di Daniele Onori

Ci sono libri su san Francesco che lo spiegano, lo raccontano, lo rendono oggetto di edificazione. E poi ci sono libri più rari, che lasciano che sia Francesco a interrogare noi. La ferita, la letizia. Faccia a faccia con San Francesco di Davide Rondoni appartiene a questa seconda specie, e proprio qui sta la sua grandezza.

Rondoni compie qualcosa di raro: non scrive semplicemente un libro su Francesco, ma crea lo spazio perché Francesco torni a parlare al presente. Questo gesto ha un valore insieme poetico e filosofico. Perché la verità, qui, non è esposta come dottrina, ma cercata in un dialogo vivo, quasi socratico.

Il dialogo immaginario con il santo è un’invenzione felicissima. Non artificio letterario, ma forma adeguata a un contenuto che non potrebbe vivere in un semplice saggio. Come in Platone la verità emerge nell’incontro, così qui nasce in un faccia a faccia. E il grande merito di Rondoni è non usare Francesco come figura edificante o simbolo morale, ma trattarlo come presenza destabilizzante, come scandalo vivente.

Si conferma qui una qualità che rende Rondoni una voce singolare nella cultura italiana contemporanea: la capacità di tenere insieme pensiero e canto, rigore spirituale e slancio poetico. In un tempo in cui molta letteratura ha perso profondità e molta scrittura religiosa ha smarrito bellezza, Rondoni mostra che la parola può ancora pensare poeticamente.

Il cuore del libro è già nel titolo: ferita e letizia. Nelle mani di un autore minore sarebbero un ossimoro suggestivo; in Rondoni diventano una chiave metafisica. La ferita è il punto in cui il reale ci tocca e ci apre; la letizia è la gioia che nasce proprio da quella apertura. Qui il libro raggiunge una tesi profondamente cristiana e insieme radicalmente filosofica: il dolore non è solo privazione, ma può essere luogo di rivelazione.

Da questa intuizione si diramano almeno tre grandi nuclei di pensiero.

La povertà come critica metafisica del possesso

Nel ritratto che Rondoni offre di Francesco, la povertà non coincide affatto con un ideale di mortificazione o con un culto della privazione. Non è elogio della mancanza, né rifiuto del mondo materiale. Al contrario, nasce da una percezione intensificata del reale. Francesco non rinuncia alle cose perché siano cattive o illusorie, ma perché scopre che il rapporto vero con esse non è quello del possesso.

Qui si apre il nucleo ontologico del discorso: l’errore che Francesco smaschera è pensare che essere significhi possedere, che il rapporto originario tra l’io e il mondo sia appropriazione. È un errore metafisico prima che morale. Significa credere che il reale sia qualcosa che si può trattenere, dominare, ridurre a oggetto disponibile. Ma per Francesco il mondo non è un insieme di cose da controllare; è una presenza da accogliere. Il creato non è materia inerte consegnata alla volontà del soggetto, ma dono.

La povertà, allora, diventa il gesto con cui l’io rinuncia all’illusione di fondarsi da sé come padrone del reale. È una critica radicale dell’autosufficienza del soggetto. Non dice semplicemente: “possiedi meno”, ma più profondamente: “non sei il proprietario dell’essere”. Persino la vita non è possesso; è ricevuta. E ciò che è ricevuto non può essere dominato senza essere, in qualche modo, tradito.

La letizia come categoria conoscitiva

Questo è forse il punto più sorprendente e filosoficamente più radicale: la letizia non come conseguenza del conoscere, ma come sua condizione originaria. Non un sentimento che sopraggiunge dopo aver colto il vero, ma una modalità attraverso cui il vero stesso si lascia cogliere.

Gran parte della modernità ha pensato la conoscenza sotto il segno della distanza, della neutralità, persino del sospetto. Conoscere significa oggettivare, separare il soggetto dall’oggetto, disciplinare il reale nel concetto. In questo orizzonte, la gioia appare al massimo come effetto collaterale della verità raggiunta una soddisfazione, un appagamento, un esito.

Qui, invece, il movimento si rovescia: la gioia non segue la verità, la rende accessibile.

Perché la letizia, in questo senso, non è euforia o disposizione emotiva favorevole; è una forma di apertura all’essere. È il segno che il soggetto non si pone davanti al reale in atteggiamento di appropriazione o difesa, ma di consenso, di ospitalità, quasi di gratitudine originaria. E questa apertura conosce più profondamente di uno sguardo puramente analitico.

