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Mirko e Manolo sono amici di lunga data, sin dai tempi della scuola primaria. Risiedono nella periferia romana e nutrono il desiderio di abbandonare gli studi per intraprendere altre vie. Durante una serata insieme, mentre Mirko è alla guida, investono un uomo e fuggono senza prestare soccorso, un evento dal tragico epilogo poiché si presume che l’uomo sia deceduto. Tuttavia, questo incidente si rivelerà essere solo l’inizio di una serie di eventi che li trascineranno nel mondo della criminalità.

Mirko e Manolo, due giovani della periferia romana, frequentano le scuole superiori e conducono una vita ordinaria, immersi in una routine noiosa e priva di grandi aspirazioni. Una sera, tornando dalla palestra e chiacchierando tra loro dopo aver mangiato qualcosa, investono ed uccidono accidentalmente un pedone.

Presi dal panico, decidono di fuggire senza prestare soccorso e si affrettano a raccontare tutto al padre di Manolo. Quest’ultimo, preoccupato per il futuro del figlio, suggerisce loro di ignorare l’accaduto, finché non si scopre che la vittima è un pentito appartenente ad un clan della criminalità locale, a cui i ragazzi hanno involontariamente reso un favore.

Interpretando l’incidente come un colpo di fortuna, l’uomo presenta il figlio ai criminali, chiedendo loro di coinvolgerlo nei loro traffici.

È così che inizia il percorso di Manolo nel mondo del crimine organizzato e ben presto anche Mirko verrà coinvolto dall’ amico negli affari del clan.

I due ragazzi si lasciano trascinare in una spirale di delitti sempre più gravi, perdendo ogni empatia e sensibilità morale.

A causa delle loro qualità specifiche di freddezza e inconsapevolezza, vengono incaricati di eliminare Ruggero, un ex pugile residente nella provincia di Rieti.

Dopo essersi introdotti nella sua modesta dimora, Manolo elimina Ruggero con facilità, per poi suicidarsi inaspettatamente con un colpo di pistola alla tempia, sconvolgendo Mirko, che assiste sbigottito alla scena.

Mirko fugge, finalmente conscio di tutti gli errori commessi. Profondamente sconvolto, fa ritorno in città e informa Danilo di quanto è accaduto.

La mattina seguente, cerca di riconciliarsi con sua madre, chiedendole di trasferirsi in una città lontana da Roma

Successivamente, mentre attraversa la strada per recarsi al commissariato e denunciare tutto, viene ucciso con un colpo di pistola.

La natura dell’opera è caratterizzata dall’estrema non curanza con cui i protagonisti abbracciano il Male, compiendo azioni riprovevoli senza rimorsi evidenti, riflettendo così sulla fragilità delle giovani menti cresciute in contesti di povertà e privazioni.

Mirko e Manolo, pur non essendo figli di gangster, si trovano rapidamente a divenire protagonisti di un mondo criminale, abbandonando i valori e i principi che fino ad allora li avevano caratterizzati.

La trasformazione dei due giovani, provenienti da ambienti umili e inizialmente intenti a sopravvivere onestamente, illustra in modo crudo la perdita di ogni senso morale nel perseguire il successo nel contesto sociale e culturale in cui sono immersi.

Roma è una città dalla doppia anima, in cui accanto alle maestose meraviglie monumentali, al magnetismo del centro storico e alla bellezza incantevole di ville, chiese e palazzi, si cela un lato oscuro e inquieto.

Questo aspetto, vibrante e teso, permea la città dalla sua pulsante area centrale fino alle sue periferie, trovando manifestazione negli atteggiamenti sprezzanti, arroganti e beffardi dei suoi abitanti.

Negli anni ’50, Pasolini aveva intuito le contraddizioni intrinseche a Roma, non solo a livello estetico ma anche come risultato di un progresso politico e storico, sia tragico che vitale: la coesistenza di bellezza e bruttezza, ricchezza e miseria, felicità e orrore. Pasolini sottolineava come anche i crimini riportati dalla cronaca derivassero da questa mescolanza caotica e contrastante, perpetrati da individui deboli e terrorizzati, mossi dalla necessità di sopravvivere in un ambiente ostile.

