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1. Premessa

L’iniziativa legata alla istituzione di una Superlega in ambito calcistico europeo anima il dibattito degli studiosi da più di due anni, vale a dire da quando (18 aprile 2021), a seguito della diffusione di un comunicato ad opera della European Super League Company S.L. — neo-costituita realtà sportiva che intendeva proporre una nuova competizione infrasettimanale governata dai Club fondatori — UEFA, e le Federazioni nazionali di appartenenza dei Club pubblicavano una dichiarazione congiunta, preannunciando come esse, ma anche FIFA e tutte le federazioni affiliate, avrebbero assunte tutte le misure disponibili per ostacolare l’iniziativa, percepita come un “tentativo di scissione e cospirazione” incompatibile con le competizioni UEFA, incluso il divieto per i club in questione di partecipare a qualsiasi altra competizione a livello nazionale, europeo o mondiale, e per i loro giocatori di giocare con le rispettive nazionali.

L’iniziativa determinava la proposizione ad opera del Tribunale di Madrid, l’11 maggio 2021, di un rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia UE volto ad accertare la sussistenza di una delibera di associazione di imprese anticoncorrenziale o di un abuso di posizione dominante, da parte di UEFA e FIFA, quali titolari di diritti economici e televisivi e del potere di impedire che vengano organizzate competizione concorrenti, in violazione degli articoli 101 e 102 TFUE.

Secondo il provvedimento di rinvio FIFA e UEFA, organismi di natura privata, detengono il monopolio per l’autorizzazione e l’organizzazione delle competizioni internazionali di calcio professionistico e l’effettiva applicazione dei divieti e delle sanzioni derivanti dagli Statuti FIFA e UEFA rappresenta un effetto dissuasivo sull’organizzazione di competizioni calcistiche al di fuori dei predetti enti privati, limitando, in ragione della natura e della gravità dei danni che deriverebbero dall’imposizione di sanzioni, la concorrenza nel mercato specifico dell’organizzazione di competizioni di calcio.

Tale abuso si concretizzerebbe, in particolare, nella necessità di ottenere, in applicazione degli statuti FIFA e UEFA, la preventiva autorizzazione alla creazione di competizioni sportive alternative a quelle organizzate da tali organismi, rimettendo alle Federazioni il potere di adottare misure sanzionatorie nei confronti di quelle società calcistiche che non si sottomettano a detta autorizzazione o che violino le determinazioni assunte. L’autorizzazione preventiva, sempre secondo il Tribunale spagnolo, non è soggetta ad alcun tipo di limite, parametro o procedura oggettiva e trasparente, se non al potere discrezionale di entrambe che, in ragione del monopolio nell’organizzazione delle competizioni e nella gestione esclusiva dei ritorni economici derivanti da dette competizioni sportive, hanno un chiaro interesse al rifiuto o all’autorizzazione all’organizzazione di tali competizioni. Si tratterebbe, quindi, di restrizioni ingiustificate e sproporzionate, che hanno l’effetto di restringere la concorrenza nel mercato interno, senza che sia possibile individuare l’interesse generale all’autorizzazione, né tantomeno criteri obiettivi e trasparenti che consentano di escludere discriminazioni e conflitti di interesse nei procedimenti autorizzatori.

2. La decisione della Corte di giustizia sulla violazione degli artt. 56, 101 e 102 TFUE

Con la pronuncia sulla causa C-333/21, la Corte di giustizia ha innanzitutto chiarito come le questioni pregiudiziali sottoposte dal Tribunale di Madrid non riguardano le caratteristiche specifiche del progetto Superlega e la sua compatibilità con il diritto europeo (§§ 80-81), ma interessano in primo lugo la compatibilità del sistema UEFA (e FIFA) di preventiva autorizzazione delle competizioni organizzate da soggetti terzi, oltre che di partecipazione di società e tesserati a tali competizioni, con gli artt. 56, 101 e 102 TFUE. Inoltre (come si vedrà meglio nel § 6), la sentenza analizza la compatibilità del sistema FIFA di commercializzazione dei diritti relativi alle competizioni calcistiche, organizzate da FIFA e UEFA, con gli artt. 101 e 102 TFUE.