Si conosce davvero solo ciò che si ama non significa che l’amore sostituisca il rigore del pensiero, ma che senza una qualche partecipazione affettiva il reale resta esterno, muto, ridotto a oggetto. Si può descrivere qualcosa senza conoscerla veramente. Si può definire la vita senza comprenderla. Si può persino pensare Dio, il bene, l’altro, senza mai incontrarli.

Amare, qui, significa lasciar apparire ciò che una relazione di dominio nasconde.

In questo senso la letizia diventa categoria conoscitiva: non emozione privata, ma organo di accesso alla verità.

È un’intuizione che corregge profondamente una certa genealogia moderna del sapere. Dove il sospetto ha spesso pensato che per conoscere occorra smascherare, decostruire, demistificare, qui si suggerisce che esiste una conoscenza che nasce non dal sospetto ma dalla benevolenza verso il reale. Non meno critica, ma più originaria.

E questo tocca direttamente il nichilismo contemporaneo.

Perché il nichilismo, in fondo, non è solo la tesi teorica che il mondo manchi di senso; è l’impossibilità di fare esperienza del senso. È una crisi del rapporto con il reale. Il mondo appare opaco, intercambiabile, privo di peso. Nulla vale davvero.

Ma se la letizia è una forma di conoscenza, allora essa diventa una risposta a questa desertificazione. Perché mostra che il senso non si aggiunge dall’esterno al reale: emerge in un certo modo di guardarlo.

La gioia, in questo quadro, è quasi una confutazione vissuta del nulla.

Non dice astrattamente che il nichilismo è falso; rende esperibile che il reale eccede il nulla.

Qui c’è anche una critica implicita a una ragione ridotta a pura diagnosi. Una ragione che sa soltanto smontare finisce spesso per non sapere più vedere. La letizia restituisce alla conoscenza una dimensione contemplativa: il vero non è soltanto ciò che si dimostra, ma anche ciò che si riconosce.

Questo ha una risonanza profondissima: il sapere non nasce solo dall’intelligenza che analizza, ma da una simpatia ontologica con ciò che è.

Si potrebbe persino dire che la letizia è la forma affettiva della verità.

Per questo essa corregge il nichilismo non opponendogli un sistema, ma un’esperienza. Dove il nichilismo dice: nulla ha senso, la letizia mostra: il senso si manifesta a chi entra in rapporto amante col reale.

Ed è forse questo il punto più audace: non si vede il bene e poi lo si ama; in qualche misura lo si vede perché lo si ama.

Una tesi che non indebolisce la conoscenza, ma la radicalizza. Perché suggerisce che la verità non è pienamente accessibile a uno sguardo freddo, ma domanda una conversione dello sguardo.

Non solo pensare il reale, ma esserne lietamente toccati.

Il dialogo con Francesco come giudizio sul presente

Il libro non guarda al Medioevo con nostalgia; usa Francesco per giudicare il nostro presente: il possesso elevato a misura di libertà, l’ecologia ridotta a ideologia, la perdita del senso della gratuità.

E qui si vede un altro grande merito di Rondoni: restituire Francesco non come santo pacificato, ma come forza radicale che mette in crisi il nostro modo di vivere.

Il vero elogio che si può fare a Rondoni è proprio questo: non usa Francesco per sostenere una tesi personale; si lascia convertire dalla sua presenza. E il lettore con lui.

Certo, si potrebbe osservare che la forma visionaria e poetica, talvolta, tende a sublimare il personaggio storico. Chi cerca un impianto più filologico potrebbe desiderare maggiore attrito con il Francesco documentario. Ma è un limite solo apparente, perché il progetto del libro è un altro: non ricostruire, ma incontrare.

Se dovessi riassumerne il centro direi così: è un libro che usa san Francesco per porre una domanda metafisica decisiva si può abitare il mondo senza possederlo?

Ed è una domanda enorme.

Rondoni, poeta autentico prima che autore spirituale, ricorda qui che la letteratura più alta non consola semplicemente: ferisce e illumina.

Non una biografia, non un saggio devozionale, ma quasi un piccolo trattato in forma di incontro. Un libro notevole, che conferma Davide Rondoni come una delle voci poeticamente e spiritualmente più alte della cultura italiana contemporanea.

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