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In occasione del primo anniversario della “nascita al cielo” del cardinale Elio Sgreccia, abbiamo chiesto un ricordo alla prof.ssa Maria Luisa Di Pietro, che ne è stata allieva e instancabile collaboratrice. La prof.ssa Di Pietro è Associato di Medicina Legale al Dipartimento Scienze della vita e di Sanità Pubblica e Direttore Centro Ricerca e Studi sulla Salute Procreativa all’Università Cattolica del Sacro Cuore


Non sapete che un po’ di lievito fa fermentare tutta la pasta? (1Corinzi 5,5-7)

Un anno fa, il 5 giugno 2019, è morto il Cardinale (Don) Elio Sgreccia. Il giorno prima del suo compleanno, essendo nato il 6 giugno 1925. Se penso a lui e alla sua opera, mi viene in mente l’immagine del “lievito”.

1. Per le nostre nonne la preparazione del pane era un rito settimanale, che richiedeva tempo, programmazione e fatica. Il pane veniva accuratamente conservato e serviva per tutta la settimana o fino alla successiva panificazione. La fatica, il fatto di essere spesso l’unico cibo disponibile, faceva sì che il pane venisse considerato un cibo sacro. Per fare un pane morbido e croccante, era necessario procurarsi il lievito madre da restituire dopo tutta l’operazione a chi lo aveva prestato. Perché il lievito madre andava conservato e utilizzato per le successive panificazioni.

La lunga e laboriosa attività di Don Elio nell’ambito della Università, delle Accademie, della società e della pastorale ha fatto piano piano “lievitare” un’attenzione e un dibattito sui temi della vita umana, della famiglia, della tutela di ogni essere umano. Ne è venuto fuori un “pane” a volte un po’ duro nella crosta, soprattutto per chi era in grado di accettare il Suo pensiero chiaro nella argomentazione e mai in balia delle varie correnti; un “pane” morbido nel suo interno, perché il Suo pensiero era sempre volto alla difesa e alla accoglienza di chiunque fosse – per epoca della vita o per condizioni fisiche, intellettive, economiche e sociali – in condizioni di fragilità, e pertanto vulnerabili.

2. Che cosa rimane, oggi, di quel “lievito madre”? Potrei dire tante cose sulla attuale e deludente situazione del dibattito in materia di difesa della vita umana, della famiglia, ma ritengo poco costruttivo lamentarsi del presente. Sicuramente è molto più utile guardare al passato per recuperare quel “lievito madre” necessario per panificare ancora nel futuro. Quando altri, diversi da chi lo ha prodotto, utilizzano di nuovo il “lievito madre”, possono modificare la forma del pane: più piccola; più grande; originale; con l’aggiunta di noci o di olive. Ma non devono mai tradire quell’essenza che è il buono del pane, il suo “lievito madre”. Solo così si può mantenere vivo un pensiero e chi lo ha formulato.

I cambiamenti storici e sociali non possono fare perdere l’essenza di un pensiero. Eppure questa tentazione è stata ed è forte. Si pensi alle problematiche etiche che sono emerse nel corso della recente pandemia di Covid-19. Quante volte si è sentito dire che in presenza di un’emergenza anche l’etica si deve adattare. E perché? Di fronte ad una catastrofe emergenziale, la vita umana assume valore diverso a seconda delle sue condizioni? Pochi giorni fa ho incrociato un signore all’incirca novantenne. Io ero coperta da mascherina ed occhiali. Mi ha guardato e mi ha detto: “Fa bene lei a tutelarsi. Se muoio io, non è un problema ma se muore lei che è così giovane, è un vero peccato”. Premesso che la percezione del “tu sei giovane” si modifica in base all’età di chi pronuncia la frase (essendo io entrata nel mondo degli “anta” oramai da diversi anni), il mio primo pensiero è stato: “Come è stato possibile fare passare l’idea alle persone anziane che sono meno utili di altre?”. Chi ha ripetuto – ogni giorno sui mass-media – che i morti da Covid-19 erano comunque persone anziane con plurimorbilità, chi non è intervenuto per arginare in tempo il contagio tra le persone anziane nelle RSA, chi ha proposto di usare l’età come criterio per scegliere chi sottoporre a ventilazione invasiva, si è mai chiesto quanta disumanità c’era dietro queste frasi? Perché non va avanti di pari passo un dibattito sui danni procurati con i tagli delle risorse economiche e di personale negli ultimi anni? Perché non si fa una riflessione collettiva, e possibilmente una azione successiva per incrementare la medicina di comunità, per lavorare sulla prevenzione e per curare bene tutte le persone malate, anche anziane?

3. Nella continuità di un pensiero, i cambiamenti storici e sociali devono – invece – portare a trovare modi originali di comunicazione. Ripetere sempre le stesse parole pronunciate da altri senza attualizzare il loro significato non solo non serve, ma può essere anche controproducente. Perché i cambiamenti storici e sociali modificano anche la decodificazione dei linguaggi della comunicazione, e il vero rischio è di non farsi capire. Se qualcuno dicesse “Il Cardinale Sgreccia ha impostato tutta la sua riflessione etica sul personalismo”, che cosa capisce una persona giovane o non giovane oggi? Se è un po’ addentro alla riflessione filosofica, potrebbe chiedere “quale personalismo?”. Alla risposta “il personalismo ontologicamente fondato”, la questione non è ancora conclusa. E cosa vuol dire? Su che cosa si fonda il discernimento su ciò che è bene o ciò che è male? Cosa è la Verità?

Limitarsi ad essere ripetitori non è sufficiente, bisogna aiutare nel ragionamento e motivare. Come il “lievito madre”. Se si mette in mezzo a un impasto di farina e acqua, i batteri e i fermenti si mettono ogni volta in azione per far crescere l’impasto.

4. Per non parlare, poi, di culture – ad esempio, orientali – che non hanno lo stesso substrato di pensiero filosofico dell’Occidente. Si può usare farina bianca, farina integrale, farina di riso; si può chiamare pane o pan o bread o brot o, in coreano, 빵, ma è sempre pane. E un nome non cambia l’essenza: “Che cos’è un nome? Quella che chiamiamo “rosa” anche con un altro nome avrebbe il suo profumo”, ripeteva accorata Giulietta a Romeo nella tragedia shakespeariana. Era forte Don Elio nella Sua tenacia di apprendere altre lingue pur di farsi capire da chi lo ascoltava!

Aiutare nel ragionamento è un ottimo aiuto per riuscire ad affrontare la vita di ogni giorno. Anche utilizzando esempi, che all’apparenza possono essere banali ma che fanno ricordare quel ragionamento. Don Elio ne utilizzava tanti di esempi, spesso presi in prestito anche dalla cultura della realtà in cui è nato. La freschezza e la semplicità della cultura contadina. Dall’esempio della vetta della montagna che non si può abbassare ma sulla quale bisogna fare la fatica di salire, per spiegare la differenza tra la legge della gradualità e la gradualità della legge; all’esempio della frittata alla quale – una volta rotte le uova – non si può porre rimedio, per spiegare che da un male può derivare solo un altro male. Solo per citarne alcuni. Perché il pane pur con lo stesso “lievito madre”, va diversificato in base alla capacità dell’altro di mangiarlo, masticarlo e digerirlo.

Continuiamo ad utilizzare il “lievito madre” per essere fermento in una società che ha bisogno di testimoni, di educatori, di bravi governanti, di responsabili del bene comune, quel bene comune – che come ha scritto Sofia Vanni Rovighi – “è il bene di tutti e di ciascuno”.

Maria Luisa Di Pietro

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