Opere e interventi pubblici di evidente necessità finiscono sempre o quasi col blocco, senza che sia prospettata una concreta alternativa. E i problemi intanto si ingigantiscono

Articolo di Alfredo Mantovano, tratto da Tempi, del 31 agosto 2018. Foto redazionale

Quindici anni fa a Bari fu elaborato un progetto per realizzare la Citta­della della giustizia, dove avrebbero dovuto trovare posto tutti gli uffici giudiziari del capoluogo pugliese. Se oggi una parte dei giudici baresi non ha sede, tanto da trovare ospitalità per le urgenze nelle tende della prote­zione civile, è perché all’epoca della formulazione quel progetto fu prima osteggiato e poi bloccato: la sola cosa fiorentemente sviluppata è il conten­zioso che, esauriti i gradi della giurisdizione nazionale, ha interessato pure la Corte di giustizia dell’Unione Europea. Il denaro, cioè, è stato speso solo per far litigare le parti e le amministrazioni in causa: il governo in carica ha varato un decreto che sospende i termini dei processi in corso, come se fossimo in guerra e gli edifici fossero stati bombardati.

Quattro anni fa il batterio Xylella com­parve sulle piante di olivo del Sud della Puglia: l’Europa e il governo dell’epoca elaborarono un piano di intervento che prevedeva l’eradicazione delle piante contagiate e di quelle limitrofe per impe­dirne la diffusione. Una indagine pena­le prontamente avviata bloccò il piano, con la piena condivisione della Regio­ne: l’ammirevole risultato è che oggi la Xylella si è estesa fino a raggiungere la parte meridionale della provincia di Ba­ri, distruggendo larga parte delle piante trovate sul cammino, e con esse una fon­te di ricchezza per l’economia dell’area.

Ribellismo senza responsabilità L’elenco delle iniziative programmate per affrontare emergenze di vario tipo e poi fermate è lungo e non riguarda solo la Puglia: ancora più ricca è la tiritera di opere strategiche per lo sviluppo messe in cantiere in giro per l’Italia e rimaste incompiute, o mai iniziate. Non escludo che per ogni singola vicenda vi siano state ragioni di perplessità sulla solu­zione scelta di volta in volta. Quel che è inaccettabile è che, a fronte di un’opera o di un intervento pubblici di evidente necessità, il tutto finisca, sempre o quasi, col blocco, senza che sia prospettata una concreta alternativa, e quindi senza che in tempi accettabili l’autorità che ferma poi prenda l’iniziativa per affrontare l’esigenza che è alla base dell’opera. Alla fine i danni sono molto più ingenti della spesa che si sarebbe dovuta affrontare, mentre il problema irrisolto nel frattem­po ha dilatato la sua consistenza, con coperture decuplicate rispetto all’inizio. L’ansia di interdire sempre e comunque ha i pretesti più vari, dall’ecologismo ideologico che vede ovunque ricadute negative sull’ambiente, al non voler scontentare ambienti ostili dai quali si pensa di ricevere consenso elettorale, dall’aura di eroicità di cui si ammanta chi intima lo stop — quasi reincarnazio­ne del giovane cinese di fronte al carro armato su piazza Tienanmen — al desiderio di stroncare l’avversario politico che trarrebbe lustro dall’opera contestata.

Certo, rispetto alle epoche delle grandi opere pubbliche completate in Italia, pri­ma e dopo il secondo conflitto mondiale, oggi ci sono vincoli di ogni tipo, insieme con Tar e con authority, che rallentano spesso fino a frenare. Se l’ordinamento attuale, così complicato e fonte di con­tenzioso, fosse stato in vigore 60 anni fa, avremmo autostrade e alta velocità solo per pochi chilometri (magari a un costo eguale). Ma non è questione di norme e formalismi: questi sono il riflesso di una volontà politica che manca e che, pure in tal caso per motivi non univoci, preferi­sce non rischiare invece di assumere la responsabilità di decisioni efficaci.

Le colpe dei magistrati

La magistratura è oggettivamente parte del problema, molto più che della sua soluzione; lo confermano le decine e de­cine di indagini avviate su questo fronte, chiuse con archiviazioni o prosciogli­menti a distanza di qualche anno, che nel frattempo hanno però fermato l’ope­ra, di fatto vanificandola: l’eventuale ripresa di essa a distanza di tempo, a contenzioso esaurito, ha costi cresciuti, e spesso non dispone più del finanzia­mento necessario.

Proporre una riflessione sul tema e su come uscirne non è né eversivo né irri­spettoso. Manifesta al contrario amore per una nazione che sempre più mostra di non voler guardare al suo futuro. Sui­cidio demografico e assenza di sviluppo, anche per l’assenza di significative opere pubbliche, vanno di pari passo.

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