Recensione e consiglio alla lettura di “What Binds Marriage Forever” – I.F. Görres, tradotto da Jennifer S. Bryson, CUA Press, 2026.
di Marianna Orlandi
“‘Ora devo essere fedele per due’. Preserverò impeccabilmente nell’impresa per più di quarant’anni, fino alla di lui morte.”[1]
Così Ida Friedrerike Görres descrive l’incontro con una donna che, suo malgrado, era stata lasciata dal marito, travolto dalla passione e perduto per un’altra. Tristi parole, pronunciate da chi ha senza dubbio vissuto dolori strazianti, e che tuttavia Görres usa non contro ma a favore dell’indissolubilità del matrimonio. In questa frase, l’autrice tedesca legge non soltanto la sofferenza ma anche il compito di ogni sposo. Per la pensatrice che il mondo anglosassone sta riscoprendo grazie al meticoloso ed attento lavoro di traduzione di Jennifer Bryson, la perseveranza fedele di una donna sola e abbandonata è non già comportamento eroico–come oggi in troppi pensano–ma essenza stessa di quell’unione che chiamiamo ‘matrimonio’. Encomiabile, certamente, ma naturale.
In Was Ehe auf immer bindet: Unsystematische Meditation zur Unlosbarkeit der Ehe, anthropologisch betrachtet, finalmente disponibile in lingua inglese (“What Binds Marriage Forever”, CUA, 2026), la donna che in vita meritò l’amicizia di un giovane Joseph Ratzinger aiuta il lettore contemporaneo a comprendere cosa il matrimonio sia: indipendentemente da sentimenti, mode, o leggi, i quali da esso, al più, dipendono. Soprattutto, l’agevole libretto, estremamente accessibile, potrebbe aiutare una Chiesa da decenni confusa tra verità e carità a comprendere come l’indissolubilità del vincolo sia caratteristica naturale dello stesso, anziché benvenuto ma derogabile accidente.
Prima di addentrarci nell’opera, qualche parola sull’autrice. Ida Friedrike Görres, dai natali aristocratici, fu erede di un connubio di culture che sin da subito le fornirono, come spesso accade a chi viva tra mondi diversi, una prospettiva unica ed originale sulla società e sulla chiesa germaniche ed europee del medio novecento. Nata in Boemia, nel 1901, da padre diplomatico dell’impero asburgico di stanza in Giappone e da madre giapponese, figlia di un antiquario, Ida Görres perse il padre in età giovanile e, seppur solo astrattamente, fu orfana anche di madre. Da quest’ultima fu infatti ben poco amata, diversamente da quanto fu vero per i fratelli maschi. La giovane ne incontrò più che degna sostituta, ma solamente a seguito di una profonda conversione, identificandola nella Chiesa cattolica, madre della scrittrice dalla tarda adolescenza alla morte, nel 1971. Come lei stessa scrisse: “Non ho altro padre se non questi padri, i sacerdoti della Chiesa, nessun fratello fuorché i miei stessi cari fratelli, gli studenti di teologia,” aggiungendo: “Nessuna madre ma la Chiesa… li ho amati tutti stando a loro vicina, non solo come figlia e sorella, ma come figlia e sorella giapponese, con l’intensità della sottomissione incondizionata che è propria della pietà filiale giapponese.”[2]
A 34 anni sposò l’ingegnere tedesco Carl-Josef Görres, di due anni più giovane di lei. Con dolore di entrambi, la coppia non ebbe figli. La sua vita, tuttavia, fu ricca di frutto, a ulteriore prova e conferma di quanto egli stessa dirà riguardo all’involontario nubilato di altre donne, non chiamate alla vita religiosa eppur rimaste senza marito o figli in anni in cui il fenomeno era certamente meno diffuso di oggi.[3] Ma altrettanto doloroso.
Parlando di frutti, la lista dei suoi scritti, iniziati già in giovanissima età, comprende numerosi saggi e libri dedicati a temi quali lo stato della Chiesa, la vita religiosa, la liturgia, il femminismo e le vite di alcuni santi, tra i quali spiccano Teresa di Lisieux e John Henry Newmann. Ma è del suo “Cosa Unisce per Sempre il Matrimonio” che vogliamo ora trattare – traduzione immaginaria di un titolo che da troppo attende di essere pubblicata in italiano.
