A cento anni dalla nascita di Nicola Matteucci, un convegno a Bologna ne ripercorre il pensiero liberale, dal costituzionalismo alla lezione di Tocqueville. Seconda parte

Francesco M. Civili, Professore di Filosofia presso lo Studio teologico del Seminario Patriarcale di Venezia
Daniil Bersenev, Dottore magistrale in Scienze filosofiche

Il costituzionalismo. Matteucci è un estimatore del costituzionalismo atlantico: infatti, egli studia con grande interesse fenomeni storici come la Rivoluzione americana, le riforme di Enrico II d’Inghilterra (che portano alla nascita del sistema giudiziario accusatorio e al primo manuale legale scritto, che è alla base dell’odierna Common Law) o la nascita del Bill of Rights (1791); legge autori come Edward Coke, John Locke, Charles Louis de Montesquieu o storici come Charles McIlwain, di cui ha tradotto per Il Mulino il celebre saggio Constitutionalism: Ancient and Modern (1940).[1] Matteucci sostiene l’idea che la Costituzione e la legge debbano arginare il potere e questo lo porta a scontrarsi con Norberto Bobbio, massimo esponente italiano del positivismo giuridico:[2] se Bobbio afferma che la scienza giuridica debba essere “avalutativa” attraverso la scissione di “fatti” e “valori”, Matteucci ritiene che ciò sia impossibile, perché la “descrizione” in campo giuridico presuppone inevitabilmente un giudizio di valore; se Bobbio riconduce l’origine della legge al potere del legislatore, Matteucci mantiene l’attenzione sulla Corte costituzionale e sul potere giudiziario; se Bobbio considera Hobbes un suo autore di riferimento, Matteucci segue autori liberali come Locke; se per Bobbio il termine “costituzione” è assolutamente neutrale perché tutti i tipi di Stato (liberali e illiberali) hanno norme fondamentali, per Matteucci il termine “costituzione” indica proprio il limite giuridico del potere; se la scienza giuridica di Bobbio si fonda su un volontarismo, quella di Matteucci su un razionalismo. Il politologo bolognese analizza meticolosamente il ruolo della Corte costituzionale, perché appartiene a un sistema che intende davvero realizzare il governo delle leggi (rule of law), e questo spiega anche la sua attenzione al potere giudiziario, che Matteucci non vuole assolutamente contrapporre a quelli politici (esecutivo e legislativo), poiché tutti e tre sono essenziali per il corretto funzionamento della democrazia liberale, ma piuttosto mira a sottolineare la fondamentale distinzione tra “diritto” e “politica”, tra iurisdictio (incarnato nel potere giudiziario) e gubernaculum (incarnato nel potere politico). Per Matteucci, è necessario che la ragione della Legge non venga prevaricata dall’arbitrio del potere e la Corte costituzionale è «un istituto anomalo rispetto alla tradizione positivistica»,[3] in quanto custode della legge fondamentale: ciò posiziona il costituzionalismo sulla linea del giusnaturalismo, dato che «afferma l’esigenza di rendere superiori e immodificabili le norme fondamentali».[4] Naturalmente, da liberale, Matteucci non approda a un giusnaturalismo “classico” come quello affermato da giuristi cattolici, ma piuttosto a quello “moderno”: per lui, il diritto naturale è costituito da «princìpi di ragione comuni a tutti gli uomini»[5] e questa concezione è perfettamente in linea con quella di autori come Immanuel Kant. Matteucci è un laico, ma crede nell’importanza della religione nella sfera pubblica e vede nella Chiesa cattolica un ottimo interlocutore; tuttavia, proprio per la diversa visione politico-giuridica, egli crede in un bene comune diverso da quello della Chiesa: se per quest’ultima il fondamento del bene comune è etico-religioso, per lui è giuridico – il bene comune sta nel diritto, nella iurisdictio. Come ricorda Angelo Panebianco, Matteucci conosce bene le pubblicazioni di Raymond Aron e di Isaiah Berlin, anche se non scrive nulla su di loro; in particolare, Matteucci e Aron sono due appassionati lettori di Tocqueville e condividono la stessa visione della democrazia, ma mentre Matteucci la sviluppa attraverso i suoi studi sul costituzionalismo, Aron la delinea leggendo i Founding Fathers degli Stati Uniti d’America.

