A San Pietroburgo, nello studio dell’abitazione di Dostoevskij, noterete un quadro con la Madonna Sistina. Dostoevskij l’aveva definita “regina delle regine, ideale dell’umanità”. Quest’opera suprema è ora anche detta “La Madonna di Treblinka”.
Dipinta da Raffaello nel 1513, su commissione del Pontefice Giulio II, fu poi acquistata Augusto III di Sassonia. E’ ancora conservata presso la Gemaldegalerie di Dresda.
A seguito dell’occupazione sovietica della Germania orientale, però, anche quest’opera d’arte fu portata in Russia come bottino di guerra. Morto Stalin, si decise di restituirla alla Germania dell’Est. Prima fu esposta per tre mesi al Museo Puskin di Mosca. Fu un evento: una gran folla si recò ad ammirarla. Il 30 marzo del 1955, tra quella folla, anche Vasilij Grossman, ebreo ucraino di Berdyciv, uno dei grandi della letteratura russa. Il suo “Vita e destino” considerato un capolavoro della letteratura mondiale. Egli visse una doppia esistenza, come Bulgalkov. Tradì i suoi fratelli e sopravvisse solo perché eroe nazionale. Fu insignito della decorazione della Stella Rossa nel 1943: per i suoi articoli da corrispondente di guerra in prima linea nell’assedio di Stalingrado. Seguì, sempre come corrispondente di guerra, l’avanzata dei sovietici. Entrò tra i primi in quella che era stata Treblinka, uno dei tre campi veri di sterminio “puri”: non v’erano nemmeno le baracche; gli ebrei passavano direttamente dai vagoni ferroviari alle camere a gas. Si portò dietro il rimorso per la madre: l’aveva lasciata a Berdicyv ove tutto cominciò. Ed è rimasta lì, in uno dei tumuli dove furono gettati migliaia di suoi concittadini ebrei.
La visione della Madonna Sistina gli cambiò la vita.
“Al primo sguardo una cosa è assolutamente chiara: è immortale. Chi ha visto la Madonna Sistina non può più definire tale grazia inesprimibile, misteriosa. Nella sua Madonna Raffaello ha svelato il mistero della bellezza materna. Ma non è questo il motivo dell’immortalità del quadro. Essa deriva piuttosto dal fatto che il corpo e il viso della giovane donna altro non sono che la sua stessa anima; proprio in ciò consiste la sua inarrivabile bellezza”.
Quando uscì dal Museo Grossman era profondamente turbato. Non riusciva a spiegarsi il perché. Dopo un po’ una visione gli svelò il suo turbamento: quella Madonna l’aveva già vista: “A piedi scalzi, lei camminava con passo leggero sul suolo di Treblinka, dal punto di scarico del treno alla camera a gas. La riconobbi dall’espressione del viso e degli occhi. Vidi suo figlio, e riconobbi il prodigio di quel volto straordinario, non infantile (…) Così erano le madri dei figli a Treblinka (…) E scopersi il segreto di questi volti, li aveva dipinti Raffaello quattro secoli fa; così l’essere umano va incontro al suo destino”. Dal volto volto di Maria e di suo figlio scorse la sofferenza di tutta l’umanità.
Vide il volto di Vanichka, e quello di sua madre tra i Kulaki, deportati per morire in remote regioni siberiane in ragione della collettivizzazione delle terre. “Quale lungo cammino vi attende? Riuscirete ad arrivare a destinazione? Oppure sfiniti, morirete da qualche parte lungo il tragitto, in una misera stazione della ferrovia a scartamento ridotto, in un bosco, sulla riva pantanosa di un fiumiciattolo, al di là degli Urali?”
Vide il volto di un deportato ai lavori forzati in un Gulag in terre mortali: “… portava un paio di stivaletti militari logori, aveva in dosso una giubba ovattata, con uno strappo che lasciava scoperta una spalla bianca come il latte, camminava per un sentiero nella palude, circondato da una miriade di zanzare e di moscerini, e non poteva far nulla per difendersi da quel tormento, con le mani teneva fermo sulla spalla un pesante tronco. All’improvviso sollevò il capo chinato e mi mostrò il suo viso, la barbetta chiara, ricciuta, uniforme da un orecchio all’altro, le labbra semiaperte, vidi i suoi occhi e subito li riconobbi – quegli occhi ci guardano dal quadro di Raffaello”.