Affidandoci alla recente traduzione inglese, possiamo dire che il volume in questione è quanto di più chiaro si possa leggere sulle ragioni per cui il matrimonio tra uomo e donna sia un istituto che la Chiesa al più riconosce – in natura, valore e permanenza – ma che Essa non crea né “plasma” a suo piacere. Tantomeno è la Chiesa, si accennava, ad attribuire al matrimonio quel carattere di permanenza – “finche’ morte non ci separi” – che in tanti vorrebbero oggi veder abbandonato o perlomeno messo in secondo piano in circostanze “difficili”. Non a caso, quando Görres scrisse questo volume la Chiesa cattolica già barcollava sul tema. Pochi anni prima, Humanae Vitae aveva disturbato parte della chiesa tedesca, decisa a rendere la scissione tra aspetto unitivo e procreativo del matrimonio meno problematica. La Görres, al contrario, e correttamente, definiva profetico il messaggio di Papa Paolo VI. Similmente, il divorzio senza colpa – divenuto legge in Italia già nel 1970 – si faceva strada non solo nel parlamento, ma anche nella conferenza episcopale tedesca. Di ciò è prova, per esempio, un rapporto compilato dalla Diocesi di Essen cui la Görres fa spesso riferimento nel suo scritto e in cui si difendeva l’idea che i cattolici potessero divorziare e risposarsi.
In risposta a queste tendenze, consegnandolo all’editore a pochi giorni dalla sua stessa morte – e quindi dedicando a questo libro le sue ultimissime forze, l’autrice volle chiarire, con onestà e carità, come non vi sia nulla di “buono” nel modificare la dottrina matrimoniale della Chiesa. In nessuna circostanza, ella ci dice, è bene o è ammissibile che il credente divorziato e risposato acceda all’Eucaristia[4]. L’apparente misericordia del gesto, invero, sarebbe solamente una bugia, una concessione incapace di modificare la realtà di un vincolo – quello precedente – che esiste e continuerà comunque ad esistere fino alla morte di uno degli sposi.
Secondo Görres, il matrimonio che la Chiesa conosce è un’istituzione naturale, che la precede. Con le sue tradizionali caratteristiche di esclusività e permanenza, esiste non già per soddisfare le emozioni degli sposi, ma per bilanciare l’eterna tensione tra le spinte dell’eros – volubile – e la necessità di garantire a ciascuno una famiglia e un legame parental – stabili. Un matrimonio saldo e duraturo, continuazione delle famiglie di origine degli sposi e ponte verso le generazioni future, è istituto fondamentale, unico nel garantire un ordine relazionale e sociale e in quanto tale “riconosciuto”, ma non “creato”, dalle norme canoniche.
Per come lo conosciamo, il matrimonio moderno riunisce in un’unica soluzione quelli che Görres chiama il Gens-Ehe – e che Bryson traduce come kinship-marriage, ovvero il matrimonio-genealogico; e il Liebesehe, ovvero il matrimonio per amore. A tale conclusione Görres giunge attraverso una analisi storica ed antropologica dell’istituto matrimoniale. Il matrimonio genealogico, ci dice, è quello primordialmente conosciuto dalla maggior parte delle società umane.
“Chi v’è che non sappia come nel corso della storia, ad ogni livello culturale, dai più nobili egiziani, cinesi e indiani alle tribù in cui sopravvivono condizioni preistoriche, nel paganesimo, giudaismo, islam, buddismo, nelle società cristiane fino al nostro secolo, i matrimoni venissero contratti e mantenuti per scopi notoriamente chiari ed obiettivi che poco avevano a che fare con l’amore,”[5] afferma. E continua: “Il suo scopo era – ed è ancora in alcune società (dell’est Asia, Africa) -la generazione: nel suo significato duplice e molto preciso-le generazioni, particolarmente quelle a venire, e attraverso la generazione come atto.” “Perché il matrimonio,” Görres spiega, citando il sociologo Rosenstock-Huessey, “è compreso in termini multigenerazionale e non di una singola generazione.”[6]
La scrittrice ci avverte. L’idea secondo la quale il divorzio è atto di giustizia e carità verso gli sposi non più innamorati è soltanto occidentale e recentissima. L’equazione di matrimonio ed amore è invero antistorica, insostenibile ed esagerata. Adottando questo parametro, ci dice, la “stragrande maggioranza dei matrimoni fino ai giorni nostri, inclusi quelli cristiani del passato, non sarebbero stati matrimoni affatto.”[7] Chi vorrebbe una Chiesa che accetti divorzi e seconde o terze nozze, pertanto, non chiederebbe un ordine precristiano, aggiungiamo noi, ma un semplice disordine.
