Giornata ONU contro la criminalità organizzata: si celebrano i 25 anni della Convenzione di Palermo e il metodo “Follow the money” di Giovanni Falcone. Prima di due parti.

  1. Una giornata internazionale ispirata al metodo del follow the money

         Esattamente 25 anni fa, il 12 dicembre 2000, veniva aperta alla firma, a Palermo, la Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale.

         Oggi, la Convenzione di Palermo è divenuta uno strumento autenticamente universale. Per rendersene conto, basta considerare che ad essa aderiscono 194 Parti, a fronte di 193 Stati membri delle Nazioni Unite.

         La data del 15 novembre di ogni anno – che corrisponde al giorno in cui la Convenzione è stata approvata dalle Nazioni Unite a New York – è stata dichiarata “Giornata internazionale per la prevenzione e la lotta contro tutte le forme di criminalità organizzata transnazionale” con la risoluzione 78/267, adottata dall’Assemblea Generale dell’ONU il 21 marzo 2024, la quale rende “uno speciale tributo a “tutte quelle persone, come il giudice Giovanni Falcone, il cui lavoro e sacrificio hanno aperto la strada all’adozione della Convenzione”, e afferma “che la loro eredità continua a vivere attraverso il nostro impegno globale nella prevenzione e nella lotta alla criminalità organizzata”.

         Si tratta di un atto che si pone in forte continuità ideale con la “risoluzione Falcone”: come è noto, è questo il nome con cui la comunicazione istituzionale e i mass media hanno immediatamente presentato la risoluzione 10/4, adottata il 16 ottobre 2020 dalla Conferenza delle Parti della Convenzione di Palermo[1], non solo perché con essa la comunità internazionale rende uno speciale tributo a Giovanni Falcone attraverso un riferimento personale che è rarissimo nell’ambito dei documenti ufficiali delle Nazioni Unite, ma anche perché tutto il complesso delle misure che in essa vengono programmate costituisce l’attualizzazione del suo pensiero, del suo metodo di analisi, del suo impegno civile.

         E proprio ad uno degli aspetti essenziali del “metodo Falcone” fa riferimento il tema di quest’anno della Giornata internazionale per la prevenzione e la lotta contro tutte le forme di criminalità organizzata transnazionale: “Follow the money”.

         L’uso strategico delle indagini bancarie, societarie e patrimoniali è stato alla base del primo processo con cui si è avviata l’era moderna della lotta alla mafia: il processo contro l’imprenditore mafioso Rosario Spatola e altri 119 soggetti, scaturito da tre filoni investigativi riguardanti rispettivamente il traffico internazionale di stupefacenti, il reinvestimento dei suoi profitti e il simulato sequestro del finanziere Michele Sindona.

         La scelta, compiuta nel 1980 dal capo dell’ufficio istruzione del tribunale di Palermo, Rocco Chinnici, di affidare al giudice istruttore Giovanni Falcone il processo Spatola, ha segnato una svolta decisiva nella nostra storia giudiziaria. Con essa, è finita l’epoca delle assoluzioni per insufficienza di prove. E ciò è avvenuto in un periodo storico in cui la scelta di collaborare con la giustizia era ancora del tutto inimmaginabile per gli “uomini d’onore”, tanto che il primo mafioso che intraprese questa strada, Leonardo Vitale, era stato “preso per pazzo”, e non in senso metaforico: era stato infatti ricoverato in stato di detenzione presso il manicomio criminale di Barcellona Pozzo di Gotto. Il seguito del suo percorso esistenziale è stato così riassunto nella sentenza-ordinanza del maxiprocesso: “Scarcerato nel giugno 1984, fu ucciso dopo pochi mesi, il 2 dicembre, mentre tornava dalla Messa domenicale. A differenza della Giustizia dello Stato, la mafia percepì l’importanza delle sue rivelazioni e lo punì inesorabilmente per aver violato la legge dell’omertà”. 