La sentenza ricostruisce i principi che sostengono l’applicazione del diritto europeo allo sport (§§82 – 94) ed evidenzia come la notevole importanza sociale e culturale del calcio professionistico, unita all’interesse mediatico che lo accompagna, giustifichi l’adozione di norme comuni nell’organizzazione e svolgimento delle competizioni internazionali, ove intese a garantire l’omogeneità e il coordinamento di tali competizioni all’interno di un calendario unico, nonché a promuovere lo svolgimento di competizioni sportive aperte basate sulle pari opportunità e sul merito sportivo. Premesse che, giova sottolinearlo, si distanziano significativamente dal progetto originariamente presentato e che guardava ad una competizione chiusa e con un calendario sovrapposto a quello di altre competizioni.

Parimenti, si considera legittima, in linea generale, la possibilità di adottare, come fatto da UEFA e FIFA, norme sull’approvazione preventiva delle competizioni e sulla partecipazione dei club e dei tesserati alle stesse, ove volte a garantire il rispetto di regole comuni, non potendosi pertanto affermare che l’adozione di tali norme, la loro attuazione né tantomeno le sanzioni collegate, costituiscano in via di principio un abuso di posizione dominante ai sensi dell’articolo 102 TFUE (§§ 144 –146).

Tuttavia, la legittima adozione o attuazione di tali norme e sanzioni, richiede la preventiva adozione di un quadro di criteri sostanziali e regole procedurali che consentano di qualificare il sistema di preventiva autorizzazione come  trasparente, oggettivo, non discriminatorio e proporzionato. Allo stesso modo le sanzioni devono essere disciplinate nel rispetto dei medesmi criteri nonché determinate nel rispetto del principio di proporzionalità, tenendo in debita considerazione rispetto al singolo caso, la natura, la durata e la gravità della violazione accertata.

La rilevata assenza di questa cornice di principi regolatori (sostanziali e procedurali) della materia, determina che l’adozione e l’attuazione di norme sulla preventiva approvazione delle competizioni, sulla partecipazione alle medesime e sulle relative sanzioni, non possa dirsi trasparente, obiettiva, non discriminatoria e proporzionata, rappresentando, pertanto, un abuso di posizione dominante ai sensi dell’Art. 102 TFUE (§§ 147 –148).

La Corte di giustizia osserva, inoltre, come le norme relative all’approvazione preventiva delle competizioni calcistiche adottate da FIFA e UEFA, sebbene idealmente sostenute dal perseguimento di obiettivi legittimi, in concreto conferiscono alle medesime il potere di controllare e definire le condizioni di accesso al mercato di riferimento per qualsiasi impresa potenzialmente concorrente, assecondando una finalità anticoncorrenziale che risulta vieppiù rafforzata dalle norme sulla partecipazione delle società e dei tesserati a tali competizioni e dalle relative sanzioni, stante l’assenza di restrizioni, obblighi e controlli che ne possano garantire la trasparenza, l’oggettività, la precisione e il carattere non discriminatorio.

Ancora una volta, la mancanza di un quadro di principi definiti ex ante, porta a ritenere che le norme in questione determinino un pregiudizio per la concorrenza e violino il divieto previsto dall’Art. 101, par. 1, TFUE, costituendo una decisione di associazioni di imprese avente per oggetto la restrizione della concorrenza, nella misura in cui consente a UEFA e FIFA di impedire a qualsiasi impresa che intenda organizzare una competizione potenzialmente concorrente di accedere alle risorse disponibili sul mercato, vale a dire i club e ai calciatori.