Con ciò non si pensi, tuttavia, che l’autrice non comprendesse il potere e la bellezza dell’amore matrimoniale. A suo dire, tuttavia, ed è un dire che chi scrive trova pienamente condivisibile, l’amore non è il presupposto, bensì il frutto del matrimonio. Questa, invero, ci sembra essere l’idea portante del libro: quella che aiuta anche a comprendere perché la disciplina del matrimonio debba davvero “disciplinare” non solo un istituto, ma anche le emozioni e i sentimenti tutti umani, anziché ad essi piegarsi, con ciò lasciando il comando a passioni che non possono da sole regolarsi, né promettere alcunché’ di duraturo: né agli sposi, né ai figli, né alla società in generale. Vedendo l’amore quale frutto anziché presupposto del vincolo, si vede così anche la carità insita e per nulla assente nell’obbligo di indissolubilità – obbligo che è richiesta agli sposi ‘non più innamorati’ di tener fede alla promessa… perché’ un amore ci sarà. Non lo si chiede loro per stoicismo, eroismo, mancanza di sensibilità. Non è finzione, quella che Görres nel ’71 e la Chiesa cattolica molto prima di lei chiedono agli sposi; agli sposi si chiede di restare perché’ possano arrivare all’amore matrimoniale che è frutto del patto, non sua causa; un frutto nutrito dalla legge e coronato, per chi crede, dalla grazia.
Parlando ancora di epoche passate, la scrittrice specifica poi che la relazione oggi presa a modello esclusivo del matrimonio, quella fondata sull’eros, sulla passione romantica, non è di per sé ostile o antagonista a questa visione più antica del matrimonio. Lo stesso matrimonio “genealogico”, ella ci dice, ha da sempre ammesso e con gioia, al suo interno, il matrimonio “per amore”, di cui la stessa cita esempi notevoli tra le famiglie nobili. Quel che va tenuto presente è semplicemente come tipo di legame sia insufficiente per lo stabilirsi di un vincolo duraturo e di una famiglia. L’amore “romantico” può aggiungersi – ed anzi lo si auspica – al legame pattuito. Ma è anche solamente al suo interno, e grazie a leggi e norme che regolino convivenza e permanenza del vincolo, che la passione umana può sia crescere che restare forte, sopravvivendo anche al succedersi di eventi che, come ogni sposo ben sa, mettono a dura prova i sentimenti del cuore. “Cattiva sorte”, “malattia”, “povertà”: sono queste tutte evenienze che gli sposi ancora oggi menzionano nel promettersi l’un l’altro fino alla morte.
Nel 2026, tuttavia, tali promesse sembrano avere rilevanza solo a patto che il sentimento che li aveva uniti sia rimasto invariato. La verità che queste formule racchiudono, invece, e che chi ci ha preceduto voleva tramandare, è che tali avvenimenti, così come minori problemi quali la perdita di un lavoro o una temporanea depressione, faranno quasi sicuramente perdere la passione, l’amore romantico – almeno temporaneamente. Ed è allora che proprio il patto indissolubile rende forti gli sposi, aiutandoli a crescere in un amore più grande e generativo. Il Gensehe, aggiunge la scrittrice, ha proprio il pregio di poter far nascere al proprio interno un tipo di amore che è amicizia, simpatia, affetto, stima reciproca. Quel sentimento di bene, in altri termini, di parla chi sia arrivato a festeggiare le nozze d’oro. Parlando delle saghe islandesi, l’autrice si chiede quanto vi fosse di vero nei loro epiloghi, secondo i quali “Dopo le nozze, l’amore nacque nei loro cuori l’uno per l’altro”.
