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Riflessioni a margine dell’anniversario della beatificazione di Rosario Livatino.

Sento spesso dire che in amore vince chi fugge.

No, non penso sia vero.

In realtà, se partiamo dalla prima definizione che il vocabolario ci dà del verbo fuggire -“Allontanarsi velocemente da un luogo, soprattutto per evitare un danno o pericolo”- e ci soffermassimo per un momento su di essa, dovremmo già poter intuire che di vittoria non c’è proprio niente.

Chi sceglie volontariamente di allontanarsi da un’altra persona per evitare un “danno”, non ha vinto, potrebbe forse autoconvincersi di averlo fatto, fiero di essere stato pure più furbo dell’altro, ma in realtà senza rendersene conto, ha già perso.

Perché, quale vittoria potrebbe esserci nello scappare dall’amore che ci può donare un’altra persona, nel fuggire solo per paura di soffrire?

Siamo per indole portarti a scappare dalle difficoltà, perché ci sembra più semplice e -parliamoci chiaro- anche meno doloroso.

Restare è più difficile e richiede un atto di coraggio.

Sì, perché mostrarsi vulnerabili fa paura, perché ci vuole coraggio ad amare, a scegliere di esserci ogni giorno nonostante tutto, a sperare contro ogni cosa, a perseverare anche nelle tempeste, anche quando non si intravede nessuna luce all’orizzonte. Come i marinai che in balia delle onde, non disperano, ma continuano a navigare nella fiduciosa speranza di toccare di nuovo terra.

Se pensiamo ai santi, ai beati, agli eroi silenziosi di ogni giorno, anche essi avranno sicuramente avuto l’occasione di poter scappare dalle loro situazioni, dalle loro realtà.

Sarebbe stato così semplice, eppure hanno scelto di restare.

Rosario Livatino ha scelto di continuare a fare il suo dovere nonostante presagisse in cuor suo che qualcosa di oscuro iniziava a minacciare il suo futuro.

Chiara Corbello Petrillo ha scelto di aprirsi alla vita, di accettare con serenità ciò che il Signore aveva scelto per lei senza rifugiarsi nel proprio egoismo.

Gianna Beretta Molla ha preferito dare alla luce il proprio bambino anziché curarsi e sopravvivere.

Carlo Acutis ha trascorso la sua – seppur breve – vita donandosi agli altri senza alcuna riserva, offrendo la propria vita e la propria sofferenza, dovuta ad una forma di leucemia particolarmente aggressiva, al Signore.

E poi, ovviamente non posso non ricordare l’esempio degli esempi, nostro Signore; anche lui avrebbe potuto scappare: in quell’ultima notte di agonia nell’orto del Getsemani, avrebbe potuto allontanare da sé quel calice amaro, avrebbe potuto forse optare per un’altra via e invece ha scelto di portare quella croce fino alla fine, dando prova dell’atto di amore più grande di tutti.

Quindi, no: perdonatemi, ma in amore chi fugge, non ha vinto, anzi ha già perso ancor prima di giocarsi la partita.

Chiara Airoma

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