Nel mondo esorbitante di Gargantua e Pantagruel, dove il riso sembra travolgere ogni regola, Rabelais costruisce una sorprendente meditazione sulla giustizia e sulla condizione umana. Dietro le avventure dei giganti si nasconde una riflessione profonda sul rapporto tra legge e libertà, tra autorità e formazione morale. L’eccesso corporeo e linguistico diventa un laboratorio filosofico in cui il diritto è messo alla prova, smontato, ricostruito. In questo spazio satirico ma rigoroso, il lettore scopre che ridere può essere un modo per pensare.
Introduzione. Un’opera gigantesca sulla condizione umana
Gargantua e Pantagruel è un’opera costruita nell’eccesso: corpi smisurati, appetiti sovrumani, una lingua che esplode in invenzioni grottesche. Eppure, dietro questa maschera comica, Rabelais concentra una riflessione sorprendentemente seria sul diritto, sull’autorità e sulla libertà. Il riso, che attraversa ogni pagina, non è soltanto divertimento; è un metodo filosofico, una lente che smonta i dogmi e mette a nudo l’arbitrarietà delle istituzioni. La struttura in cinque libri segue la crescita dei due giganti, prima Gargantua poi Pantagruel, trasformando le loro avventure in un’indagine continua sulle condizioni che rendono giusta una società.
Educazione e libertà: la formazione del cittadino
La nascita rovesciata di Gargantua, che viene al mondo prima con il braccio e poi con il resto del corpo, costituisce una provocazione simbolica: ogni ordine sociale nasce dal disordine, e il diritto non è mai perfetto in origine. Aristotele aveva insegnato che la legge deve essere proporzionata all’uomo reale e non a un modello ideale. Rabelais riprende questa intuizione, mostrando come solo una buona educazione possa condurre a una società capace di giustizia. L’opera confronta infatti due modelli educativi. Il primo, pedante e meccanico, forma sudditi obbedienti ma incapaci di discernimento. Il secondo, umanistico e critico, dà vita a cittadini liberi e responsabili, capaci di integrare ragione e virtù. In questo contrasto si intravede già quel principio che sarà centrale in Beccaria: la legge non deve punire attraverso il terrore, ma prevenire mediante la formazione dell’intelletto.
La città ideale: Thélème e il problema dell’autonomia morale
L’abbazia di Thélème rappresenta il laboratorio politico più audace e più enigmatico dell’intero universo rabelaisiano. Le sue mura non chiudono, non proteggono, non disciplinano: aprono, liberano, restituiscono all’uomo la responsabilità del proprio agire. È un’abbazia che funziona al contrario e proprio per questo diventa un esperimento radicale. Qui non esistono regole imposte dall’esterno, non si trova una gerarchia monastica, non vige alcun codice scritto. Non perché il diritto sia rifiutato, ma perché la norma è già inscritta nell’interiorità dei suoi membri. La disciplina non è abolita: è interiorizzata, vissuta come naturale espressione della propria dignità e della propria formazione.
La celebre formula “Fai ciò che vuoi” è stata spesso malintesa come un invito al caos o all’anarchia. In realtà, dietro questa apparente provocazione si nasconde una delle riflessioni più profonde del Rinascimento sull’essenza della libertà. Prima ancora che slogan libertario, è una rielaborazione umanistica di un tema antico. Platone aveva immaginato nelle sue Repubbliche una città governata da filosofi capaci di desiderare il bene non perché costretti, ma perché illuminati; il loro desiderio coincide con ciò che è giusto, e la legge è un riflesso di questa armonia interiore. Gli Stoici, da parte loro, sostenevano che il saggio è nomos heautôi, legge a se stesso, perché con la ragione scopre l’ordine del cosmo e vi si conforma spontaneamente. Tommaso d’Aquino avrebbe poi affermato che la vera libertà non è arbitrio ma elezione del bene, cioè la capacità di orientare la volontà verso ciò che perfeziona l’uomo.