L’opposizione al populismo e alle ideologie. Come già anticipato prima, Matteucci è estremamente ostile alle ideologie e ai populismi, poiché rifiutano il confronto con posizioni opposte alle proprie. Come sottolinea Vincenzo Olita, il populismo non è un fenomeno degli ultimi trent’anni, come si vuole sostenere mediaticamente, ma ha radici antichissime: dalla “oclocrazia” (per dirla à la Polibio) di Atene dopo la morte di Pericle (429 a.C.) alle clientele dei cosiddetti “signori della guerra” (Mario, Silla, Pompeo, Cesare, Crasso etc.), durante la crisi della Repubblica romana nel I secolo a.C. Di questo Matteucci è ben consapevole e, non a caso, nel suo saggio Dal populismo al compromesso storico (1976), egli individua tre ondate populistiche avvenute in Italia nel XX secolo: la prima è caratterizzata dal movimento interventista del 1915, appoggiato anche dal governo Salandra, la seconda è incarnata nel Fascismo, mentre la terza trova espressione nel movimento studentesco del Sessantotto. Matteucci avrà a che fare con le proteste degli studenti della Facoltà di Scienze Politiche di Bologna e, coerentemente alla sua filosofia della pratica, si confronterà con loro, spendendo anche pomeriggi interi nelle aule dell’università. La spinta rivoluzionaria del Sessantotto porta il politologo bolognese a scrivere Il liberalismo in un mondo in trasformazione (1972), in cui sviluppa una teoria critica di matrice liberale: Matteucci, infatti, è ostile al capitalismo in quanto ideologia ed è ostile anche all’utilitarismo, cioè all’idea individualistica di orientare la propria azione secondo i propri bisogni e i propri interessi (Hobbes, Mandeville, Bentham etc.), perché tutto ciò porta al conformismo di massa predetto da Tocqueville. Pertanto, Matteucci accoglie la critica dei sessantottini verso la società industriale del secondo dopoguerra, che ha come riferimento culturale la prima generazione della Scuola di Francoforte (Adorno, Horkheimer e Marcuse), ma, allo stesso tempo, rigetta la loro spinta irrazionalistica, che, come scriverà nella prefazione alla seconda edizione (1998) di Il liberalismo in un mondo in trasformazione, «negli altri Paesi venne ben presto riassorbita, mentre in Italia ancora domina i comportamenti politici, ancora ispira in larga parte i mezzi di comunicazione di massa».[6]

Il liberismo. Come testimonia lo stesso Carlo Galli, Matteucci è molto ostile allo Stato assistenzialista perché ostacola la libertà individuale, crogiolando l’uomo nel benessere e privandolo del senso di responsabilità, ma è anche ostile al corporativismo ottuso, che mina l’unità universalistica dello Stato. Matteucci conosce bene il celebre dibattito tra Benedetto Croce e Luigi Einaudi, che viene poi raccolto nel volume Liberismo e liberalismo:[7] pur non condividendo in toto il liberismo di Einaudi, il politologo bolognese è d’accordo con l’economista piemontese riguardo all’idea che le dinamiche di mercato siano fondamentali per tutelare la libertà individuale e ritiene che Croce abbia sottovalutato il valore del libero mercato, affermato da Einaudi. Durante la sua vita, Matteucci si confronta con molti economisti, tra cui gli esponenti della Scuola Austriaca (Carl Menger, Ludwig von Mises, Friedrich von Hayek), ma anche Amartya Sen, nonostante non sia d’accordo con la visione dell’economista indiano.

Matteucci descrive il nostro mondo “in trasformazione” e possiamo dire con certezza che quella mutazione sia tuttora in corso. In questi ultimi sei anni, abbiamo assistito a una pandemia, a un’ulteriore diffusione della guerra (in Ucraina e in Medio Oriente), a crisi economiche ed energetiche e all’ascesa dell’AI, tutti eventi che svelano sia quanto la libertà umana sia fragile sia quanto la dignità umana sia costantemente sotto attacco da più fronti. L’irruzione della paura e dell’incertezza nelle nostre società è accompagnata dal ritorno di populismi di ogni colore politico con le loro “utopiche” promesse di sicurezza, di un nuovo mondo o di una nuova umanità, in cambio però di una cieca obbedienza alla loro agenda politica. In tale contesto, la figura di Nicola Matteucci può essere ancora oggi un faro attraverso la tempesta, affinché non si perda l’esercizio responsabile della nostra libertà e la fedeltà ai principi di una società liberale e democratica.


[1] Cfr. C. H. McIlwain, Costituzionalismo antico e moderno, a cura di N. Matteucci, Il Mulino, Bologna 1990.

[2] A riguardo, vi è il famoso dibattito tra Nicola Matteucci e Norberto Bobbio raccolto nel volume: N. Matteucci-N. Bobbio, Positivismo giuridico e costituzionalismo, Morcelliana (Scholé), Brescia 2021. Nel suo intervento del 1963, Matteucci arriva addirittura ad anticipare elementi del neocostituzionalismo che si svilupperà in Occidente a partire dalla metà degli anni Settanta.

[3] Cfr. N. Matteucci, Positivismo giuridico e costituzionalismo, in N. Matteucci-N. Bobbio, Positivismo giuridico e costituzionalismo, p. 92.

[4] Cfr. Ivi, p. 97.

[5] Cfr. Ibidem.

[6] Cfr. N. Matteucci, Il liberalismo in un mondo in trasformazione, pp. 9-10.

[7] Cfr. B. Croce-L. Einaudi, Liberismo e liberalismo, Società Aperta, Sesto San Giovanni (MI) 2021.

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