Intervista di Pietro De Leo ad Alfredo Mantovano, pubblicata su Il Tempo del 26 settembre 2019.

«La Corte Costituzionale non sancisce l’illegittimità rispetto alla Carta dell’articolo 580 codice penale, ma per molti aspetti fa peggio». Alfredo Mantovano, magistrato e vice presidente del Centro Studi Livatino, affida al Tempo le prime riflessioni a caldo dopo aver letto il comunicato stampa della Consulta sulla decisione riguardante l’eutanasia.

In che senso «fa peggio»?

«Si demanda al giudice, di fronte a ciascun caso concreto, il ruolo di stabilire quando si può togliere la vita a una persona e quando no. Ma poi ci sono altri aspetti di confusione».

Tipo?

«Nel comunicato stampa c’è il riferimento al consenso informato e alle cure palliative. Queste ultime sono previste da una legge del 2010, ma quella legge non è mai stata attuata, perché non finanziata. Dunque, se esse rappresentano una precondizione per il fine vita, immagino che dobbiamo aspettare l’entrata a regime di quella legge. A meno che non sia un riferimento del tutto virtuale, perché non esisto-no nel nostro Paese reparti di cure palliative. Dunque, questo è un elemento di ulteriore confusione del quadro. Non l’unico».

A cosa si riferisce?

«La gestione del suicidio assistito viene affidata al Sss, viene medicalizzata. Perciò mi auguro che nella sentenza ci sia una cosa che non c’era nel comunicato e invece c’era nell’ordinanza, ossia l’obiezione di coscienza».

Veniamo al rapporto che si crea tra l’intervento della Corte e il ruolo del Legislatore. Quest’ultimo viene svilito?

«Anche qui c’è confusione. Se tu dici, come fa la Corte, che l’intervento del legislatore è “indispensabile”, allora perché fai tu? Dieci mesi fa, un’ordinanza ha dettato i compiti a casa al Parlamento. Con questa sentenza, al contrario, si fissano le condizioni di punibilità per il suicidio assistito. Peraltro, avendo demandato al ruolo del giudice la definizione di ogni caso singolo, accade che finché non ci sarà una legge, ognuno interverrà a modo suo».

Quanta responsabilità hanno avuto le forze politiche in tutto questo?

«Tantissima. Facciamo un esperimento: passiamo in rassegna tutte le leggi approvate da novembre a oggi e vediamo se ce n’è una con una materia più importante della vita di una persona».

Non c’è nemmeno un testo base…

«Ci si stava arrivando, in Commissione. Bisogna andare a vedere chi si è tirato indietro e capire le responsabilità».

Ora cosa c’è da fare?

«Aspettare di leggere il testo della sentenza. Dopodiché il Parlamento non può di certo lasciare alla Consulta il “lavoro sporco”, ma deve prendersi in carico questa mate-ria e affrontarla come una legge».

Secondo lei qual è la strada da seguire? Un alleggerimento della pena in carico ai familiari eventualmente responsabili in base all’articolo 580?

«La strada è quella della legge Pagano, con una ipotesi attenuata di reato per chi, come i familiari, assistono da anni una persona in determinate condizioni e non riescono a superare la suggestione e la sofferenza derivanti da tutto questo. Ma niente non punibilità».

Secondo lei questo è un passo verso una visione «mercificata» della vita umana?

«Il film lo si vede già nelle nazioni dove il suicidio assistito è legalizzato, ossia Olanda, Belgio e Lussemburgo. L’Italia ora è il quarto Paese su 28 che, in virtù di questa sentenza, dichiara non punibile il suicidio assistito a determinate condizioni. In Olanda le cause di morte per eutanasia sono al 4,4% e si uccidono anche i bambini. In quel caso, dov’è il consenso informato? Si parte con l’autodeterminazione e si arriva con le “esigenze di bilancio”. Chi non è in linea con gli standard, perché costa molto al servizio sanitario nazionale, viene eliminato».

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