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Quando il diritto dei popoli viene calpestato.

Tra il 19 e il 20 settembre le Forze Armate dell’Azerbaijan hanno sferrato un’offensiva militare lampo di 24 ore contro il Nagorno-Karabakh (o Repubblica di Artsakh), enclave armena in territorio azero. La regione era da mesi in uno stato di “assedio” economico perpetrato nei suoi confronti dagli azeri attraverso il blocco del corridoio di Lachin, piccola striscia di terra di 5 km che collega il Nagorno-Karabakh all’Armenia.

Il conflitto ha da sempre avuto come peculiarità la dimensione etnico/linguistica/religiosa. Nel Nagorno-Karabakh vi è sempre stata una forte maggioranza di armeni. Tra 1988 e 1994 vi fu un sanguinoso conflitto che vide coinvolti Yerevan e Baku su fronti opposti, terminato con la vittoria armena e la cacciata degli azeri. Tuttavia la rivalità non è venuta meno, ma si è trasformata in un frozen conflict, fino a quando sono nuovamente scoppiate le ostilità nel 2020. Il conflitto è durato 44 giorni: il 9 novembre è stato siglato un armistizio, negoziato con il patrocinio russo (la guerra si è infatti fermata dopo l’intervento, molto tardivo, della Russia, una volta che gli azeri erano già entrati in territorio armeno).

Dietro le rivendicazioni dei due paesi convolti, vi sono sponsor regionali che coinvolgono questa e l’altra fazione. L’Azerbaijan può contare sul supporto della Turchia, per diverse ragioni: anzitutto, di affinità linguistiche e confessionali (anche se vi è una maggioranza di musulmani sciiti). In secondo luogo, perché Ankara vede nel Caucaso la possibilità di espandere la propria influenza, con l’obiettivo di diventare punto di riferimento del mondo islamico sunnita e turcofono. L’aiuto militare, fornito soprattutto attraverso droni da combattimento che hanno fatto la differenza per le sorti dello scontro, hanno permesso ad Erdogan di ottenere per le aziende turche contratti esclusivi per la costruzione dell’autostrada che collegherà Baku a Shusha. Vi sono inoltre in gioco interessi di carattere economico, dal momento che il gas azero che arriva in Europa passa dal territorio turco, permettendo ad Ankara di riscuotere notevoli quantità di royalties da questa attività.

L’Armenia in passato ha potuto contare sull’appoggio e il sostegno russo per lungo tempo; tuttavia, secondo gli accordi tra i due paesi, Mosca è tenuta a difendere Yerevan solo in caso di attacco al territorio nazionale, di cui il Nagorno-Karabakh non fa parte. Questo è uno dei motivi per cui essa non è intervenuta nella recente offensiva portata avanti dagli azeri che ha condotto alla resa quasi definitiva degli armeni presenti in Artsakh, oltre a non avere le forze per poterlo fare, dal momento che l’invasione dell’Ucraina sta risucchiando tutte le energie militari ed economiche del Cremlino. Inoltre, a causa delle sanzioni, dal febbraio 2022 la Russia ha iniziato a vendere gas all’Azerbaijan; questo fa pendere ancora di più l’ago della bilancia in favore di Baku, poiché il Cremlino al momento ha bisogno dei proventi derivanti dalla vendita di idrocarburi.

Conseguenza dell’attacco azero è la catastrofe umanitaria che si sta tuttora manifestando nella decisione di decine di migliaia di persone e famiglie armene di abbandonare quei territori. Secondo i dati dell’UNHCR, si tratta di circa centomila profughi, stremati da nove mesi in cui hanno sofferto la fame, il freddo, in cui hanno avuto accesso all’elettricità per solo sei ore al giorno ed hanno dovuto ridurre al minimo le proprie attività lavorative. Ora, questo popolo si è riversato in Armenia, paese di poco meno di 3 milioni di abitanti, che si trova stretto tra Turchia ed Azerbaijan ma senza più un grande alleato (la Russia) che ne tuteli gli interessi. Erdogan, in nome del panturchismo e dell’islamismo, sta tentando di espandere la propria influenza nel Caucaso, e Baku è oggi l’alleato perfetto per riuscire in questo intento, perché garantisce la possibilità di avere scambi commerciali dal valore di miliardi di dollari. Tutto questo, però, viene fatto sulla pelle di minoranze etniche e religiose come, appunto, gli armeni. Gli azeri hanno rassicurato che non vi sarà nessuna ritorsione contro gli abitanti del Nagorno, eppure sono tante le testimonianze di civili minacciati, sui quali è stata fatta pressione piscologica affinché abbandonassero la propria terra: e così è stato. Secondo i dati ufficiali, appena 20mila persone sono rimaste in Artsakh; gli azeri sono riusciti nel proprio tentativo di pulizia etnica, poiché oggi la regione è completamente priva della sua popolazione indigena. Il diritto internazionale è stato più volte violato da Baku, da ultimo nel non rispetto dell’accordo che prevedeva il libero movimento attraverso il corridoio di Lachin; il risultato, è stata la deportazione forzata della popolazione.

Nel timore che l’obiettivo azero possa essere quello di invadere tutta l’Armenia, il Primo Ministro armeno Pashinyan ha, alla fine, ceduto nel negoziato col Presidente azero Aliyev, suscitando una violenta reazione nel proprio paese. Storicamente, il Nagorno-Karabakh è uno dei primi territori dove gli armeni si sono insediati. In quella terra ci sono le tracce di una storia millenaria, con scavi che risalgono all’epoca romana. Durante il periodo sovietico, Stalin decise però di assegnare tale territorio all’Azerbaijan, anche se la regione operava come un oblast autonomo, governata da armeni che emanavano le leggi nelle propria lingua. Prima che l’URSS crollasse, il Nagorno-Karabakh chiese l’autonomia e promosse il referendum. Dai contrasti conseguenti la vittoria al referendum nacque la guerra e la relativa vittoria della parte armena, che non riuscì però ad assicurare sufficiente stabilità all’area. Oggi, indipendentemente da quello che accadrà agli armeni rimasto nell’area, ciò che appare chiaro è la volontà da parte azera di de-armenizzare il territorio, abbattendo le chiese, distruggendo i cimiteri, spaccando le croci di pietra e sostenendo, come già fatto in passato, che il Nagorno-Karabakh non è mai stato armeno.

Chi c’è ancora lassù sulle cime? Sono loro, i fantasmi degli arcieri di Van”. Questi versi di Antonia Arslan evocano i silenziosi testimoni del nuovo dramma del popolo armeno, che si consuma in questi giorni tra le montagne del Nagorno-Karabakh. Gli arcieri di Van, conosciuti nel Medioevo come arcieri straordinari al servizio dell’Impero Bizantino, rappresentano nella memoria del genocidio armeno l’antica città di Van, oggi in Turchia, teatro tra il 19 aprile e il 4 maggio 1915, dell’eroica resistenza della popolazione armena contro le truppe ottomane, e proprio l’intervento massiccio della Turchia a fianco dell’Azerbaijan ha risvegliato tra gli armeni e nelle comunità della diaspora, memorie e paure mai sopite.

Mario Mauro

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