Cormac McCarthy, con Meridiano di sangue, offre un ritratto impietoso della violenza che plasma la frontiera americana. Pubblicato nel 1985, il romanzo è un’epopea brutale e disturbante, che affonda le sue radici nell’ambiguità morale dell’espansione verso l’ovest. Tuttavia, la narrazione non si limita a un semplice racconto storico. Attraverso figure enigmatiche come il giudice Holden, McCarthy esplora il confine labile tra giustizia e caos, tra legge e arbitrio. Questo saggio intende offrire una riflessione giuridica e filosofica sull’opera, indagando il rapporto tra diritto e violenza, autorità e anarchia.
Trama
Meridiano di sangue di Cormac McCarthy narra le vicende di un ragazzo nato nel Tennessee nel 1833, spinto da un’inclinazione naturale verso la violenza. A quattordici anni, abbandona la sua casa e inizia a vagare senza meta nel sud degli Stati Uniti. Durante il suo viaggio, incontra il giudice Holden, una figura enigmatica e inquietante, che manipola la realtà per creare caos e violenza.
Il ragazzo si unisce a un gruppo di filibustieri guidati dal capitano White, ma il loro tentativo di attraversare il confine con il Messico viene brutalmente interrotto da un attacco dei Comanche, che lascia il ragazzo tra i pochi sopravvissuti. Viene arrestato dalle autorità messicane, ma in prigione si aggrega a una nuova banda, quella del capitano Glanton, un gruppo di cacciatori di scalpi che semina distruzione e morte lungo la frontiera tra Messico e Stati Uniti.
Il giudice Holden riappare, guidando il gruppo verso la sopravvivenza grazie alla sua astuzia e capacità manipolativa. I banditi si stabiliscono su un traghetto sul fiume Gila, dove derubano i viaggiatori, ma vengono infine attaccati dall’esercito statunitense e dalla tribù Yuma. Dopo essere scampato a un nuovo massacro, il ragazzo vaga nuovamente lungo la frontiera senza una meta precisa.
In età adulta, l’uomo ritrova per l’ultima volta il giudice Holden a Fort Griffin. Il giudice, simbolo di un mondo crudele e ineluttabile, invita il protagonista a riflettere sulla natura ciclica della violenza e del destino. Il romanzo si chiude con un enigmatico incontro finale, suggellando la visione nichilista e apocalittica di McCarthy sulla condizione umana.
1. Il Giudice Holden: La Giustizia come Volontà di Potenza
Il personaggio del giudice Holden rappresenta una figura cardine nel romanzo. La sua presenza va oltre il ruolo tradizionale di un “giudice” all’interno del sistema giuridico; egli incarna piuttosto un principio nichilista di dominio assoluto. Nietzsche, con il concetto di Wille zur Macht (volontà di potenza), potrebbe aiutarci a decifrare Holden. Il giudice non si limita ad applicare la legge, ma la crea e la distrugge a suo piacimento, in un atto di suprema sovranità.
Nel passaggio dove accusa falsamente un predicatore di crimini orribili, Holden dimostra come il potere giuridico, se non ancorato a un principio di giustizia universale, può degenerare in arbitrio. L’episodio rivela una critica feroce al positivismo giuridico, in cui il diritto viene svuotato di ogni contenuto etico, ridotto a mera espressione del potere.
2. La Violenza come Fondamento della Legge
Secondo Walter Benjamin, nel suo saggio Per la Critica della Violenza, la violenza è intrinsecamente legata alla nascita e alla perpetuazione del diritto. McCarthy sembra riecheggiare questa visione, mostrando come la frontiera sia uno spazio dove il diritto è continuamente rifondato attraverso atti di violenza. La banda di Glanton, cacciatori di scalpi, esercita una sorta di “legge” attraverso il terrore, stabilendo un ordine effimero, ma comunque riconosciuto dai sopravvissuti.
In questo contesto, la violenza non è un’anomalia, ma una condizione necessaria per la creazione di una nuova legalità. Ciò rispecchia il concetto di “violenza fondativa” di Benjamin: la legge, per imporsi, necessita di un atto originario di forza.
3. La Frontiera: Terra di Nessuno e Diritto del Più Forte
Il paesaggio della frontiera, descritto da McCarthy con una maestria lirica, diviene metafora della condizione di anarchia in cui ogni individuo è legislatore di sé stesso. Il diritto naturale hobbesiano, in cui homo homini lupus, si rivela in tutta la sua crudezza: nella frontiera non vi è autorità superiore capace di controllare le azioni degli uomini, se non attraverso la minaccia della violenza.
In questo senso, Meridiano di sangue si pone come anti-western, poiché sfida l’immagine classica del West come luogo di costruzione di un ordine democratico. Al contrario, la legge della frontiera è quella del più forte, dove la giustizia è solo un’illusione.
4. Il Ballo Finale: Riflessioni sulla Fatalità della Legge
L’incontro finale tra il protagonista e il giudice Holden a Fort Griffin può essere letto come una rappresentazione simbolica del ciclo infinito della violenza e del diritto. La frase del giudice, “La via retta e la via tortuosa sono una cosa sola”, sembra alludere all’impossibilità di sfuggire a una condizione di arbitrio e fatalità. Holden rappresenta una forza eterna, un archetipo dell’autorità che non può essere né elusa né distrutta.
Qui emerge una riflessione esistenziale di stampo heideggeriano: la legge, come la vita stessa, è segnata da un’ineluttabile tensione verso il nulla, un “essere-per-la-morte” in cui ogni tentativo di costruire un ordine razionale è destinato a crollare sotto il peso della propria contraddizione.
Conclusioni
Meridiano di sangue ci offre uno sguardo implacabile sulla violenza come fondamento di ogni ordine giuridico. McCarthy, con la sua prosa epica e disturbante, riesce a mettere in discussione le certezze della civiltà occidentale, mostrando come il diritto possa degenerare in arbitrio e la giustizia in vendetta. Attraverso personaggi come il giudice Holden, il romanzo solleva interrogativi cruciali sulla natura dell’autorità e del potere, interrogativi che continuano a risuonare nella filosofia e nella giurisprudenza contemporanea.
Daniele Onori
Bibliografia
- Benjamin, Walter. Per la Critica della Violenza, trad. it. Giacomo Marramao, Torino, Einaudi, 1995.
- Hobbes, Thomas. Leviatano, trad. it. di Arrigo Pacchi, Torino, UTET, 2009.
- Nietzsche, Friedrich. Così parlò Zarathustra, trad. it. di Mazzino Montinari, Milano, Adelphi, 1968.
- Heidegger, Martin. Essere e tempo, trad. it. di Alfredo Marini, Milano, Longanesi, 1976.
- McCarthy, Cormac. Meridiano di sangue, trad. it. di Raul Montanari, Torino, Einaudi, 1996.
- Sloterdijk, Peter. La Domestication de l’Être: Leçons sur l’État de Droit, Paris, Payot, 2012.
- Agamben, Giorgio. Homo Sacer: Il Potere Sovrano e la Vita Nuda, Torino, Einaudi, 1995.