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1. Ritorno al mio scritto apparso il 2 aprile 2024 Intervento militare e cornice istituzionale, senza intervenire nel merito della questione politico-militare, ma soltanto allo scopo di ribadire i princìpi costituzionali che vietano all’Italia di partecipare alla guerra in corso tra Ucraina e Russia, vuoi direttamente vuoi sotto l’ombrello del Trattato nordatlantico. 

Le fonti informative anche non specialistiche continuano a riferire in ordine a dispiegamenti di forze militari Nato nei Paesi nordici prossimi alla Russia e in Polonia, lasciando intendere una disponibilità di questi Stati a un intervento indiretto o addirittura diretto nella guerra.

Il quadro politico-militare sembra rendere verosimile questa ipotesi. Infatti, gli Stati Uniti, dopo aver dato il via libera all’ultimo consistente ‘pacchetto’ di forniture militari, sembrano intenzionati a lasciare il campo all’ “Europa” nella prosecuzione del sostegno militare all’Ucraina nell’ambito della strategia Nato.

L’esperienza tratta dalla politica militare USA negli ultimi decenni attesta che la sua classe dirigente è pronta ad abbandonare gli alleati non appena divengono evidenti i segni della probabile sconfitta. In questo momento tutte le fonti informative, anche di parte Ucraina, danno per gravissima la situazione militare del Paese e per prossima la sconfitta ove non venga accresciuto il coinvolgimento europeo.

2. Tralascio ogni commento sul fatto che sembra moralmente ingiustificabile sostenere una guerra che provoca centinaia di migliaia di morti quando si abbiano evidenze circa l’alta probabilità dell’inutilità degli ulteriori sacrifici umani.

Mi interessa ribadire quanto scrissi il 2 aprile in ordine al rapporto tra il Trattato Nato e la Costituzione italiana. Va detto con chiarezza che dal Trattato non scaturisce alcuna limitazione di sovranità nei confronti di alcuno Stato e, dunque, neppure dell’Italia. Pertanto “[…] nessun organo internazionale ivi previsto può decidere obbligatoriamente per l’Italia l’intervento delle truppe o il ricorso al dispositivo militare di questa; tanto meno, può legittimare con le sue delibere tale intervento dal punto di vista costituzionale. Sono gli organi dello Stato a dovere, se del caso, provvedere assumendosi le proprie responsabilità”[1].

A eventuali limitazioni di sovranità, che si volessero far derivare da impegni internazionali eventualmente collegati al Trattato Nato, va opposta la prescrizione proibitiva dell’art. 11 della Costituzione.

Ancor più grave dal punto di vista costituzionale sarebbe se l’Italia fosse costretta ad agire in base a previsioni, non contemplate dal Trattato e iscritte in accordi segreti, tramite misure, internazionali e interne, che impegnassero l’Italia a interventi nella guerra.

3. Un eventuale intervento italiano costituirebbe una violazione gravissima dell’art. 11 Cost., che trarrebbe con sé la responsabilità dei massimi organi dello Stato per i fatti illeciti di tipo penale che si verificassero nel corso degli interventi militari. E’ ovvio infatti che tali interventi, ove non fossero coperti da una legge dello Stato promulgata dal Presidente della Repubblica, sarebbero estranei al perimetro della guerra ‘giusta’, considerandosi tale soltanto quella conforme ai princìpi statuiti dall’art. 11 Cost..

4. La violazione dell’art. 11 della Costituzione avvenne già drammaticamente nell’anno 1999 nell’ambito dell’operazione Nato denominata Allied Force sotto il governo di Massimo D’Alema.

L’impegno attivo nella guerra risulta da innumerevoli fonti. Vale qui citare quanto dichiarò il generale Mario Arpino, Capo di Stato Maggiore della Difesa, citato dal Corriere della Sera del 12 giugno 1999, p. 7:

“ [] Vorrei ricordare che quanto a impegno nelle operazioni militari noi siamo stati, nei 78 giorni del conflitto, il terzo Paese, dopo gli USA e la Francia, e prima della Gran Bretagna. In quanto ai tedeschi, hanno fatto molta politica ma il loro sforzo militare non è paragonabile al nostro: parlo non solo delle basi che ovviamente abbiamo messo a disposizione, ma anche dei nostri 52 aerei, delle nostre navi. L’Italia si trovava veramente in prima linea […]”.

Il governo Prodi, pur avendo aderito all’ “Activation Order” della Nato, aveva esplicitamente limitato l’azione delle Forze Armate al territorio nazionale e non aveva autorizzato i bombardamenti effettuati successivamente da aerei dell’aviazione italiana, riconoscendo al Parlamento la facoltà di deliberare l’azione militare, sul rilievo che: “ogni eventuale ulteriore impiego delle Forze Armate dovrà essere autorizzato dal Parlamento”.

Il governo D’Alema non riconobbe al Parlamento tale prerogativa esclusiva e decise unilateralmente di dare il via all’azione militare. Il dibattito parlamentare sull’opportunità e le modalità dell’azione militare avvenne quando i bombardamenti erano già in atto da diverso tempo. E’ assai significativo che Fausto Bertinotti, già leader di Rifondazione comunista, abbia recentemente dichiarato al Corriere della Sera: “Ricordo che pochi mesi dopo la nomina di D’Alema a Presidente del Consiglio, quando iniziò l’attacco della Nato contro Belgrado, Francesco Cossiga mi confidò che “serviva un postcomunista per fare la guerra[…]” (Corriere della Sera, 19 aprile 2024).

5. Gli ‘effetti collaterali’ dei bombardamenti furono disastrosi per le persone civili uccise, per gli edifici pubblici e privati abbattuti e per le rovinose conseguenze ambientali cagionate dall’uso dei proiettili a uranio impoverito.

Nessuna indagine è stata compiuta dall’Autorità giudiziaria al fine di verificare la violazione dell’art. 11 della Costituzione e la conseguente natura delittuosa degli eventi cagionati.

In questo frangente storico, ove l’Italia partecipasse a operazioni di guerra in ambito Nato sotto il profilo dell’esecuzione di ordini segreti, senza la validazione di una legge formale approvata dal Parlamento e promulgata dal Capo dello Stato, sarebbe assai improbabile che le Autorità giudiziarie, ora molto più attente che nel 1999 agli illeciti addebitabili ai responsabili di governo dello Stato, non procedessero sul piano penale per gli eventuali eventi letali che accadessero con la partecipazione alla guerra di forze militari italiane.

Mauro Ronco


[1] L. Picchio Forlati, La politica estera e di sicurezza comune dell’Unione europea tra Carta delle Nazioni Unite e impegni NATO, in Aa.Vv., Diritto e Forze Armate. Nuovi impegni S. Riondato, (a cura di), Padova, 2001, 150.

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