di Fabio Pinelli
Autorità, Illustri relatori, Signore e Signori,
desidero innanzitutto esprimere un sentito ringraziamento al Centro Studi Livatino per aver promosso questo convegno, che affronta un tema di straordinaria attualità e di profonda rilevanza giuridica e civile.
È con particolare partecipazione, quindi, che rivolgo il mio saluto all’apertura di questo incontro, dedicato a un quesito che tocca il cuore stesso dell’esperienza giuridica contemporanea: se il diritto internazionale sia ancora diritto, oppure se non stia attraversando una fase di progressiva e preoccupante eclissi.
Non si tratta di una domanda teorica o accademica.
È un interrogativo che investe la tenuta dell’ordine giuridico e interpella direttamente la responsabilità di ciascuno di noi come giuristi, come operatori del diritto e anche come servitori delle istituzioni.
Il nostro tempo è segnato da fratture profonde: conflitti armati, crisi umanitarie, un uso sempre più disinvolto della forza – militare, economica, tecnologica – che mette a dura prova i meccanismi di tutela costruiti nel secondo dopoguerra. In questo scenario, il diritto internazionale appare spesso fragile, oscillante tra solenni enunciazioni di principio e una difficile, talvolta insufficiente, capacità di incidere sulla realtà.
È evidente che l’eclissi del diritto non coincide necessariamente con la sua negazione esplicita. Più spesso assume la forma di un’erosione silenziosa: decisioni formalmente legittime che, stratificandosi, finiscono per svuotare le garanzie dall’interno. Ed è così che il diritto non viene abolito, ma gradualmente reso inoffensivo.
Ulteriore rischio, forse più insidioso, risiede nella perdita di fiducia nel diritto come strumento atto a porre dei limiti al potere. Quando il diritto si riduce a linguaggio formale, svincolato dalla responsabilità e dalla tutela della persona, esso smette di orientare l’agire pubblico e diventa facilmente eludibile in nome dell’urgenza, della sicurezza, dell’interesse nazionale.
È così che il diritto non viene cancellato, ma oscurato.
Ed è in questa penombra che maturano le derive più pericolose.
Il Centro Studi Livatino, che ha fatto della riflessione sul rapporto tra diritto, coscienza e responsabilità pubblica la propria cifra identitaria, rappresenta il luogo naturale per affrontare questo interrogativo senza scorciatoie e senza indulgenze.
La figura di Rosario Livatino, infatti, continua a parlarci, con forza immutata, di un diritto vissuto non come esercizio di potere, ma come servizio; non come dominio, ma come custodia della persona.
Livatino ci ha insegnato che il diritto perde sé stesso quando dimentica l’uomo concreto, quando smarrisce il senso del limite, quando rinuncia alla fatica del discernimento. Ci ha insegnato che la legalità non è separabile dall’etica pubblica e che la giurisdizione non può sopravvivere senza una profonda fedeltà ai valori che la fondano. In questa prospettiva, la difesa del diritto coincide, in ultima analisi, con la difesa della pace, intesa non come mera assenza di conflitto, ma come costruzione quotidiana di un ordine giusto, fondato sul rispetto della dignità umana.
Non è un caso che questo convegno si svolga in prossimità del 9 maggio, Giornata dell’Europa. Una data che richiama la Dichiarazione Schuman del 1950, con cui prese avvio un processo fondato sul superamento della logica della guerra attraverso la cooperazione istituzionale. L’Europa nasce così come risposta giuridica alla guerra: non per negarla retoricamente, ma per governarla, costruendo la pace come ordine concreto e condiviso, e non come semplice proclamazione.
Oggi, in un mondo nuovamente attraversato dalla competizione tra potenze, quella lezione conserva una straordinaria attualità.
In questo senso, interrogarsi sul destino del diritto internazionale significa interrogarsi sulla possibilità stessa di una comunità internazionale fondata sul diritto e non sulla forza; sulla capacità di tenere insieme sicurezza e giustizia, interesse e cooperazione, potenza e limite.
Il compito dei giuristi, in una stagione come questa, è particolarmente gravoso. Richiede lucidità, per non cedere alla semplificazione.
Prudenza, per preservare gli equilibri istituzionali.
Coraggio, per continuare a difendere il primato del diritto anche quando appare fragile e imperfetto.
Difendere il diritto significa, in ultima analisi, difendere la dignità dell’essere umano.
Quando questo riferimento si smarrisce, il diritto cessa di essere strumento di giustizia e finisce per smarrire la propria vocazione originaria.
È in questo scarto che si consuma l’eclissi più pericolosa.
Sono certo che il confronto che si aprirà oggi offrirà strumenti preziosi di riflessione.
Con questo spirito, ringrazio il Centro Studi Livatino, i relatori e tutti i partecipanti, augurando a ciascuno un lavoro fecondo e all’altezza delle domande che il nostro tempo ci impone.