La legge bipartisan c.d. “Liberi di scegliere”, approvata il 15 luglio 2026, rafforza la tutela dei minori esposti alla criminalità organizzata, rendendo disponibili percorsi concreti di protezione e di fuoriuscita dall’illegalità, anche grazie all’alleanza con le madri. Misure sociali, economiche e giudiziarie mirano a spezzare la continuità intergenerazionale e a offrire alternative reali, costituendo, al contempo, un ulteriore strumento di contrasto alle organizzazioni criminali e alla mentalità mafiosa.

Di Daniela Bianchini

 Per combattere le mafie non basta rispondere con la forza. Non bastano arresti, indagini, processi. Se non si interviene sulla fonte del consenso, la criminalità si rigenera. La priorità è togliere il terreno alle organizzazioni criminali, l’acqua in cui questi immondi pesci nuotano, per usare un’efficace espressione di Paolo Borsellino: sottrarre ai clan l’adesione, soprattutto quella dei giovani sedotti dai soldi facili, promuovendo la cultura della legalità e della salvaguardia del bene comune. Bisogna allora intervenire dove la mafia comincia a fare presa: nelle famiglie, nelle abitudini, nei ruoli tramandati.

Spezzare le catene dei vincoli familiari significa interrompere il perpetuarsi di modelli criminali che passano di generazione in generazione e, al contempo, significa salvaguardare i più fragili componenti delle famiglie mafiose, spesso vittime inconsapevoli. Siamo tutti chiamati a promuovere “una coscienza di moralità e di legalità orientata a modelli di vita onesti, pacifici e solidali che poco a poco vincano il male e spianino la strada al bene”, come disse papa Fracesco nel discorso pronunciato nel 2017 in occasione della visita dei membri della Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, aggiungendo che “si tratta di partire dalle coscienze, per risanare i propositi, le scelte, gli atteggiamenti dei singoli, così che il tessuto sociale si apra alla speranza di un mondo migliore”.

Un monito che è stato ripreso in più occasioni da Papa Leone XIV, che lo scorso 10 marzo, nel rispondere ai bambini di una parrocchia della periferia est di Roma che gli avevano chiesto il motivo dell’esistenza del male, ha risposto dicendo “l’uomo che è libero può scegliere la vita o la morte, il bene o il male. Abbiamo questa libertà che è un dono molto grande. Dovete scegliere sempre il bene e mai il male, perché così possiamo pian piano trasformare il nostro mondo, possiamo fare la differenza”.

Non tutti sono però davvero liberi di scegliere.

Sono tante − troppe − le storie di bambini e adolescenti coinvolti nelle attività criminali dei propri familiari. Bambini usati come spacciatori persino a sette anni. Ragazzi addestrati all’uso delle pistole. Adolescenti che fra i banchi di scuola iniziano ad esercitare il ruolo del boss. Vite forgiate dalla violenza assorbita, normalizzata, resa cultura. Senza conoscere altro. Senza vedere alternative.

Come ha opportunamente osservato l’Autorità Garante per l’infanzia e l’adolescenza, la capacità di promuovere i diritti dei più fragili, dei più indifesi, dei più vulnerabili restituisce  la misura del grado di civilizzazione e di sviluppo di una società. Lo Stato ha pertanto un dovere ben preciso: deve proteggere tutti i minori, salvaguardando la loro crescita affinché possano pienamente inserirsi nella società; deve adottare “ogni misura legislativa, amministrativa, sociale ed educativa per tutelare il fanciullo contro ogni forma di violenza, di oltraggio o di brutalità fisiche o mentali, di abbandono o di negligenza, di maltrattamenti o di sfruttamento” (cfr. art. 19 Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza del 1989).

La tutela dei minori che vivono in contesti criminali parte, dunque, dalla convinzione che impartire un’educazione contraria ai valori e alle libertà fondamentali, a quello “spirito di pace, dignità, tolleranza, libertà, uguaglianza e solidarietà” richiamato dalla Convenzione ONU del 1989, costituisce pregiudizio grave al sano ed equilibrato sviluppo psicofisico dei bambini e degli adolescenti. La famiglia mafiosa, laddove impone modelli culturali antagonisti alle regole minime di civiltà di uno Stato democratico, laddove trasmette valori incompatibili  con il modello costituzionale della convivenza civile, va considerata quale famiglia maltrattante. L’obiettivo non è punire i genitori, ma proteggere i minori, garantendo loro condizioni di vita adeguate.