         In mancanza di apporti conoscitivi provenienti dall’interno dell’associazione mafiosa, Giovanni Falcone, che ben conosceva la realtà economico-imprenditoriale siciliana anche per la sua pregressa esperienza di giudice della sezione fallimentare del Tribunale di Palermo, ebbe la grande intuizione di valorizzare un metodo di indagine nuovo, imperniato sulle investigazioni bancarie e patrimoniali, che portavano lontano, verso quel sistema di relazioni su scala globale che faceva di “Cosa Nostra” qualcosa di molto diverso da una semplice gang criminale radicata nel tessuto sociale siciliano.

         Il metodo del “follow the money”, così avviato, venne poi teorizzato da Giovanni Falcone in una sua approfondita riflessione del 1983, in cui segnalava che «il vero tallone d’Achille delle organizzazioni mafiose è costituito dalle tracce che lasciano dietro di sé i grandi movimenti di denaro, connessi alle attività criminose più lucrose», con la conseguenza che «lo sviluppo di queste tracce, attraverso un’indagine patrimoniale che segua il flusso di denaro proveniente dai traffici illeciti, è quindi la strada maestra, l’aspetto decisamente da privilegiare nelle investigazioni in materia di mafia, perché è quello che maggiormente consente agli inquirenti di costruire un reticolo di prove obiettive, documentali, univoche, insuscettibili di distorsioni, e foriere di conferme e riscontri ai dati emergenti dall’attività probatoria di tipo tradizionale»[2].

         Si trattava di un modello investigativo che coniugava efficacemente la massima incisività con un convinto garantismo, e che sin dall’inizio si proiettava su uno scenario internazionale. Sul punto, è particolarmente significativa la ricostruzione così espressa dallo stesso Giovanni Falcone alcuni anni dopo: «la mafia, vista attraverso il processo Spatola, mi apparve un mondo enorme, smisurato, inesplorato (…) nelle carte del processo Spatola era racchiusa una grande realtà da decifrare. Per venirne a capo, adoperai strumenti che già esistevano ma che pochi avevano sufficientemente utilizzato. Un esempio: ma bastava indagare a Palermo, in Sicilia, in Italia? Se la polizia sequestra qui un carico di stupefacenti destinato agli USA – mi chiesi – perché non andare in USA a studiare gli effetti collaterali di quella operazione riuscita?»[3].

  • I sette pilastri del “metodo Falcone” e la scelta di Palermo per la Convenzione ONU

Da quel momento, in effetti, prese il via il “metodo Falcone”, fondato su sette pilastri:

  1. l’intervento patrimoniale, visto come uno snodo essenziale per potenziare l’efficacia dell’approccio giudiziario al fenomeno mafioso, nella sua dimensione imprenditoriale e nel suo collegamento con il traffico internazionale di stupefacenti;
  2. la valorizzazione del ruolo di direzione delle indagini da parte della magistratura, la cui indipendenza e professionalità erano considerate come fattori essenziali per accrescere simultaneamente i profili di efficienza e di garanzia nell’attività investigativa;
  3. il coordinamento delle indagini, da raggiugere anche attraverso innovazioni strutturali capaci di adeguare l’organizzazione della giustizia alle caratteristiche della criminalità organizzata;
  4. una prospettiva di alto profilo istituzionale, volta a sviluppare dinamiche di leale collaborazione tra tutti i poteri dello Stato[4];
  5. l’utilizzazione processuale delle più recenti risorse tecnologiche;
  6. il potenziamento ad amplissimo raggio della cooperazione internazionale, attraverso la costruzione di rapporti di fiducia reciproca tra le autorità di tutti i paesi coinvolti dalle dinamiche della criminalità organizzata.
  7. la visione unitaria e “sistemica” (oggi si direbbe “olistica”) dei fenomeni criminali, compresi fino in fondo nella loro complessità, nelle loro radici socio-culturali[5], nella loro struttura, nel loro tessuto relazionale, grazie essenzialmente a tre fattori:

