Pubblichiamo di seguito, con alcuni adattamenti, il saluto introduttivo di Filippo Vari, ordinario di Diritto costituzionale nell’Università Europea di Roma e membro del Consiglio di Presidenza della Corte dei conti, al Corso La deontologia professionale, organizzato dalla Scuola di Alta Formazione della Corte dei conti “Francesco Staderini”, a Roma il 1° e 2 ottobre 2025.

Sin dall’insediamento del Consiglio direttivo della Scuola di Alta Formazione “Francesco Staderini” della Corte dei conti, è stata viva e forte l’intenzione di porre la massima attenzione sui problemi deontologici. Ci sono tante questioni, alcune delle quali verranno affrontate e risolte dal legislatore nell’ambito del processo di riforma della Corte dei conti, che tocca anche i profili disciplinari.

I problemi sono molto complessi, come sappiamo tutti, anche noi chiamati, nelle nostre funzioni in seno al Consiglio di Presidenza, a esprimerci sui profili disciplinari. Oggi cominciamo un percorso di riflessione comune, che richiederà inevitabilmente altre tappe. Però, è importante che sia chiaro un punto, nonostante i poteri e conseguentemente gli interventi del Consiglio siano piuttosto limitati in materia disciplinare e sempre guidati dalla virtù della prudenza: la questione deontologica riveste per il Consiglio di Presidenza e, dunque, per la Corte dei conti la massima importanza ed è fondamentale che di ciò vi sia consapevolezza di tutti in quella che talora viene chiamata la grande famiglia della Corte dei conti.

Molte e profonde riflessioni emergeranno dall’incontro odierno. Vorrei ringraziare di cuore tutti gli autorevolissimi giuristi che hanno accettato di prendere la parola. Dalle loro considerazioni emergerà un insieme di profili utili per aiutare i magistrati della Corte a capire come orientarsi e comportarsi in una società sempre più complessa per alcuni aspetti e sempre più destrutturata per altri.

Un esempio luminoso in proposito può venire dalla figura del beato Rosario Livatino, del quale in questi giorni ricorre il 35° anniversario del martirio per la giustizia. Livatino ha scritto poco; ci sono rimaste solo due conferenze, facilmente accessibili su Internet. Da esse emerge, però, un quadro molto bello del magistrato.

Quanto all’esercizio delle funzioni magistratuali, in un periodo in cui da tempo si affermava l’idea che “vuole, esaltando il potere di interpretazione della legge, tracciare un nuovo rapporto” tra il ruolo del giudice e “il divenire della società”,[1] Livatino ricorda, invece, che il giudice “altro non è che un dipendente dello Stato, al quale è affidato lo specialissimo compito di applicare le leggi, che quella società si dà attraverso le proprie istituzioni”. In sostanza, afferma Livatino, è il giudice che deve piegare “ancora le proprie convinzioni alla legge e non questa a quelle”.[2]

Quanto invece ai profili extrafunzionali, Livatino analizza anche la questione, che verrà trattata nel corso dei nostri lavori, del rapporto tra giudice e “adesione a partiti politici, gruppi, associazioni”.

È bello, infine, ricordare questo insegnamento profondamente attuale di Livatino: “L’indipendenza del giudice … non è solo nella propria coscienza, nella incessante libertà morale, nella fedeltà ai principi, nella sua capacità di sacrifizio, nella sua conoscenza tecnica, nella sua esperienza, nella chiarezza e linearità delle sue decisioni, ma anche nella sua moralità, nella trasparenza della sua condotta anche fuori delle mura del suo ufficio, nella normalità delle sue relazioni e delle sue manifestazioni nella vita sociale, nella scelta delle sue amicizie, nella sua indisponibilità ad iniziative e ad affari, tuttoché consentiti ma rischiosi, nella rinunzia ad ogni desiderio di incarichi e prebende, specie in settori che, per loro natura o per le implicazioni che comportano, possono produrre il germe della contaminazione ed il pericolo della interferenza; l’indipendenza del giudice è infine nella sua credibilità, che riesce a conquistare nel travaglio delle sue decisioni ed in ogni momento della sua attività”. Dunque, “solo se il giudice realizza in se stesso queste condizioni, la società può accettare che gli abbia sugli altri un potere così grande come quello che ha… Un giudice siffatto è quello voluto dalla umanità di sempre, configurato in ogni ordinamento dello Stato di diritto, esaltato nella Carta costituzionale. Sotto questo aspetto, pertanto, può ben concludersi che non vi può essere relazione alcuna fra l’immagine del magistrato e la società che cambia, nel senso che la prima non dovrà subire modificazione alcuna, quali che siano i capricci di costume della seconda: il giudice di ogni tempo deve essere ed apparire libero ed indipendente, e tanto può essere ed apparire ove egli stesso lo voglia e deve volerlo per essere degno della sua funzione e non tradire il suo mandato”.[3]


[1] Il ruolo del Giudice nella società che cambia, Conferenza tenuta dal giudice Rosario Livatino il 7 aprile 1984 presso il Rotary Club di Canicattì.

[2] Il ruolo del Giudice nella società che cambia, cit.

[3] Il ruolo del Giudice nella società che cambia, cit.

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