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Per Tolkien, emerge una concezione filosofica priva di dualismo manicheo, in cui non si delineano divinità del bene e del male. Il suo fondamento teologico si ispira al pensiero cristiano, da Sant’Agostino a San Tommaso: l’Ente Supremo ha plasmato ogni entità come intrinsecamente buona, omnia bona, ma ha concesso il dono della libertà decisionale.

Secondo Tolkien, l’intera esistenza si configura come Bene. Sorprendentemente, persino il Male contribuisce, in ultima analisi, a sostenere la suprema affermazione di questo principio. Tale prospettiva, apparentemente consolatoria, non manca certo di tensioni e sfumature.

Quest’approccio non si limita a essere un’esercitazione teoretica, bensì si trasforma in un atto pratico di straordinaria portata. L’elemento soggettivo che si inserisce nella relazione tra gli individui e la realtà emerge come l’esito di un “giudizio”, un criterio normativo che individui di retta condotta comprendono e abbracciano come una legge interna. Alla luce di una prospettiva kantiana, potremmo identificare questo imperativo come categorico, con una formulazione che invita a preservare costantemente il mondo per ciò che è.

Nel rispetto di questo principio, si cela l’essenza della contrapposizione tra il Bene e il Male. Da un lato, troviamo coloro che si dedicano esclusivamente a preservare immutata la realtà, conferendo così una sorta di “eternità” all’ordine prestabilito, un concetto centrale nel Signore degli Anelli.

Dall’altro lato, invece, ci sono coloro che, spinti da ragioni che potremmo definire “psicologiche” (l’invidia emerge come categoria chiave per spiegare la presenza del Male, soprattutto nel Silmarillion), si orientano verso la trasformazione del mondo, cercando di alterare quell’ordine.

Il Male concepito da Tolkien è un male “assoluto”, senza possibile determinazione. L’autore sostiene che alla Luce non si contrappone il buio, ma la Tenebra. “Tenebroso” è uno degli aggettivi più frequentemente usati per descrivere personaggi come Sauron o Morgoth, il Primo Avversario nell’epopea della Terra di Mezzo.

Tuttavia, il problema sorge nel fatto che il Male, in quanto assenza di Bene, deve comunque determinarsi. All’ordine del mondo, si oppone il disordine, che a sua volta è un tipo di ordine, seppur alternativo e diverso.

La rappresentazione più eloquente di tale ambivalenza si riscontra nella natura umana stessa. Nessuno, nemmeno personalità di rilievo come Aragorn e Gandalf, le cui nobili virtù sono indiscutibili, può dirsi completamente immune dal rischio di soccombere alle lusinghe del male e lasciarsi tentare, fino a essere sottomesso da esse.

Questa è la lezione che Gandalf ci offre riguardo alla natura degli Anelli: “Un mortale, caro Frodo, che possiede uno dei Grandi Anelli, non muore, ma non cresce e non arricchisce la propria vita: continua semplicemente, fin quando ogni singolo minuto è stanchezza ed è esaurimento. E se adopera spesso l’Anello per rendersi invisibile, sbiadisce: infine diventa permanentemente invisibile e cammina nel crepuscolo sorvegliato dall’oscuro potere che governa gli Anelli. Sì, presto o tardi, tardi se egli è forte e benintenzionato, benché forza e buoni proposito durino ben poco – presto o tardi, dicevo, l’oscuro potere lo divorerà”.[1]

Emergono con immediatezza riflessioni di rilievo: nessuno risulta immune al richiamo del male, una pestilenza capace di corrompere persino l’integrità di ciò che ha sempre conservato purezza. L’Anello, con la sua propensione distruttiva, esercita un’attrazione irresistibile anche sui cuori più saldi.

Un esempio paradigmatico, forse il più celebre, si evince dalle narrazioni ripetute di Gandalf riguardo alla tragica vicenda di Gollum. Quest’ultimo, un tempo un Hobbit pacifico, si lascia corrompere dall’Anello, abbandonando la sua originaria purezza per commettere orrendi crimini.

