La commedia intitolata La brocca rotta (1802) di Heinrich von Kleist si basa sul mito di Edipo: così come il sovrano che ricerca l’origine della furia degli dèi che si è abbattuta sulla sua Tebe per poterla punire, scoprendo infine che il vero colpevole è lui stesso, anche il giudice Adam (l’allusione al progenitore di tutta l’umanità non è affatto casuale) si trova a dover presiedere il processo per identificare il colpevole che ha rotto la preziosa brocca del titolo. Evidentemente, il colpevole è lo stesso giudice, che ora tenta con ogni mezzo di ostacolare l’indagine per nascondere la verità.

La Brocca Rotta di Heinrich von Kleist rappresenta un’esemplare commedia che denuncia gli abusi di potere. Ambientata nel villaggio olandese di Huisum, poco distante da Utrecht, questa opera mette in risalto le pratiche corrotte e oppressorie dei funzionari pubblici prussiani del XIX secolo nei confronti della classe contadina. Il giudice Adam emerge come l’incarnazione perfetta del magistrato falsificatore e depravato, manipolatore della giustizia a proprio vantaggio.

Tutto ha inizio con la presentazione della denuncia da parte della signora Marta, la quale lamenta la rottura della sua preziosa brocca, un antico oggetto di grande valore familiare. La richiesta di risarcimento viene portata davanti al giudice Adam, dove si presentano le varie parti coinvolte: oltre alla signora Marta, vi sono sua figlia Eva e il suo fidanzato, il caporale Ruprecht, il quale è accusato di aver commesso l’atto illecito. Il dibattimento che segue è particolarmente insolito: il pretore si presenta senza la sua consueta parrucca e mostra evidenti ferite alla testa e al piede sinistro. L’intera udienza si svolge alla presenza dell’ispettore delle Province Unite, inviato appositamente da Utrecht per garantire la correttezza dei procedimenti giudiziari.

 “Non è niente – si giustifica il giudice – sono caduto questa mattina, mentre mi alzavo dal letto”. Una tesi, che però non sembra convincere a pieno né il suo assistente, il ligio Lume né il consigliere di giustizia.

Durante il procedimento giudiziario, l’accusa portata avanti dalla signora Marta nei confronti di Ruprecht, il quale è sospettato di essere entrato illegalmente nella sua residenza e di aver danneggiato l’antica brocca, comincia a perdere consistenza grazie al resoconto di Eva. Quest’ultima, scagionando il suo fidanzato, indica un’altra persona come colpevole, senza però rivelarne l’identità. La giovane racconta di un individuo che si è introdotto con violenza nella sua camera, cercando di costringerla a compiere atti indesiderati, ma è stato interrotto dall’arrivo fortuito del suo compagno, il quale lo ha fatto fuggire precipitosamente dalla finestra per evitare di essere scoperto.

Un momento di silenzio cala nell’aula del tribunale, poiché la rivelazione della giovane mette in discussione seriamente la reputazione della ragazza. L’intervento cruciale viene dall’altra testimone, la signora Brigida, che testimonia di essere stata testimone quella stessa notte di un individuo dall’aspetto demoniaco, completamente calvo e con un piede dalla forma equina, coincidente con la precisa descrizione del giudice Adam. Tale testimonianza getta un’ombra di sospetto sul magistrato stesso, che presenta le stesse ferite inflitte da Ruprecht all’uomo fuggito dalla casa della fidanzata.

A intrappolare ineluttabilmente il giudice sarà la sua parrucca, trovata dalla donna incastrata nelle vite sotto il balcone di Eva. E al giudice corrotto non resta che fuggire via dall’aula, per evitare una pesante condanna e la furia collettiva.

L’uso simbolico ed esoterico di una brocca risale fin all’Antico Testamento (Geremia 19) dove l’Eterno distrugge una città di peccatori, e manda Geremia a spezzare una brocca come gesto simbolico della potenza di Dio.

Un intricato meccanismo cronometrico danza sull’arduo tema della giustizia e della pervasiva presenza del male. Nel dipanarsi di questo intricato tessuto concettuale, il male è personificato da una serie di sottili allusioni che convergono nella figura del Diavolo, mentre la giustizia è affrontata con il riconoscimento della sua intrinseca impossibilità. Si delinea così una temibile e inquietante antitesi, dove il bene e il male si intrecciano in un amalgama comico e dove l’esercizio della giustizia si trasforma in un perpetuo gioco di inganni.

Ma cosa si cela dietro l’Inganno? Tale domanda non ammette una risposta immediata e ha alimentato lunghe riflessioni da parte degli studiosi attraverso i secoli. L’Inganno si manifesta nell’abilità di presentare false verità a vantaggio del suo artefice? Questa definizione, a prima vista, può sembrare appropriata, ma richiede una più attenta considerazione: prestigiatori e mentalisti spesso si avvalgono dell’inganno per le loro performance. Ma sarebbero essi dunque dei menzogneri? Un analogo dilemma emerge nel contesto teatrale, dove gli attori, interpretando ruoli, rappresentano una realtà che non è la propria. Anche essi sono quindi da considerarsi mendaci? La risposta, in fondo, risiede nell’ambiguità intrinseca della verità stessa.

In questa fratturata rappresentazione, le prospettive si sovrappongono: quella della verità si mescola con quella dell’inganno, quella del giudice Adam si confonde con quella del Diavolo, fino a culminare nell’inebriante verità che il teatro rivela sera dopo sera.

La questione kantiana sulla verità, che Kleist si interrogava due secoli or sono e che oggi è risolta in un inesorabile relativismo, si concretizza in un atto teatrale, avvolto dal velo della commedia. La brocca è rotta, spezzata dalla mano del diavolo, ma il diavolo stesso non può essere portato a giudizio. Tutto il resto è soltanto il fragore di una risata che echeggia nell’etere.

Daniele Onori

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