Articolo di Alfredo Mantovano, pubblicato il 5 giugno 2019 su Il Foglio.

Chissà se le vicende che interessano quale indagato l’ex presidente dell’ANM Luca Palamara non persuadano con maggiore decisione gran parte della corporazione alla necessità di modifiche di sistema. Vi è una insoddisfazione diffusa fra i magistrati dei meccanismi di attribuzione dei posti direttivi, delle progressioni in carriera, della gestione  della formazione, del giudizio disciplinare del CSM, e del peso delle correnti su queste e su altre voci, come ha ben sottolineato ieri su queste colonne Luciano Violante. E’ difficile che qualcuno esca allo scoperto finché è in servizio: la denuncia da parte dei giudici dei mali interni della magistratura capita con maggiore frequenza quando vanno in pensione, cioè quando è gratis. Se non avviene prima è perché comunque gli ingranaggi correntizi sono così incisivi che chi parla rischia sulla propria pelle. Non significa però che quegli ingranaggi siano apprezzati e condivisi dai più: non fa piacere trovarsi nell’ultimo luogo al mondo nel quale sopravvivono i partiti come una volta. Dei partiti di una volta le correnti condividono le modalità di cooptazione dei propri aderenti, il loro avanzamento, il patteggiamento con le altre correnti. Non è uno scenario gradevole per chi – e sono ancora tanti – si dedica con generosità a un lavoro sempre più complicato e difficile.

Qualcuno deve infrangere l’incantesimo malefico. E’ illusorio che questa rottura venga dall’interno della magistratura; oggi però potrebbe incontrare in essa cauta condivisione, e magari pure collaborazione per far sì che le eventuali riforme fruiscano dei suggerimenti di chi conosce quel mondo dal di dentro. Il “qualcuno” è la politica. Sono il Governo e il Parlamento. E’ chi oggi ha conseguito peso maggiore con gli ultimi risultati elettorali. Su questo fronte il primo anno di Legislatura più che deludente è stato inesistente: nulla, al di là del pasticcio della prescrizione, del cui allungamento i promotori sono apparsi così poco convinti da averne procrastinato l’avvio di un anno, e del patetico giro di vite su corruzione e dintorni.

Ci sono punti sui quali da tempo forze politiche di diverso colore sembrano concordare. Se a ciò si aggiunge l’apprezzamento (non su tutto, s’intende) di parte significativa dei media, degli ambienti produttivi, di centri culturali di orientamento differente e – come ricordavo – di una fetta silenziosa ma reale dei giudici, una eventuale iniziativa politica, avviata in modo equilibrato e non vendicativo, non dovrebbe incontrare le barricate. Provo a elencarli.

  1. Chi ha letto il decreto col quale il Gip di Lecce ha archiviato dopo “soli” 4 anni l’indagine sulla xylella avrà constatato come delle 44 pagine del provvedimento, tolte le due di intestazione, altrettante sono state scritte dal giudice, mentre le altre 40 sono l’integrale trasposizione della richiesta del P.M.. Questo Foglio l’ha criticata, e con ragione, nei contenuti. Personalmente la ritengo l’ennesimo esempio della crisi dell’autonomia del giudicante rispetto al requirente; e quindi l’ennesima prova dell’esigenza di una separazione vera fra P.M. e giudice, e per far sì che costui si assuma la responsabilità del giudicare, e non metta un timbro su quanto gli passa la Procura. Su questo la Commissione bicamerale (oltre 20 anni fa!) aveva già una intesa di massima; nel Parlamento attuale c’è forse una maggioranza contraria?
  2. Sempre la Bicamerale aveva ipotizzato di affidare il giudizio disciplinare dei magistrati a una Corte terza, nominata con criteri obiettivi, che sostituisca la sezione disciplinare del CSM, condizionata da criteri elettivo-correntizi. Pensiamo che i più siano ostili, anche dentro la magistratura?
  3. Le modalità di accesso alla funzione esaminano la preparazione, non l’equilibrio. Lavorare su questo fronte, puntando a un giudice che non si limiti a garantire la conoscenza delle norme (già oggi non così scontato), ma vi aggiunga la sapienza applicativa, senza cedimenti alle suggestioni mediatiche o di altro tipo, dovrebbe essere ritenuto da tutti una priorità.
  4. La progressione in carriera non è attualmente un esempio di rigore. Ma se il lavoro del pilota di aereo è scandito da controlli periodici, perché – cambiando quel che va cambiato – non deve essere così per un giudice? in fondo da entrambi dipende la vita delle persone. Eppure perfino la composizione del direttivo della Scuola di formazione dei magistrati ha finora ossequiato il criterio della ripartizione correntizia.

 

Non è più tollerabile da parte della politica la latitanza su scelte delle quali il pianeta giustizia ha assoluta necessità, e che oggi – a fronte di una rivoluzione che divora i suoi figli – sembra più predisposto ad accogliere. Della buona politica, non di interventi di dettaglio o strumentali.

 

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