidente della corte, Tararà percepisce questa giustizia come un apparato artificiale e incomprensibile, simile a una fatalità, un meccanismo funzionante ma dalla logica oscura, da cui non ci si possono aspettare risultati prevedibili o chiari.

La distanza del personaggio dal sistema giudiziario che lo sta processando è accentuata dal fatto che il suo mondo è fatto di parole e silenzi, e gli eventi sono conosciuti solo tramite l’oralità. Nel tribunale, invece, tutto è già documentato e attende di essere letto ad alta voce da un’autorità solenne.

Per questo motivo, l’imputato, sentendosi chiaramente estraneo rispetto ai “letterati”, ossia coloro che studiano, scrivono, legiferano e interpretano le norme, passa da un atteggiamento di superiorità a un’apatico sottomissione a ciò che è già stato stabilito nei codici

«Ecco, Eccellenza, loro signori sono alletterati, e quello che sta scritto in codeste carte, lo avranno capito. Ma io abito in campagna, Eccellenza. Ma se in codeste carte sta scritto, che ho ammazzato mia moglie, è la verità»[1]

In Eschilo, Oreste, in cerca di protezione ai piedi della statua di Atena e perseguitato dalle Erinni, espone le proprie ragioni e attende che la dea nata dalla testa di Zeus istituisca il processo. Analogamente, Tararà si affida, impotente, alla giustizia ordinaria, sebbene questa non sembri comprenderlo pienamente.

Come il figlio di Agamennone, l’imputato non nega i fatti che gli vengono imputati, ma cerca di fornire una spiegazione. Tuttavia, a differenza del personaggio greco che ha sempre al suo fianco il dio Apollo come sostenitore, il protagonista di Pirandello rimane completamente solo.

L’avvocato d’ufficio incaricato della sua difesa ritiene che il caso del suo cliente rientri nei parametri comunemente accettati del tradimento coniugale. Secondo la norma, infatti, la colpa ricadrebbe sulla donna che ha tradito il marito, compromettendone l’onore.

Tuttavia, con un colpo di scena inaspettato, Tararà accusa invece Graziella Fiorìca, la moglie del cavaliere. Tararà non considera il tradimento coniugale grave di per sé, ma è profondamente colpito dal fatto che esso sia diventato uno scandalo pubblico, coinvolgendo persone di diverse classi sociali. Il suo dramma è quello di un disonore che, da privato e sconosciuto, si trasforma in pubblico e noto a tutti.

Questo è il vero motivo che lo ha spinto a uccidere: la rivelazione di una verità che doveva rimanere nascosta, una conoscenza imposta dagli altri.

In questo senso, la sua tragedia è simile a quella di Edipo in Sofocle, derivante dal devastante passaggio dal non sapere al sapere scomode verità, dall’esporre pubblicamente qualcosa che doveva restare segreto.

Come Edipo, che nonostante le avvertenze di Giocasta a non indagare, scopre la sua terribile condizione da terzi e agisce drasticamente, Tararà, nel suo ultimo discorso al giudice, afferma di essere stato turbato da una conoscenza forse intuita.

In altre parole, lo scandalo esiste solo se è reso pubblico; altrimenti, rimane un segreto con cui cercare di convivere. Alla fine del racconto, quando Tararà illustra le dinamiche dei fatti, il magistrato non comprende le sue parole, interpretandole come un tentativo di autodifesa e una proclamazione di innocenza che non riesce. Le battute finali della novella suggeriscono un errore di metodo, una impostazione sbagliata sin dall’inizio, resa evidente dalla manipolazione (o fraintendimento) del linguaggio giuridico.

 Al giudice che infatti chiede «Questa è dunque la vostra tesi?», l’imputato risponde «Nossignore. Che tesi? Questa è la verità, signor presidente»[2] e così facendo svela l’ideologia che sta alla base del testo: «Tesi» e «verità» rappresentano due concetti in netto contrasto tra loro.

Il primo termine, originariamente pilastro della logica tradizionale, indica qui l’atto conclusivo di un formalismo eccessivo, sebbene aleatorio, nel quale si radica la giustizia istituzionale. Un processo pressante e confuso che deve comunque concludersi, anche se solo in apparenza.

Il secondo concetto, invece, dimostra che i fatti della vita, pur nella loro realtà, non seguono sempre percorsi armoniosi e lineari, ma accolgono al loro interno diverse dissonanze.

L’Argentu viene condannato per aver pronunciato parole sbagliate in un contesto estraneo e inopportuno; ma anche perché rappresenta una visione libera e anarchica, che sfugge e si oppone ai vincoli iper-formalistici del mondo civilizzato e borghese.

Daniele Onori


[1] L. Pirandello, Novelle per un anno, a cura di Mario Costanzo-Giovanni Macchia, Milano, Mondadori, 1985, vol. I, t. 1, p. 747

[2] Luigi Pirandello, Novelle per un anno, cit., p.752.

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