“La coppia ed il loro patto sono – in qualche misura – solo la materia prima del matrimonio.”[8] Gli istinti umani sono instabili e mutevoli. Le coppie si cercano, si trovano, si separano naturalmente, ciclicamente. Per questo motivo, scrive Görres, “la coppia necessita del vincolo per portare avanti la propria missione genealogica. E anche questo è un particolare solo umano”.[9]
C’è un amore che emerge dal matrimonio, ci insegna l’autrice. La società ha bisogno del matrimonio-genealogico e per questo non può attendere che ogni matrimonio si fondi su un amore romantico che non sempre capita nella vita di tutti – o non abbastanza presto – e che comunque, lo si è detto, necessita di disciplina perché l’unione matrimoniale sopravviva alla sua inevitabile fine. L’amore che risulti da un’unione fondata meno sul sentimento e più sulla comprensione del valore dell’istituto potrà non diventare quella grande passione erotica, o totale fusione dei due, che molti oggi confondono con il matrimonio, ammette la Görres. Tuttavia, fondandosi su “simpatia, rispetto, apprezzamento, benevolenza e fiducia” potrà farcela. Non solo: una vita assieme conduce al crearsi di una “amicizia” che a suo dire è quella che San Tommaso ha in mente o Goethe quando parla di Neigung. I due cresceranno in un volersi bene reciproco – che non è agape ne’ passione sfrenata, ma è stato e sarà sufficiente per la stragrande maggioranza delle coppie. Comprendendo il valore del matrimonio quale ponte tra vite e veicolo della storia, gli sposi sono carichi di pietas, consci della responsabilità verso predecessori e discendenti: animati da “un senso di dovere, un senso dell’onore e una tremenda ed alle volte illimitata disponibilità al sacrificio diretto a qualcosa di più grande”. [10]
“L’affetto reciproco può scaldarsi e diventare amore; la passione raffreddarsi e diventare mera tolleranza. La relazione può svilupparsi dall’esterno all’interno (…) ma anche l’invecchiare, la malattia, financo l’imbruttirsi possono svegliare una nuova profonda tenerezza. Trascorrendo spassionatamente tempo assieme, ciascuno può inaspettatamente scoprire il corpo dell’altro inaspettatamente prezioso. Questa fluttuazione non ha regole.”[11]
Questa visione del matrimonio, certamente non tipica nel mondo contemporaneo, sta diventando sempre più rara anche tra i battezzati. Se prima era solo la Diocesi di Essen a mettere l’amore della coppia al centro del matrimonio, tale posizione è sempre più diffusa all’interno di una Chiesa che balbetta quando parla di indissolubilità. Mentre le conferenze episcopali tergiversano sul tema – o prendono tempo – aspettando che il Papa si esprima in maniera chiara ed univoca – diffusa è oggi l’idea che i singoli vescovi abbiano facoltà di ammettere all’Eucarestia l’uomo o la donna già validamente sposati ed uniti in seconde nozze. Sul punto, invero, l’esortazione apostolica post-sinodale Amoris Letitia, pubblicata da Papa francesco nel 2016, non ha aiutato. Lo scritto, che per il resto ben descrive l’amore matrimoniale e familiare, ha la colpa di aver gettato benzina sul fuoco, in particolare per la presenza di alcune note a piè di pagina[12] divenute ormai famose tra i commentatori cattolici, fonti di domande che ancora attendono di trovare risposta.
Chi scrive non esclude che le risposte a quelle domande possano trovarsi proprio nei suoi scritti. Quella della Görres non è un’opera sistematica (è la stessa autrice ad indicarlo nel sottotitolo del volume), ma un susseguirsi di brevi saggi e riflessioni. Lo stile quasi epistolare conferisce un tono informale all’opera, rendendo la penna dell’autrice simile a quella di una madre intenta a fornire educazione e amorevoli istruzioni ai propri figli. Ma non è la Chiesa stessa quella madre amorevole che aiuta i figli nel momento del dubbio o del bisogno? Nell’epoca in cui la famiglia si dissolve, allora, sara ancora Lei a doverci guidare.
Accanto alla Chiesa – e di qui l’interesse anche per il Centro Studi – la Görres sottolinea, come Ratzinger fece prima di lei, il valore della legge matrimoniale. Legge che risponde alla natura del vincolo, ma che, come ogni buona legge, lo aiuta ad essere ciò che è. La legge che non consente la cessazione del vincolo non è dispotica o limitatrice, come oggi si crede. La scrittrice ci invita a guardare all’amore per la legge tipico del Vecchio Testamento, dove nella legge si riconosceva l’espressione del volere di un Dio innamorato del suo popolo, cui l’aveva consegnata. Legge come “direttiva, sentiero, bastone, faro, nutrimento”: possibile che nei parlamenti moderni proprio questo si sia dimenticato?