Rabelais traduce queste idee in forma narrativa, trasformandole in una messa in scena antropologica. In Thélème, a essere ammessi sono solo uomini e donne che possiedono “bellezza, nobiltà e buona educazione”, una triade simbolica che rimanda a una formazione armonica del corpo, dell’anima e della mente. Non è un’aristocrazia di sangue, ma di virtù. L’ordine dell’abbazia poggia su un presupposto antropologico decisivo: solo chi è stato educato alla virtù può esercitare una libertà piena senza degenerare. Il dispositivo architettonico dell’abbazia – grandi finestre, porte sempre aperte, stanze luminose – materializza questa fiducia. La libertà non ha bisogno di barriere perché non nasce dal capriccio, ma dalla disciplina interiore.
Questo modello anticipa, in modo sorprendente, la distinzione kantiana tra autonomia ed eteronomia. Per Kant, è autonomo colui che obbedisce alla legge che egli stesso dà a sé attraverso la ragione; è eteronomo chi segue regole imposte dall’esterno, per paura o conformismo. La libertà di Thélème non è la libertà dell’impulso, ma la libertà del giudizio. I membri dell’abbazia sono autonomi perché il bene non è per loro un obbligo, è una scelta naturale, frutto di un processo educativo che ha plasmato intenzioni e desideri. È una libertà che non separa felicità e moralità, ma le ricompone in un ordine armonico.
L’aspetto più interessante, in una prospettiva di filosofia del diritto, è che Thélème non rappresenta una società senza giustizia, ma un modello alternativo di giuridicità. L’assenza di leggi scritte non implica l’assenza di norme, bensì la loro piena interiorizzazione. Rabelais sembra suggerire che una comunità può essere giusta solo quando il diritto non si limita a prescrivere comportamenti, ma forma persone capaci di comprendere il senso delle regole. In Thélème, non c’è bisogno di tribunali perché non c’è separazione tra legge e virtù, tra norma e formazione. È un’utopia, certo, ma non una fantasia ingenua: è la rappresentazione narrativa di ciò che Aristotele chiamava phronesis, la prudenza che governa gli uomini liberi.
Thélème è dunque un test filosofico: mostra cosa accadrebbe se il diritto potesse veramente radicarsi nell’anima degli uomini e non solo nel testo dei codici. Ed è proprio questo il punto più moderno di Rabelais. Perché dietro la fisionomia gioiosa dell’abbazia emerge una verità ancora attuale: il diritto, senza un’antropologia della libertà e della virtù, è un guscio vuoto. Solo dove gli individui sono educati al bene, la legge può permettersi di essere leggera. Dove invece la formazione è carente, il diritto è costretto a moltiplicare divieti, sanzioni, controlli. Thélème ricorda che una società giusta non dipende dalla severità delle sue norme, ma dalla qualità di coloro che le vivono.
Il giudizio come incertezza: Pantagruel e Panurge
Con l’ingresso di Pantagruel nell’età adulta e con l’apparizione di Panurge come suo compagno ambiguo e istrionico, l’opera rabelaisiana entra in una fase più marcatamente filosofica, in cui il tema del giudizio assume un ruolo centrale e quasi ossessivo. È in questo contesto che nasce uno degli episodi più celebri e più enigmatici dei Cinque Libri: la questione del matrimonio di Panurge. Il suo dubbio – sposarsi o non sposarsi, e soprattutto: sarà cornuto? – diventa il pretesto per un’immensa parodia dei procedimenti decisionali del mondo umano, una gigantesca allegoria del modo in cui gli uomini (e i giuristi in particolare) cercano di dare risposte definitive a ciò che definitivo non è.
Panurge interroga tutti: giuristi, medici, filosofi, teologi, astrologi, indovini, perfino oracoli e animali. Ognuno fornisce una risposta diversa, e tutte sono contraddittorie, spesso assurde. I giuristi si perdono in cavilli e citazioni improduttive, incapaci di vedere il problema concreto dietro la questione teorica; i medici trasformano il matrimonio in un caso clinico; gli astrologi lo leggono come un destino già scritto nelle stelle; l’oracolo della Bottiglia risponde in modo enigmatico e spiazzante, come se il senso stesso del giudizio dovesse essere rimesso in discussione. Panurge non riceve mai una verità definitiva perché nessuno può offrirgliela: ognuno risponde secondo il proprio punto di vista, il proprio interesse, la propria superstizione. La decisione – e il peso morale del giudizio – ricade dunque inevitabilmente su di lui.