Speculari le conclusioni a cui perviene la Corte di giustizia, allorquando affronta il tema della compatibilità del sistema UEFA e FIFA di preventiva autorizzazione e relative sanzioni con gli articoli del Trattato in tema di libera prestazione dei servizi ex art. 56 TFUE (§§ 244 – 245), ritenendo, in piena coerenza con i rilievi già svolti rispetto all’assenza di criteri sostanziali e procedurali (idonee a garantire trasparenza, oggettività, non discriminatorietà e proporzionalità) ed al carattere discrezionale del controllo esercitato, che anche tale violazione sia integrata. Infatti, a giudizio della Corte tali norme si palesano all’atto pratico volte ad ostacolare tanto la possibilità per qualsiasi impresa terza di organizzare e commercializzare competizioni calcistiche tra club sul territorio dell’Unione europea, quanto la opportunità per qualsiasi società di calcio professionistica europea di partecipare a tali competizioni, nonché più in generale la possibilità per qualsiasi altra impresa di fornire servizi connessi all’organizzazione o alla commercializzazione di tali competizioni.

Per ciascuna delle violazioni della concorrenza rilevati la Corte ha introdotto il tema delle possibili cause di giustificazione, sebbene l’analisi della questione sia rimessa al giudice del rinvio, vale a dire al Tribunale di Madrid, di fronte al quale UEFA e FIFA saranno chiamate a dimostrare, in via generale, che la condotta posta in essere sia in grado di produrre efficienze tali da compensare gli eventuali effetti anticoncorrenziali sui consumatori, senza imporre restrizioni non indispensabili per il loro raggiungimento e senza eliminare ogni concorrenza effettiva per una parte sostanziale dei prodotti o servizi in questione. Sotto il profilo, invece, della limitazione della libera prestazione dei servizi, la compatibilità con il diritto europeo presuppone,  da un lato, che la loro adozione è giustificata da un obiettivo legittimo di interesse pubblico e, dall’altro, che tali restrizioni rispettino il principio di proporzionalità.

3. La incompatibilità del sistema FIFA di commercializzazione dei diritti relativi alle competizioni calcistiche, organizzate da FIFA e UEFA, con gli artt. 101 e 102 TFUE

Per quanto riguarda, infine, l’ulteriore questione pregiudiziale sollevata dal tribunale madrileno e relativa alle norme FIFA che identificano la UEFA e le federazioni nazionali che ne sono membri come proprietari unici di tutti i diritti derivanti dalle competizioni che si svolgono nell’ambito delle rispettive giurisdizioni, così assumendosi la responsabilità esclusiva della loro commercializzazione, la Corte è assolutamente perentoria nel rilevarne l’illegittimità, tanto più che la loro operatività risulta connessa alle norme sulla previa autorizzazione, sulla partecipazione e sulle sanzioni, per le quali si è già giunti a conclusioni analoghe.

Nella misura in cui sia i club che partecipano alle competizioni sia qualsiasi altro organizzatore di competizioni alternative vengono privati da tali norme della titolarità originaria dei diritti connessi allo sfruttamento commerciale delle competizioni calcistiche, escludendo qualunque altra alternativa al modello proposto, tali disposizioni devono considerarsi restrittive della concorrenza ai sensi dell’art. 101 TFUE, ed integranti un abuso di posizione dominante ai sensi dell’Art. 102 TFUE,

Anche in questo caso, sarà il giudice del rinvio a dover valutare l’eventuale esistenza delle cause di giustificazione, secondo una valutazione che si presenta particolarmente interessante, ove si osservi che già nel corso del giudizio davanti alla Corte, l’UEFA e la FIFA, con il supporto di diversi governi nazionali e della Commissione, hanno sostenuto che tali norme consentono: (i) di realizzare incrementi di efficienza contribuendo a migliorare sia la produzione che la distribuzione, riducono significativamente i costi di transazione e l’incertezza che gli acquirenti si troverebbero ad affrontare se dovessero negoziare caso per caso con i club partecipanti, che potrebbero anche avere posizioni e interessi divergenti; (ii) di destinare agli utenti una congrua parte dell’utile che sembra derivare dai descritti incrementi di efficienza agli utenti, incluso il finanziamento, ad opera di UEFA e FIFA, di progetti di ridistribuzione solidaristica dei proventi a favore di tutte le altre società di calcio, siano esse professionistiche o dilettantistiche, degli atleti, del calcio femminile, dei giovani calciatori e per tale, a tutte le categorie interessate al calcio, inclusi i tifosi, i consumatori, e tutti i cittadini dell’UE coinvolti nel calcio amatoriale.