Il destino di Gollum suscita compassione in Gandalf, e quando Frodo afferma che la sua malvagità meriterebbe la morte, Gandalf lo redarguisce:” Molti tra i vivi meritano la morte. E parecchi che sono morti avrebbero meritato la vita. Sei forse tu in grado di dargliela? E allora non essere troppo generoso nel distribuire la morte nei tuoi giudizi: sappi che nemmeno i più saggi possono vedere tutte le conseguenze.”[2]

Cosa intende comunicare Gandalf? Egli sottolinea l’inesistenza di un abisso netto tra il bene e il male, evidenziando che non si può mai essere assolutamente virtuosi o completamente ingiusti. Un sottile confine separa l’atto commendabile da quello degno di biasimo. Nota che persino in luoghi pervasi dalla luce abbagliante, l’ombra può insorgere in modo repentino.

Un ulteriore esempio può essere rintracciato nella vicenda di Saruman, il potente mago e amico di Gandalf. Saruman incarna la saggezza e la conoscenza assoluta, illudendosi di poter collaborare con il Signore del Male.

Confida nella possibilità che, sotto qualsiasi regime, gli eruditi possano sopravvivere e gradualmente conquistare posizioni di comando, per dirigere il mondo secondo principi razionali.

Saruman si abbandona all’illusione che da un dominio assoluto su cose e persone possa emergere la figura del sapiente, distante dalle vicende del mondo e concentrato nella propria ricerca.

Gandalf ammonisce lo stregone dal tentativo di utilizzare l’Anello, poiché non può esservi alcuna vittoria ottenuta tramite uno strumento maligno, in quanto esso rappresenta la negazione di tutto ciò che è giusto e ragionevole.

L’unica salvezza consiste nel rifiutare l’Anello, senza cedere a compromessi di alcun genere, e procedere alla sua distruzione.

Gandalf è consapevole che l’anello non è pervenuto a Frodo per una mera coincidenza, bensì per il concorso della Provvidenza. Sono in atto forze occulte che si oppongono al male, spiegando così la decisione di Gandalf di affidare la missione più pericolosa, ovvero condurre l’Anello in territorio nemico, non a prodi guerrieri, ma a modesti Hobbit. Questi individui trascorrono le loro esistenze in isolamento, lontani dai campi di battaglia e all’oscuro degli avvenimenti globali; tuttavia, nelle remote regioni in cui dimorano, l’Oscurità sta già facendo la sua comparsa.

Gli Hobbit, per loro stessa natura, non riescono a comprendere il concetto del male e le sue trame; sono completamente estranei a tali concetti e, nonostante si trovino in mezzo ai pericoli, conservano intatto il loro animo sincero e puro.

Sam, che accompagnerà Frodo nell’ardua impresa verso Mordor, tra mille avversità manterrà costantemente il suo sguardo rivolto alla dimora, razionando con cura il limitato cibo in vista del ritorno. Agisce quasi come se la speranza, in luoghi in cui non è mai fiorita, non lo abbandonasse mai.

Diversamente, Frodo, investito del ruolo di portatore dell’Anello, avverte il crescente peso dell’oggetto man mano che si avvicina al compimento della sua epica missione.

L’individuo in questione, simile a Gollum, si chiude in sé stesso, assume un atteggiamento taciturno e scontroso, cedendo più volte all’idea di compromettere la missione al fine di accaparrarsi l’anello.

La vera redenzione risiede, dunque, in Sam, il quale ignora il potere dell’anello e incarna, nell’oscurità, la quintessenza della santità.

Tutti possono essere raggiunti dalle schiere di Sauron, e su ognuno grava l’identica ombra.

Agli Uomini non rimane che unirsi e fronteggiare il Male con determinazione.

Daniele Onori


[1] Tolkien J.R.R., Il Signore degli Anelli, Rizzoli, Milano, 2000, p. 78.

[2] Tolkien J.R.R., Il Signore degli Anelli, Rizzoli, Milano, 2000, p. 82.

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