Rabelais mostra qui con sorprendente lucidità quanto fragile sia l’atto umano del giudicare. Il ricorso al sapere esperto non elimina l’incertezza, anzi spesso la amplifica. La parodia delle consultazioni di Panurge funziona come un trattato implicito sui limiti delle procedure giuridiche: il diritto appare come un campo in cui la verità è sempre parziale, frammentata, influenzata da pregiudizi culturali, abitudini sociali e sistemi teorici inadeguati. L’atto del giudicare è presentato come una navigazione nel dubbio, non come un accesso privilegiato alla verità. Anche l’autorità più stimata, quando si esprime, rivela inevitabilmente un residuo di ignoranza o di interesse personale.
In questo senso, il lungo dialogo tra Pantagruel e Panurge riecheggia le riflessioni di Cicerone nella Academica e nel De natura deorum, dove si afferma la fallibilità del sapere umano e la necessità del probabilismo come guida dell’azione. Così come Cicerone suggerisce che nessuna filosofia può garantire verità assolute e che occorre imparare a vivere nel probabile, Rabelais sottolinea che nessun giudice, nessun giurista, nessun sapiente può davvero “sapere” ciò che riguarda la vita concreta di un uomo. Non a caso Pantagruel, che incarna la saggezza equilibrata, non dà mai una soluzione definitiva, ma invita Panurge ad assumersi il rischio della scelta: un atto che ricorda la concezione ciceroniana della deliberatio, sempre esposta al margine del non-sapere.
Ma dietro la satira ciceroniana si intravede anche la lezione agostiniana. Agostino, nelle Confessioni e nel De ordine, afferma che la ragione umana è potentissima e fragile allo stesso tempo: potente nel suo desiderio di verità, fragile nella sua capacità effettiva di possederla. Quando la ragione pretende di giudicare ciò che non può conoscere pienamente – come le intenzioni, il futuro, o l’intricato intreccio delle passioni umane – rischia inevitabilmente di ingannarsi. La vicenda di Panurge mette in scena esattamente questo limite: il giudizio umano è sempre relativo, e l’assoluto sfugge. Il matrimonio, come ogni scelta fondamentale, coinvolge sfere – il desiderio, la paura, la fedeltà – che nessuna disciplina, né giuridica né filosofica, è in grado di padroneggiare completamente.
Rabelais non offre dunque una visione scettica del diritto: offre una visione umanistica e profondamente moderna. L’incertezza non è un difetto del sistema giuridico: è una condizione antropologica. La giustizia, proprio come la conoscenza, è esposta all’opacità del mondo e dell’animo umano. Il lettore comprende così che la vera saggezza non consiste nel pretendere risposte assolute, ma nel riconoscere i limiti dei propri giudizi e nell’agire con prudenza, responsabilità e umiltà. Pantagruel lo sa; Panurge lo fugge. Ed è in questa tensione che si gioca l’intera filosofia del diritto nascosta nei Cinque Libri.
La giustizia ridicolizzata: parodia e critica delle istituzioni
I processi grotteschi disseminati nei cinque libri del Gargantua e Pantagruel, come quello celebre delle pecore di Dindenault, mostrano con forza la capacità di Rabelais di smascherare l’assurdo che si nasconde dietro la burocrazia giuridica. Nel litigio fra Panurge e il mercante, l’acquisto di una sola pecora genera una serie di conseguenze paradossali: l’intero gregge si getta in mare per istinto gregario, trascinando con sé gli stessi venditori, che si ostinano a mantenere la presa sugli animali pur di non perdere la merce. L’assurdo dell’episodio non riguarda solo il comportamento delle pecore, ma la logica del processo che ne deriva: ciascuna parte invoca la legge come arma contro l’altra, piegando la parola giuridica a un gioco di cavilli, tortuosità e interpretazioni opportunistiche. Il processo diventa così una pantomima in cui la legalità esiste soltanto come retorica, priva di ogni contatto con la realtà dei fatti.