Nei quartieri periferici, caratterizzati da marginalità geografica e culturale, emergono chiaramente i fenomeni di corruzione, violenza e connivenza con la mafia, manifestati attraverso il degrado strutturale e la mancanza di servizi.

Questa situazione si riflette anche a livello morale, con una diffusa sfiducia nelle istituzioni e un senso di vuoto etico accentuato dalla frenesia consumistica e tecnologica, che mina la dimensione umana e favorisce la rassegnazione e l’annientamento dell’individuo.

In questo contesto di anti-cultura, dove il degrado sociale si intreccia con la criminalità e la ricerca del denaro facile, Mirko e Manolo diventano vittime di una progressiva abitudine al male, che altera radicalmente il loro comportamento e l’aspetto del loro volto, come evidenziato dalle riprese ravvicinate della telecamera.

Tuttavia, nonostante questa involuzione, persiste in entrambi una lotta interiore contro il male. Manolo maschera la sua dissonanza dietro un’apparente indifferenza, mentre Mirko oscilla tra momenti di tristezza, rabbia e violenza, riflettendo una personalità frammentata.

Attratti dalla prospettiva di guadagni facili e dalla ricchezza materiale, i due giovani cedono alla tentazione omicida, spinti dall’insaziabile desiderio di dissoluzione e autodistruzione.

Nella contemporaneità, ci troviamo immersi in una società “liquida”, secondo la terminologia coniata da Bauman.

In questa fluidità si dissolvono tutti i valori e i legami interpersonali e sociali.

Di conseguenza, oggi, al culmine del nichilismo, emerge un concetto che possiamo definire come “dopo”. Teoricamente parlando, siamo oltre la filosofia, oltre la virtù, oltre l’obiettività, oltre le ideologie.

Nella rovina del paradigma conoscitivo che ha dominato la modernità, si è verificato un evento epocale. Non si è dissolta solo una singola visione ideologica, ma anche la stessa premessa ottimistica che ha sostenuto tutte le ideologie.

Pertanto, nel corso del XX secolo, abbiamo assistito non solo alla crisi delle filosofie della storia, ma anche a quella dei progetti globali di emancipazione umana, tra cui spiccano la filosofia hegeliana, il nazionalismo, il marxismo, il liberalismo economico e politico.

Tuttavia, non è sufficiente.

Il postmoderno, anzitutto, denuncia la crisi di una visione dell’essere umano prima ancora che della storia o del mondo.

Segnala una perdita di fiducia nell’umanità e nelle sue capacità di comprensione e azione.

È una sfiducia verso tutti i progetti teorici, pratici o tecnici che si basavano su una fiducia preconcetta nelle opere umane.

Con la caduta di tale fiducia fondamentale, si è scatenata una crisi in diversi ambiti: morale, politica, istituzionale.

Non a caso si parla di crisi del soggetto e della ragione, e, in un senso ancora più profondo, di crisi umana.

All’origine della modernità non vi è solo un modello di conoscenza o una visione progressiva della storia, come hanno sostenuto Lyotard e Vattimo.

All’origine della modernità vi è anzitutto un certo concetto di essere umano, che ha inizio con l’Umanesimo e si afferma con l’Illuminismo.

Potremmo definirlo un’antropologia della libertà e dell’autosufficienza della ragione, radicata sull’essere umano come soggetto, ragione e libertà.

La modernità è dominata dall’idea di un soggetto potente, portatore di una ragione forte e di istanze morali emancipatrici, che mirano a trasformare il mondo civile.

D’altra parte, l’era della crisi, la postmodernità, si orienta verso un relativismo soggettivistico che nega ogni fondamento e valore.

L’essere umano non è in grado di dare ordine al mondo né di guidare la storia.

Il mondo diventa sempre più complesso e intricato, in certi aspetti incomprensibile, sfidando l’essere umano e la sua ragione, smentendo le sue certezze.

I processi storici si accelerano e si intrecciano. Il ritmo dell’esistenza diventa sempre più frenetico. La storia corre.

Gli esseri umani corrono. Il flusso di informazioni su internet corre. Ma ciò che manca è la direzione!

Daniele Onori

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