Nel romanzo Il giorno della civetta (1961), Leonardo Sciascia non offre soltanto una denuncia sociale del fenomeno mafioso: costruisce una meditazione metafisica sulla giustizia, sul potere e sull’impossibilità della verità nel mondo moderno. Il testo si configura come una parabola kafkiana, dove l’investigazione giudiziaria diventa una discesa in un sistema parallelo, invisibile, retto da logiche occulte e da un “tribunale del silenzio”.
Un uomo viene ucciso all’alba in una piazza di paese siciliano: si tratta di Salvatore Colasberna, un imprenditore che si è rifiutato di piegarsi alla “protezione” mafiosa. Il delitto, apparentemente senza testimoni, è il punto di partenza di un’indagine affidata al capitano dei carabinieri Bellodi, ex partigiano e uomo del Nord, razionalista, idealista e innamorato della legge. Ma Bellodi si scontra con un’intera comunità che recita il copione dell’omertà. Le informazioni che emergono – tramite confidenti come Parrinieddu o sospettati come don Mariano Arena – sono sempre sfumate, indirette, ambigue. L’indagine si spegne lentamente sotto pressioni politiche invisibili. Bellodi viene rimosso e richiamato a Parma. La verità, pur intuita, non può essere detta. La mafia non è vinta: è semplicemente rimasta in silenzio, come sempre.
Giustizia e potere: il diritto in assenza di Stato
Il mondo raccontato da Sciascia è un ordo absconditus, un universo regolato da un codice non scritto, dove lo Stato esiste solo come apparenza. Il diritto positivo, in senso kelseniano, si presenta nel romanzo come un sistema normativo che pretende di essere autosufficiente, autonomo, gerarchico. Ma tale costruzione si rivela del tutto inefficace in un contesto dove la norma sociale è imposta non dalla legge, ma dalla paura e dalla consuetudine. In Sicilia, la sovranità non appartiene allo Stato, ma alla mafia, che esercita un potere decisionistico, in senso schmittiano: essa stabilisce chi deve vivere e chi deve morire, chi deve parlare e chi deve tacere.
Lo Stato è quindi esautorato. Come nella teologia negativa, il potere mafioso è presente proprio nella sua invisibilità: si manifesta solo per sottrazione, come minaccia o silenzio. Bellodi si muove come un accusatore in un tribunale kafkiano, dove gli imputati non sono mai formalmente tali, dove le prove non bastano mai, e dove il giudice – se esiste – resta celato dietro le quinte, inaccessibile, inafferrabile.
Il giudizio viene sospeso, rinviato a un tempo che non verrà mai. Non per mancanza di norme, ma per eccesso di reticenza, per opacità sistemica. La verità non è negata, ma ridotta al silenzio.
Bellodi: un testimone tragico della modernità
Il capitano Bellodi è il simbolo della legge che cerca sé stessa in un mondo dove la giustizia è già stata giudicata colpevole. Uomo di rigore etico, antifascista, idealista, Bellodi crede che la verità – una volta scoperta – possa imporsi da sola. E invece scopre che la verità, se non è sostenuta dal potere, non ha forza giuridica. Come accade nei testi di Kafka, non esiste un vero processo: c’è solo una sequenza di segnali, intuizioni, voci, che si dissolvono prima di poter costituire una prova.
Bellodi è, in fondo, un Don Chisciotte giuridico, che tenta di combattere il crimine con la spada del diritto, ma scopre che il nemico non è visibile, né localizzabile. Quando torna a Parma, e ripensa all’indagine mentre chiacchiera con amici borghesi e cinici, si avverte tutta la frustrazione di un uomo che ha tentato di incarnare un’etica pubblica in un mondo dominato dal relativismo morale.
Il potere come sapere invisibile
Come insegna Foucault, il potere non si esercita solo con la forza, ma attraverso forme diffuse di controllo, sapere e sorveglianza. La mafia di Sciascia non ha bisogno di punire tutti: basta punire uno solo perché tutti imparino. Ecco perché il vero tribunale nel romanzo non è quello dello Stato, ma quello dell’onore mafioso, della vendetta rituale, della minaccia taciuta.
In questo senso, Il giorno della civetta è anche un testo sulla crisi della modernità giuridica: la legge non è più garantita dalla forza dello Stato, ma appare come un insieme di enunciazioni impotenti. Il diritto non riesce a trasformarsi in giustizia; la giustizia non riesce a tradursi in verità pubblica. Resta solo un giudice occulto, un potere oscuro che assolve o condanna senza mai presentarsi in aula.
Conclusione
Sciascia ci consegna un romanzo che è al contempo giallo, tragedia e trattato politico. Il crimine non è mai del tutto chiarito, il colpevole non viene mai punito, e la legge fallisce nel suo compito primario: dire il giusto. Come in Kafka, ciò che inquieta non è l’ingiustizia in sé, ma l’assenza stessa del giudizio, la sospensione eterna del verdetto.
Daniele Onori
Bibliografia essenziale (in italiano)
- Leonardo Sciascia, Il giorno della civetta, Adelphi, 2001.
- Franz Kafka, Il processo, trad. italiana Adelphi, 2006.
- Hans Kelsen, Teoria pura del diritto, Einaudi, 2009.
- Michel Foucault, Sorvegliare e punire, Einaudi, 2003.
- Carl Schmitt, Le categorie del “politico”, il Mulino, 2009.