Rabelais mostra che la giustizia, quando si chiude nella sua autoreferenzialità, può produrre mostri concettuali non meno aberranti dei giganti che popolano la sua narrazione. Il linguaggio giuridico diventa pura forma, proprio come aveva denunciato Pascal nei suoi Pensieri, osservando che la legge muta da un regno all’altro non perché cambi la verità, ma perché cambiano gli equilibri del potere e le convenzioni sociali. La satira rabelaisiana offre un contrappunto narrativo a questa diagnosi filosofica: la giustizia si rivela fragile quando dimentica la concretezza dell’esperienza umana e si perde nel formalismo.
In diversi momenti della saga, Rabelais insiste su questa deriva attraverso episodi altrettanto esemplari. Nel dibattito tra Panurge e i vari consultori sul matrimonio, la logica giuridica viene nuovamente caricaturizzata: ogni esperto invoca argomenti pseudo-legali, sentenze arbitrarie, precedenti immaginari, mostrando un diritto che, invece di illuminare le scelte dell’uomo, produce confusione, paura e paralisi. Il sapere giuridico non guida, ma complica. Panurge resta sospeso in un limbo decisionale, vittima di un sapere che dovrebbe liberare e invece incatena.
L’intento di Rabelais, tuttavia, non è distruggere la giustizia, né ridicolizzare il diritto in quanto tale. La sua parodia, spesso feroce ma mai sterile, afferma un principio che risuona profondamente nella tradizione etica occidentale: la norma è per l’uomo, non l’uomo per la norma. Persino Aristotele, nell’Etica Nicomachea, aveva ricordato che la legge, per essere giusta, deve essere temperata dalla phronesis, la prudenza che adatta la regola alla singolarità del caso concreto. Rabelais, attraverso il riso, rende visibile questo stesso principio: la misura, l’equilibrio, la capacità di leggere il reale sono ciò che salva il diritto dalla sua possibile degenerazione.
Il riso, in questo senso, agisce come un atto di purificazione. Non distrugge la legge, ma la restituisce alla sua verità umana; non cancella l’autorità, ma la rigenera; non deride la giustizia, ma la difende dal rischio di diventare tirannia del formalismo. Le pecore che si gettano in mare non sono soltanto una gag comica: sono il segno che anche il diritto, se non è vigilato dall’intelligenza e dall’equità, può precipitare nel vuoto trascinando con sé coloro che lo maneggiano con troppa sicurezza. In questo, Rabelais si rivela lettore fine della condizione umana, mostrando che proprio l’eccesso e il non-senso possono illuminare la necessaria umiltà con cui dobbiamo accostarci alle leggi.
Conclusione. Una filosofia del diritto tra riso e umanesimo
Letto attraverso lo sguardo della filosofia del diritto, Gargantua e Pantagruel si rivela un’opera sorprendentemente moderna, molto più vicina al nostro tempo di quanto la sua veste farsesca lasci supporre. La comicità rabelaisiana non è mai puro intrattenimento: è uno strumento epistemologico, una lente che consente di interrogare temi che attraversano l’intera tradizione giuridica occidentale. Educazione, autonomia morale, incertezza del giudizio, critica delle istituzioni: ogni nodo concettuale viene declinato con una profondità che supera la superficie grottesca e si radica nella riflessione filosofica da Platone a Kant, passando per Aristotele, Tommaso e Montaigne.
L’educazione dei giganti, ad esempio, mette in scena un modello formativo che la filosofia del diritto avrebbe riconosciuto come essenziale: prima della norma viene la formazione dell’uomo, prima del codice viene la saggezza. Gargantua non diventa giusto perché obbedisce meccanicamente, ma perché apprende a discernere, a combinare forza e misura, a far convivere libertà e responsabilità. È la stessa intuizione aristotelica secondo cui nessuna legge è efficace senza un ethos che la sostenga, senza cittadini educati alla virtù e alla deliberazione. La scuola di Ponocrate, con il suo rigore umanistico, diventa così la premessa antropologica per comprendere l’intero edificio della giustizia: senza un uomo formato, il diritto degenererà inevitabilmente in formalismo.