– una formazione culturale di alto livello dei magistrati, capace di coniugare specializzazione e prospettive interdisciplinari;

– la valorizzazione dell’apporto conoscitivo proveniente da soggetti già inseriti in “Cosa Nostra” e resisi protagonisti di una scelta di collaborazione con la giustizia, da incentivare anche attraverso una gestione congiunta ad opera di più Stati;

– una elevata cultura della prova, che si traduceva in una estensione “a 360 gradi” dell’attività istruttoria, in un coraggioso approfondimento di tutte le prospettive aperte dalle indagini, in un rapporto il più possibile diretto con le fonti di prova, e in una verifica critica estremamente accurata delle dichiarazioni dei pentiti, attraverso la ricerca minuziosa dei riscontri.

E’ questo il metodo su cui si basa l’ordinanza-sentenza predisposta dal pool dell’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, formato da Antonino Caponnetto con Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Leonardo Guarnotta, Giuseppe Di Lello, che nel 1985 ha dato avvio al “maxiprocesso”, grazie al quale l’esperienza italiana della lotta alla mafia ha assunto un valore esemplare in tutto il mondo.

         E proprio “riconoscendo anche l’importanza storica e simbolica di associare la prima Convenzione internazionale contro la criminalità organizzata transnazionale alla città di Palermo, Italia”, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, con la Risoluzione 54/129 del 17 dicembre 1999, ha compiuto la scelta di organizzare a Palermo la Conferenza politica di alto livello finalizzata alla firma della Convenzione.

Antonio Balsamo


[1] V. la lettera dei Ministri degli Esteri, della Giustizia e dell’Interno, “Su quali gambe cammineranno le idee di Falcone”, in Corriere della Sera, 13 dicembre 2020; tra le fonti giornalistiche, v. ad es. A. Ribaudo, L’Onu vota la «risoluzione Falcone». Il metodo del giudice ispirerà la lotta alle mafie del mondo, in www.corriere.it; Mafie, ok a Vienna a “risoluzione Falcone”. La sorella Maria: “Grande traguardo”, in www.repubblica.it .

[2] G. Falcone – G. Turone, Tecniche di indagine in materia di mafia, in Aa.Vv., Riflessioni ed esperienze sul fenomeno mafioso, a cura del Consiglio Superiore della Magistratura, Roma, 1983, p. 46 e ss..

[3] G. Falcone, intervista, in Rapporto sulla mafia degli anni Ottanta, a cura di L. Galluzzo – F. La Licata – S. Lodato, Flaccovio editore, Palermo, 1986.

[4] Era questa la prospettiva in cui mostrava di credere, in uno dei momenti più difficili della storia del nostro paese, Giovanni Falcone, quando alla fine del 1984 scriveva: «ritengo che anche questo tremendo banco di prova per le istituzioni democratiche potrà risolversi in un importante fattore di crescita per la società civile e per la stessa funzionalità complessiva dell’apparato statuale. Dalla iniziale separatezza tra i diversi organismi preposti alla repressione del fenomeno mafioso si è passati in pochissimi anni, superando ostacoli e incomprensioni di ogni genere, a un clima di collaborazione e di reciproca fiducia impensabile fino a poco tempo addietro. E tutto ciò è avvenuto nel pieno, rigoroso rispetto dei reciproci limiti costituzionali» (Emergenza e Stato di diritto; devianze istituzionali e funzione di vigilanza del Consiglio superiore della magistratura, intervento per la Tavola rotonda su «Emergenza e stato di diritto», organizzata a Palermo il 17 dicembre 1984; attualmente, l’intervento è inserito in G. Falcone, La posta in gioco: interventi e proposte per la lotta alla mafia, Rizzoli, Milano, 2010).

[5] Cfr. D. Puccio-Den, The Ethnologist and the Magistrate. Giovanni Falcone’s Investigation into the Sicilian Mafia, in Ethnologie française, 2001, n. 1.

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