Il Prof. Mauro Ronco, Presidente del Centro Studi Rosario Livatino, è intervenuto alla conferenza scientifica “Lavoro pericoloso. Sul lavoro del giudice”, organizzata dalla Corte Suprema di Polonia lo scorso 10 ottobre 2024 a Varsavia, nel corso della quale sono stati approfonditi profili di carattere etico, storico, sociologico e psicologico collegati alla professione del giudice. Ai partecipanti all’evento è stata distribuita la pubblicazione “I giudici antimafia, i più audaci tra gli audaci”, edita per l’occasione dalla Corte Suprema polacca e realizzata anche con la collaborazione del Centro Studi Rosario Livatino.
Quale immagine offre della magistratura un giudice che non rispetta il codice della strada? L’attenzione ai comportamenti che il magistrato tiene nella vita quotidiana è decisiva per l’immagine stessa della magistratura e per la sua credibilità. “Rispettate la legge”, ha detto il Presidente della Repubblica di Polonia, Andrzej Duda, intervenendo alla conferenza scientifica “Lavoro pericoloso. Sul lavoro del giudice” organizzata a Varsavia dalla Corte Suprema di Polonia lo scorso 10 ottobre 2024, presieduta dalla Primo Presidente della Corte Suprema polacca, Małgorzata Manowska, e moderata dal giudice Aleksander Stępkowski, nel corso della quale sono intervenuti, tra gli altri, anche la Primo Presidente della Corte Suprema di Cassazione, Margherita Cassano, il Primo Presidente emerito della Corte Suprema di Cassazione, Pietro Curzio, e il Presidente del Centro Studi Rosario Livatino, Prof. Mauro Ronco.
«Rispettate la legge» – ha riferito Andrzej Duda – «è quello che dico ai giovani magistrati. Se un giudice supera il limite di velocità e mostra alla polizia il suo documento di giudice, probabilmente questa [la polizia] non avrà voglia di sanzionarlo. Ma quando il poliziotto torna alla stazione e dice: “Sai, ho fermato di nuovo il nostro giudice. Questa volta ha superato il limite di 20 chilometri, l’altra volta stava sorpassando su una doppia linea” gli altri poliziotti sorrideranno e penseranno: “Va bene, è una piccola cosa”. Ma rimane nel subconscio: anche il giudice non rispetta la legge. Poi arriva il giudizio. C’è una persona che ha commesso qualche reato o crimine. Lo guarda e pensa tra sé: “commette lui stesso questi reati e ora qui giudicherà su di me”»[1].
Durante il suo lungo e articolato intervento, il Presidente della Repubblica di Polonia ha affrontato molte delle questioni che nell’ultimo periodo tormentano la magistratura polacca.
Dinanzi a una illustre platea – che contava la presenza, tra gli altri, anche di Dagmara Pawełczyk-Woicka, Presidente del Consiglio Nazionale della Magistratura – Duda ha anzitutto ribadito il ruolo del Presidente della Repubblica nel processo di nomina dei magistrati, previsto dal sistema giudiziario polacco, sottolineando che «Il Consiglio Nazionale della Magistratura non attribuisce a nessuno il diritto di rappresentare la Repubblica di Polonia. Questo diritto lo concede solo il Presidente della Repubblica di Polonia nell’esercizio della sua prerogativa, che è la nomina giudiziaria, e questa è la sua responsabilità … difenderò fino alla fine i giudici che ho nominato … mettere in discussione lo status dei giudici, anche da parte di altri giudici, mette in discussione le basi del sistema giudiziario e mina la sicurezza giuridica dei cittadini».
Duda ha sottolineato che il ruolo del Presidente della Repubblica è centrale fino al momento della nomina dei magistrati; una volta nominato, però, il magistrato è indipendente: «l’indipendenza dei tribunali e dei giudici non è solo un privilegio, è anche, e forse soprattutto, una maggiore responsabilità per le decisioni prese», ha detto il Presidente, «un’aspettativa sociale comunemente espressa è che la comunità giudiziaria condanni fermamente e coerentemente qualsiasi comportamento non etico, anche incidentale, dei suoi rappresentanti. Un’immagine positiva del terzo potere non è creata dalla reazione eccessivamente emotiva dei giudici alle critiche o da commenti critici troppo affrettati, e quindi poco convincenti, che qualificano come attacchi al principio di indipendenza della magistratura. Mettere in discussione le sentenze e considerarle come opinioni o giudizi inesistenti non costruisce un’immagine positiva della magistratura. Un giudice non dovrebbe esaminare altri giudici, comprese le loro caratteristiche di indipendenza, o mettere in dubbio l’efficacia della nomina di un altro giudice. Inoltre, un giudice non dovrebbe esaminare pubblicamente le attività di altre autorità pubbliche o intervenire come parte in un dibattito religioso, etico o ideologico, soprattutto politico». Ovviamente, ha ancora aggiunto il Presidente, se un magistrato vuole partecipare all’agone politico è libero di farlo, ma dismetta la toga e si sottoponga al giudizio degli elettori, al pari di qualsiasi altro cittadino.