Nonostante la fermezza, Görres abbraccia anche la donna citata all’inizio, rimasta sola e fedele per quarant’anni. Lo fa proprio come ognuno di noi abbraccerebbe, con comprensione, la moglie o il marito costretti a prendersi cura di uno sposo malato, nel corpo o nello spirito. Quel che Dio farà della loro storia non è dato saperlo – come è vero per ogni croce.
Görres morì il 15 maggio 1971. Il giorno prima ebbe un mancamento al termine di un suo intervento al sinodo di Wurzburg. L’allora professor Ratzinger, che le era amico, e che ne celebrò la messa da Requiem, sottolineò il suo essere era stata chiamata al Padre proprio dal cuore della propria testimonianza, dal suo lavoro sinodale.[13] A distanza di sessant’anni ci si chiede se scopo del Padre non fosse proprio quello di riportarla al centro del dibattito quando i tempi fossero maturi. “Io credo nella fedeltà di Dio” – diceva lei, come ricordò Ratzinger nella Sua eulogia. Quella fedeltà in Dio che proprio gli sposi imitano con la propria vita. Per più di mezzo secolo, la Chiesa ha potuto osservare il fallimento di matrimoni costruiti sulla passione e sul sentimento – e su questi soltanto. Spesso impotente, ha cercato di accompagnare intere famiglie alla deriva, ma con scarsi risultati, come dimostra lo scarso numero di credenti provenienti da famiglie di coppie non più unite. È forse tempo di cambiare strategia. È forse giunto il tempo in cui, guidati da una donna laica, come chiedono i tempi moderni, si recuperi la comprensione di cosa il matrimonio sia davvero: esclusivo, permanente, ed aperto alla vita. Aiuterebbe forse, una traduzione delle sue opere, e di questa in particolare, in italiano: a tutt’oggi la lingua di quella Curia che Ida Görres morì tentando di educare.
[1] What Binds Marriage Forever, I.F. Görres, tradotto da J. S. Bryson, CUA, 2026, p.72.
[2] Broken lights; diaries and letters, 1951-1959, 1964, p. 145. Traduzione di Zwischen den Zeiten, aus meinen Tagebüchern, 1951 bis 1959. Accessibile online su: https://archive.org/details/brokenlightsdiar0000grre.
[3] “On Marriage and on Being Single. Four Letters.” Opera del 1949, tradotta in inglese da J. Bryson e di prossima pubblicazione con Ignatius Press. Titolo originale: “Von Ehe und von Einsamkeit”.
[4] Salvo il caso, qui irrilevante, in cui i due, ravveduti, decidano di vivere come fratello e sorella.
[5] What Binds Marriage Forever, I.F. Görres, cit., p. 22-23, traduzione nostra.
[6] Ibid. Più di recente, lo stesso pensiero è stato colto, in Italia, dalla autrice e neuropsichiatra Mariolina Ceriotti Migliarese, i cui scritti su affettività, sessualità e matrimonio spesso invitano a vedere la continuità che ogni nuova famiglia rende evidente, il ponte che essa crea tra famiglie di origine e nuovi nati.
[7]Ibid. p. 22.
[8] Ibid. p. 26.
[9] Ibidem.
[10] Ibid. p. 28, traduzione nostra.
[11] P. 46-47, traduzione nostra.
[12] Ci si riferisce in particolare alla nota 351: “In certi casi, potrebbe essere anche l’aiuto dei Sacramenti. Per questo, «ai sacerdoti ricordo che il confessionale non dev’essere una sala di tortura bensì il luogo della misericordia del Signore» (Esort. ap. Evangelii gaudium [24 novembre 2013], 44: AAS 105 [2013], 1038). Ugualmente segnalo che l’Eucaristia «non è un premio per i perfetti, ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli» (ibid., 47: 1039).”
[13] “Eulogy for Ida Friederike Gorres”, Fr. Joseph Ratzinger, in Logos: A journal of Catholic Thought and Culture, Volume 23, n. 4, Fall 202, pp. 148-155.