In argomento, è difficile negare che la sostenibilità complessiva del calcio poggia sull’effetto positivo che le competizioni internazionali generano verso i club professionistici e dilettantistici minori che, pur non partecipando, si giovano di tali risorse investendo nel reclutamento e nella formazione dei giovani giocatori, generando un beneficio sociale e diffuso indipendentemente dall’approdo di tali calciatori al professionismo e alle competizioni di vertice. Tuttavia, sarà il giudice del rinvio che dovrà verificare, non solo l’attendibilità dei numeri nel loro rapporto con una distribuzione complessiva, ma soprattutto che le norme in questione siano indispensabili per ottenere i benefici, rectius gli incrementi di efficienza, e la ridistribuzione solidaristica di una parte congrua degli utili generati dalla commercializzazione centralistica di tali competizioni.

4. Conclusioni

La sentenza della Corte di Giustizia è stata salutata da molti come rivoluzionaria soprattutto guardando alle sue implicazioni economiche ed al diverso potere negoziale e politico che avranno i club, legittimati ad assumere, con rinnovata forza, iniziative autonomiste.

Dal punto di vista giuridico, fermo restando che nessuno (nemmeno l’Avvocato generale Rantos nelle sue conclusioni) ha mai sollevato dubbi sul diritto dei club fautori della Superlega di istituire una propria competizione calcistica indipendente, stupisce il tenore perentorio con cui viene rilevata l’illegittimità delle attuali norme sulla autorizzazione preventiva, pur essendo un perno della concezione piramidale e verticistica nell’organizzazione delle competizioni sportive all’interno del c.d. movimento olimpico.

La sentenza concentra la propria attenzione sulle violazioni delle concorrenza e della libera prestazione dei servizi, temi classici del diritto europeo, senza concedere alcuno spazio alla ricostruzione di un presunto modello sportivo europeo, né all’idea che per tale via lo sport sia esentato dal rispetto di alcune disposizioni del diritto unionale, così come nessuna attenzione è riservata alle caratteristiche effettive o potenziali della eventuale competizione antagonista.

Purtuttavia, nella trama complessiva della sentenza è dato rilevare come, da un lato, un sistema di preventiva autorizzazione istituito da una federazione internazionale possa essere ritenuto compatibile con il diritto europeo, purché venga previamente definito un quadro di criteri sostanziali e procedurali che siano in grado di garantire, con trasparenza e obiettività, che l’esercizio di tale potere non sia discriminatorio e arbitrario; dall’altro lato, il tenore complessivo dei continui richiami ai valori di apertura delle competizioni, del merito e della solidarietà, avrebbero consentito di ritenere, in presenza della richiesta cornici di principi, comunque esclusa l’autorizzazione di un progetto chiuso ed elitario, come quello da cui la vicenda ha preso le mosse.

Anche alla luce di tali osservazioni appare davvero difficile ipotizzare quali saranno le conseguenze della descritta decisione sulla governance del calcio professionistico europeo e mondiale, ma non sarebbe così stupefacente se, piuttosto che ad una dissoluzione dell’attuale modello. si dovesse arrivare ad un riassetto che aiuti i principali club, attualmente organizzati nell’ECA, ad avere un maggior peso nella definizione dei format e nella distribuzione dei ricavi, rimanendo saldamente all’interno della FIFA e delle sue competizioni, mosse dall’intento comune di preservare l’egemonia, ampiamente corroborata dai numeri, che il calcio europeo esercita a livello globale e che soprattutto la FIFA sembra intenzionata a riequilibrare.   

Aniello Merone
Professore Associato di Diritto processuale civile presso l’Università Europea di Roma

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