Nota sul convegno di Schio (Vicenza), del 29 marzo 2026.
Domenica 29 marzo 2026, presso la Casa Nazareth di Schio (Vicenza), si è tenuto il convegno “La giustizia interpretata sull’esempio del Beato Livatino”, occasione di riflessione sulla figura del magistrato trentasettenne assassinato dalla mafia il 21 settembre 1990 e sul significato dell’esercizio della giurisdizione alla luce della sua testimonianza umana e professionale.
Sono stati trattati in particolare tre profili peculiari della visione della giustizia incarnata dal Beato Livatino.
Il primo ha riguardato l’idea, ricorrente, dell’esercizio della giustizia come servizio. Il punto, naturalmente, non è stato affrontato in modo descrittivo ma sostanziale: che cosa significa, in concreto, affermare che l’amministrazione della giustizia è un servizio? Servire non è una modalità accessoria dell’agire del magistrato, ma ne indica il fondamento etico. E, in questa prospettiva, il servizio rinvia alla carità, dunque all’amore. È in questo orizzonte che è stata richiamata la nota riflessione del Beato Livatino, il quale testualmente affermava:
“Il compito dell’operatore del diritto, del magistrato, è quello di decidere; orbene, decidere è scegliere e a volte scegliere fra numerose cose o strade o soluzioni; e scegliere è una delle cose più difficili che l’uomo sia chiamato a fare. (…J. Ed è proprio in questo scegliere per decidere, decidere per ordinare, che il magistrato credente può trovare un rapporto con Dio. Un rapporto diretto, perché il rendere giustizia e realizzazione di sé, è preghiera, è dedizione di sé a Dio. Un rapporto indiretto per il tramite dell’amore verso la persona giudicata.”
Il passo mette a fuoco un aspetto essenziale dello spirito di Livatino: la decisione giudiziaria non è riducibile a tecnica né a semplice applicazione di un apparato normativo. Essa implica una responsabilità personale che, per il credente, può divenire anche forma di dedizione e di rapporto con Dio. In questo senso, la giustizia non è estranea alla carità, ma ne è un’espressione autentica, tale da sublimare, in Livatino, nell’amore nei confronti dei suoi imputati.
Il secondo profilo si è soffermato sul rischio, ricorrente in società, di una lettura agiografica o esaltata della figura del magistrato. La testimonianza di Livatino, invece, non autorizza affatto a pensare il giudice come un eroe o come un uomo moralmente superiore. Al contrario, la sua posizione è segnata da una forte coscienza del limite e dalla diffidenza verso ogni atteggiamento da “superuomo”. In questa direzione è stata richiamata un’altra chiara affermazione del Beato Livatino:
“E tale compito sarà tanto più lieve quanto più il magistrato avvertirà con umiltà le proprie debolezze, quanto più si ripresenterà ogni volta alla società – che somma così paurosamente grande di poteri gli affida – disposto e proteso a comprendere l’uomo che ha di fronte e a giudicarlo senza atteggiamento da superuomo, ma anzi con costruttiva contrizione. Ed ancora una volta sarà la legge dell’amore, la forza vivificatrice della fede a risolvere il problema radicalmente.
Ricordiamo le parole del Cristo all’adultera: “Chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra”; con esse egli ha additato la ragione profonda della difficoltà: il peccato è ombra e per giudicare occorre la luce e nessun uomo è luce assoluta.”
Come si nota, da queste parole del Beato Livatino, emerge come il giudizio, per essere giusto, non può nascere da una presunzione di purezza. Il magistrato resta uomo tra gli uomini; e proprio la consapevolezza della propria fragilità costituisce condizione di serietà nell’esercizio del giudicare. La fede, nella prospettiva di Livatino, non irrigidisce il giudizio in un moralismo astratto, ma, viceversa, lo sottrae all’arbitrio, all’illusione dell’autosufficienza e all’autoreferenzialità del giudice.
Il terzo profilo sollevato nel Covegno ha riguardato il ridimensionamento della visione legalistica e giuspositivista del diritto tout court. Livatino si colloca con chiarezza distante da una concezione che identifichi la giustizia, e la verità, con il mero precetto della legge positiva. In questo senso è stato richiamata un’ulteriore citazione del Beato Livatino, particolarmente significativa:
“Compito del magistrato non deve quindi essere solo quello di rendere concreto nei casi di specie il comando astratto della legge, ma anche di dare alla legge un’anima, tenendo sempre presente che la legge è un mezzo e non un fine.”
In altri termini, la legge resta necessaria, ma non coincide interamente con la giustizia. A questa stessa impostazione si riconduce anche un episodio significativo della vita del Beato. Nel corso di un regolamento di conti, un boss mafioso fu colpito a morte; di fronte alla soddisfazione esibita da un ufficiale dei carabinieri accanto a quel corpo senza vita, Livatino osservò: “Di fronte alla morte chi ha fede, prega; chi non ce l’ha, tace!”.
Nel corso dell’intervento è stato poi ricordato come Livatino abbia reso “l’intelligenza della fede” una “intelligenza della realtà”. L’espressione, di Benedetto XVI, coglie con precisione il tratto forse più rilevante dell’esperienza di vita di Livatino: in lui la fede non costituiva un’aggiunta esteriore, né una sfera separata dall’esercizio della professione, ma un principio di intelligenza del reale. Per questo la sua testimonianza non può essere ridotta a edificazione privata: essa investe direttamente il modo di interpretare la giustizia.
In questa prospettiva, Livatino appare come un uomo capace di vivere in modo integrale il proprio compito, rendendo l’ordinario un fatto straordinario. Fu un magistrato laborioso e, soprattutto, un uomo libero. La sua libertà si manifestò nella sobrietà, nel rigore, nel rifiuto di ogni ricerca di vanità. Si privò di una tanto desiderata relazione sentimentale e rifiutò categoricamente la scorta, poiché non avrebbe mai accettato che un’altra persona potesse correre rischi a causa sua, sebbene fosse consapevole della possibilità di esser assassinato.
La sua vicenda mostra, in definitiva, che l’esercizio del diritto non si lascia esaurire nella statizzazione del giusto né nel monopolio legalistico del potere. Esiste una dimensione più profonda nella quale la giustizia si manifesta e si incarna, talvolta, nella vita di Livatino, fino al sangue del martirio. Questa prospettiva della giustizia si pone in rapporto essenziale con la verità, non una verità prodotta creativamente dal giudice, ma di una verità riconosciuta nel profondo della propria coscienza, disvelata, accolta con sacrificio. In questo senso, il riferimento all’aletheia risulta decisivo: la verità non come costruzione soggettiva e egocentrica, ma come emergere di ciò che è, di ciò che è dato, di ciò che viene da Dio e non dall’uomo.
Il convegno di Schio ha offerto un’occasione di approfondimento e riflessione sul nesso tra giustizia, verità, responsabilità e carità. E’ precisamente in questo intreccio che la figura del Beato Livatino continua a trasmettere a persone e operatori del diritto una prospettiva attuale e autentica della Giustizia incarnata.
Massimiliano Zaniolo, magistrato e dottorando di ricerca.