Allo stesso tempo, Rabelais mostra che l’autonomia morale non è un possesso statico, ma un cammino pieno di incertezze e ambiguità. Panurge, con le sue esitazioni sul matrimonio, è un esempio perfetto del soggetto moderno alle prese con decisioni che nessuna legge può risolvere definitivamente. Chi interroga magistrati, esperti e oracoli cerca nel diritto una risposta assoluta, ma riceve solo opinioni contraddittorie, sentenze capricciose, formule vuote. Rabelais anticipa qui un problema centrale della filosofia del diritto: l’impossibilità di eliminare completamente l’incertezza interpretativa. La legge non è un algoritmo e il giudizio non può essere ridotto a calcolo. Kant stesso, secoli dopo, riconoscerà che la massima di autonomia è la capacità del soggetto di legiferare per sé sulla base della ragione, non sulla base di decreti esterni. Panurge fallisce proprio perché rifiuta di assumersi la responsabilità del proprio giudizio.
Questo sguardo critico si estende anche alle istituzioni. I tribunali e le figure giuridiche che popolano la saga rabelaisiana sono maschere paradossali che rivelano la fragilità delle strutture umane quando perdono il contatto con la realtà concreta. Il diritto, rappresentato come un linguaggio che si avvita su sé stesso, rischia sempre di trasformarsi in potere autoreferenziale. Qui Rabelais sembra dialogare con Platone, che nelle Leggi mette in guardia dal rischio di una giustizia non guidata dall’intelligenza, e con Pascal, che denuncia la relatività dei costumi e la dipendenza della legge dagli equilibri sociali. Il pensiero rabelaisiano suggerisce che nessuna istituzione può considerarsi neutrale: ogni struttura giuridica incorpora una visione dell’uomo, una gerarchia di valori, una certa idea di ragione e di ordine.
La filosofia del diritto trova così in Rabelais un interlocutore sorprendente. Perché l’autore dei giganti, attraverso il riso e l’eccesso, formula una tesi che la modernità giuridica ha faticato a riconoscere: il diritto non può essere compreso senza un’antropologia che ne riconosca i limiti, senza un’etica che ne orienti il senso. La norma, se non si radica in una visione dell’uomo come essere libero, fragile e storicamente situato, diventa solo un meccanismo di costrizione. E persino la giustizia, se non è temperata dalla pietas e dalla prudenza, rischia di fare ciò che dovrebbe evitare: schiacciare la dignità umana.
La giustizia, come il riso, è un dono fragile. Unisce gli uomini solo se rimane fedele alla loro vulnerabilità, alla loro capacità di errore, alla loro naturale aspirazione alla felicità. La vera grandezza dei giganti non sta nella forza del corpo, ma nella loro funzione simbolica: ricordano che nessun ordine giuridico può reggersi senza una conoscenza profonda dell’uomo. E che il diritto, quando dimentica questa verità elementare, diventa un colosso dai piedi d’argilla, destinato a crollare sotto il peso delle proprie astrazioni.
In Rabelais, dunque, la filosofia del diritto incontra la letteratura non come ornamento ma come rivelazione: le storie dei giganti raccontano ciò che le teorie giuridiche spesso faticano a dire. Che senza umanità, nessuna legge è davvero giusta. Che senza misura, nessuna autorità è legittima. E che senza il riso, nessuna istituzione è al riparo dalla tentazione della propria stessa follia.
Daniele Onori
Bibliografia essenziale
Rabelais, Gargantua e Pantagruel, vari edizioni italiane.
M. Bakhtin, L’opera di Rabelais e la cultura popolare nel Medioevo e nel Rinascimento.
Aristotele, Etica Nicomachea.
Cicerone, De officiis.
B. Pascal, Pensieri.
C. Beccaria, Dei delitti e delle pene.