Si tratta di una consapevolezza che in Italia è maturata nel tempo, a partire dal 2012, quando è stata avviata una coraggiosa attività giudiziaria volta alla tutela dei minori provenienti da contesti familiari mafiosi, attraverso l’adozione di provvedimenti di decadenza o limitazione della responsabilità genitoriale. Quel lavoro, nato dalla sensibilità e dalla determinazione del giudice Roberto Di Bella − all’epoca Presidente del Tribunale per i Minorenni di Reggio Calabria e oggi Presidente del Tribunale per i Minorenni di Catania – è stato portato avanti con impegno dai magistrati operanti negli uffici minorili calabresi e nel 2017 ha preso forma con il protocollo governativo “Liberi di scegliere” (rinnovato con integrazioni nel 2019, nel 2020 e nel 2024), protocollo che si è diffuso poi in altri uffici minorili (Catania, Palermo, Napoli, Catanzaro, Milano) ed ha suscitato interesse anche oltre i confini nazionali, ricevendo altresì un contributo economico dalla Conferenza Episcopale Italiana.

Lo scorso 15 luglio quella consapevolezza si è fatta metodo, con l’approvazione all’unanimità della legge “Misure per la protezione e l’assistenza dei minorenni e degli adulti di riferimento nei contesti di criminalità organizzata («Liberi di scegliere»)”, che entrerà in vigore il prossimo 9 agosto. Un testo − a cui hanno dato impulso la presidente della Commissione parlamentare antimafia on. Chiara Colosimo e la coordinatrice del comitato “Cultura della legalità e protezione dei minori” senatrice Vincenza Rando − che ha saputo unire le diverse forze politiche, con il comune obiettivo di valorizzare l’esperienza maturata attraverso l’applicazione del protocollo.

Il cuore della legge (che prima ancora è stato il cuore del protocollo) sta nel restituire ai minori nati in contesti criminali la libertà di scegliere se proseguire lungo la strada dell’illegalità lastricata di violenze e soprusi o intraprendere un nuovo, diverso, cammino; sta nel dare loro l’opzione concreta di uscire dall’illegalità; sta nel rendere percepibile, con strumenti reali, la vicinanza delle istituzioni e la loro effettiva disponibilità ad accompagnare e proteggere.

E in questo cammino è stata significativa l’alleanza con le madri. Donne che, superate le resistenze iniziali, hanno deciso di fidarsi dello Stato; donne che, mosse dall’amore materno, hanno scelto di non abbandonare i propri figli ad un destino di morte violenta o di carcere ed hanno coraggiosamente deciso di dare loro la speranza di un futuro migliore.

Oltre duecento minori, in applicazione del protocollo “Liberi di scegliere” sono stati già aiutati. Trentaquattro donne hanno lasciato il territorio di provenienza e sette di loro sono diventate collaboratrici o testimoni di giustizia. Persino tre boss mafiosi hanno scelto di collaborare, spinti da un desiderio: far vivere ai propri figli una vita diversa. Emblematica è la lettera di ringraziamento scritta da un boss catanese al Presidente Di Bella dopo l’arresto dei familiari e l’adozione dei provvedimenti a tutela dei nipoti minorenni: “mi sono reso conto che i bambini non possono fare la vita che ho fatto io, entrando e uscendo dal carcere. Loro hanno diritto ad un destino migliore. Per questo ho scelto di iniziare a collaborare con la giustizia”.

Con la legge approvata dal Parlamento lo scorso 15 luglio questa esperienza virtuosa compie un ulteriore, decisivo, passaggio: diventa una regola valida su tutto il territorio nazionale. La legge ha infatti messo a sistema le tutele del protocollo “Liberi di scegliere”, realizzando ciò che serviva per incidere più profondamente.

In particolare, è stata prevista come obbligatoria la comunicazione tra uffici giudiziari nei procedimenti per mafia o narcotraffico quando sono coinvolti adulti con figli minorenni: questo significa evitare frammentazioni, ritardi, vuoti di tutela. Ma non solo. Il legislatore ha altresì previsto misure di assistenza sociale ed economica, pensate per far funzionare al meglio l’uscita dal contesto mafioso, non solo “sulla carta”, ma nella vita di tutti i giorni: sostegno pedagogico e psicologico, assistenza sanitaria, accesso all’istruzione e alla formazione, tutela del lavoro, aiuto nel trovare un alloggio e sostenere le spese collegate, percorsi di autonomia economica come mutui e prestiti a tasso agevolato, patrocinio a spese dello Stato anche in deroga ai limiti di reddito.

Si tratta quindi di una legge importante, che lancia un segnale forte di vicinanza dello Stato alle persone che decidono di abbandonare il sistema mafioso. Una legge che, nel prevedere misure di protezione dei minori, offre al contempo un prezioso ed efficace strumento di contrasto alla criminalità organizzata.

Come ricordava Giovanni Falcone, “il successo delle mafie è dovuto al loro essere dei modelli vincenti per la gente”. E se quei modelli vincono, è spesso perché dentro le famiglie vengono imposti e accettati in silenzio, senza possibilità di fare scelte differenti. Offrire alternative a quei modelli significa allora spezzare gli ingranaggi di un meccanismo che si basa sui legami di sangue, sull’omertà, sulla rassegnazione, sulla paura; significa sottrarre alla mafia elementi costitutivi della sua forza, quali la prevedibilità del destino familiare e l’assenza di alternative possibili.

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