Vide il volto di Maria, in quello descritto da un giornalista straniero che, unico, rivelò in occidente il genocidio dell’Holomodor (“morte per fame”). Era quello di una bimba ucraina che si stava spegnendo. “Sì, è lei. La vidi nel 1930 alla stazione di Konotop, si avvicinò al vagone del treno rapido, il volto cupo per la sofferenza, alzò i suoi splendidi occhi, e senza voce, con le sole labbra, disse: “pane”.
Vide il terrore delle purghe sovietiche: “Era il 1937, lei stava in piedi nella sua camera tenendo in braccio il figlio, osservava avidamente il suo viso, gli diceva addio; poi scese le scale deserte di un grande palazzo muto… sulla porta della sua camera era stato posto un sigillo di ceralacca, in strada l’attendeva un’automobile di Stato… dalla luce incerta di quell’alba emergeva il suo nuovo presente -il treno, il carcere di transito, le guardie sulle torrette di legno del campo, il reticolato, il lavoro notturno nelle officine, l’acqua bollente, il tavolaccio…”
Vide i tumuli di Berdichev, ove ancora oggi gemono le ossa della madre dell’autore. “Si muove e sprofonda ancora la terra sopra le fosse dove giacciono i corpi dei bambini uccisi e delle loro madri…”
Grossman riflette. Comprende che quel che ha visto è universale, è in ogni tempo “Noi esseri umani certo l’abbiamo riconosciuta, e abbiamo riconosciuto il suo bambino; lei è uguale a noi, il loro destino è anche il nostro, madre e figlio rappresentano l’umanità dell’uomo”.
Ma Grossman non cede al pessimismo: “La forza della vita, la forza dell’umanità è enorme, e nemmeno la violenza più feroce e sistematica è in grado di sottometterla. Può solo ucciderla. Ecco la ragione della serenità che appare sui volti della madre e del figlio: sono invincibili. Anche nelle epoche più terribili la distruzione della vita non significa la sua sconfitta”.
Prima di Grossman anche Sergej Bulgalkov, uno dei grandi del pensiero russo, incontrò la Madonna di Raffaello. E ne fu illuminato. Scrisse che “gli occhi della Regina dei Cieli, che sale al cielo con il suo divin Figlio, mi hanno guardato. C’era in quegli occhi una forza infinita di purezza e d’immolazione volontaria”. Disse di aver perso i sensi, di aver pianto lacrime dolci e amare che gli sciolsero il cuore. Parlò di un miracolo. Eppure era un ateo marxista.
Da quell’incontro del 1898 cominciò la sua lenta conversione. Cosa di cui lo stesso Lenin si dolse molto. Da esule, quindici anni dopo, sacerdote ortodosso, rivide la Madonna. Non si ripeterono le stesse sensazioni spirituali. Ne rimase deluso. Confermò la sublime bellezza del dipinto ma vide una donna, solo una donna col suo bambino. Non era un’icona. Nulla di divino. Un capolavoro assoluto di umanità rinascimentale, proprio per questo incompatibile con l’ortodossia.
Ma Grossman proprio per questo ne rimase folgorato, per gli occhi di una madre eterna e lo sguardo melanconico del figlio che guardavano con pietà le sofferenze dell’umanità.
Il fante italiano in una trincea del Carso, le cosce sanguinolente sparse intorno per una bomba di mortaio, gli occhi fissi al cielo. Guardava lo sguardo pietoso su di lui della Vergine Maria. La sua madre eterna. Morì gridando: “Madonnina mia, Madonnina mia, Madonnina Mia…”
Grossman era ateo. Terminò il suo scritto con queste parole: “Questa umanità sopravviverà in eterno e vincerà.” In eterno. Forse quel giorno ebbe in dono la Fede.
Edoardo Fiore