Quindi, Duda ha ricordato le parole che è solito rivolgere ai giudici nominati durante la cerimonia di giuramento, che fanno riferimento anche ai requisiti etici di questa particolare professione: «I politici non possono ordinarvi di fare nulla e non possono obbligarvi come giudici a fare nulla. (…) Ma sapete dov’è il pericolo maggiore di soccombere alle pressioni e alle influenze? In casa, in famiglia, nella cerchia sociale e, soprattutto, in tribunale. (…) La società non lo sa, non è visibile, non viene rivelato né mostrato da nessuna parte, e molto spesso la carriera dei giudici dipende proprio da esso. (…) O avrete spina dorsale e non vi piegherete a tali pressioni: in casa, nella vita sociale, al lavoro, e allora sarete veri giudici, veri giudici in carne e ossa che daranno forma al sistema giudiziario come dovrebbe funzionare in uno Stato democratico, o di fatto come giudici siete semplicemente finiti».
Diverse le relazioni che hanno focalizzato la loro attenzione proprio sul tema etico, a partire da quella di Małgorzata Manowska, che ha aperto i lavori sottolineando che «padroneggiare la tecnica non basta per essere un buon magistrato … in questo mondo consumato dal conformismo e dal relativismo morale, ai giudici dovrebbero essere ricordati gli eroi, le persone che hanno vissuto davvero, hanno avuto dilemmi e paure, ma non hanno ceduto alle pressioni, non hanno ceduto al male»[2]; così il Primo Presidente della Corte Suprema di Polonia ha spiegato il motivo della scelta del principale argomento della conferenza e l’importanza, anche per i giudici polacchi, di conoscere l’esempio dei colleghi italiani caduti per mano mafiosa, che ha poi presentato alla platea; tra questi, Rosario Livatino, definito “martire della giustizia” da Papa Francesco durante la cerimonia di beatificazione del 2021. Małgorzata Manowska ha inoltre ricordato che per iniziativa dei giuristi appartenenti al Centro Studi Livatino è stato recentemente avviato l’iter canonico volto alla proclamazione del Beato Livatino a patrono dei magistrati[3].
La figura del giovane magistrato ucciso dalla Stidda agrigentina il 3 ottobre 1990 è stata ripresa e tratteggiata anche nei successivi interventi dei Professori Michele Indellicato e Marta Soniewicka e del Presidente emerito Pietro Curzio, nel corso dei quali è stato sottolineato quel rapporto essenziale che – secondo Livatino – esiste tra giustizia e carità: se il diritto ha una relazione stretta con la giustizia, come virtù cardinale dell’uomo, e se la giustizia è fonte essenziale del bene comune, l’impegno del cristiano non si esaurisce, secondo Livatino, nella sua realizzazione, perché la giustizia deve essere completata dalla carità.
La terza sessione della conferenza – dedicata a “la criminalità organizzata come sfida per l’indipendenza dei giudici” – ha visto gli interventi di Barbara Piwnik, ex Ministro della Giustizia della Repubblica di Polonia e ex Procuratore generale, e del Prof. Mauro Ronco. Barbara Piwnik ha proposto alcune esperienze personali maturate nel corso della sua esperienza come procuratore, mentre il Prof. Ronco ha delineato il quadro storico delle vicende italiane dal secondo dopoguerra alle stragi di Capaci e Via D’Amelio, passando per gli anni di piombo, ed evidenziato il ruolo di primo piano della magistratura italiana nel contrasto alla criminalità organizzata, di matrice mafiosa e stragista, e la sua determinazione, coraggio e sapienza investigativa: qualità tutte dispiegate nel più rigoroso rispetto della legalità, senza alcun cedimento al fascino perverso di una giustizia resa sommariamente omettendo le garanzie processuali e i diritti riconosciuti dalla legge ai detenuti nell’ambito della restrizione carceraria.
Nel corso del suo intervento il Prof. Ronco ha rievocato alcune dolorose vicende, come quella di Francesco Coco, Procuratore generale di Genova, ucciso dalle Brigate Rosse l’8 giugno 1976 per un atto di coraggio istituzionale compiuto nell’esercizio delle sue alte funzioni di custode della legalità, e Paolo Borsellino, di cui ha rievocato il rigore morale e la sua spiritualità («tutti noi abbiamo il dovere morale di continuare a fare senza lasciarci condizionare dalla sensazione o, financo, dalla certezza, che tutto questo può costare caro», aveva detto in un’intervista qualche giorno prima di essere ucciso e, sempre pochi giorni prima della morte, aveva convocato un sacerdote suo amico nell’ufficio di procuratore per confessarsi).
I temi del coraggio e della rettitudine dei magistrati sono stati ripresi da Margherita Cassano nella sua relazione di sintesi: «La forza morale dell’individuo è indifesa se non esistono principi forti che impediscano qualsiasi influenza sull’azione dei giudici nell’interpretazione e nell’applicazione della legge» ha affermato la Primo Presente italiana «lo dico basandomi sull’esperienza italiana e su ciò che l’Italia ha vissuto. La drammatica esperienza della dittatura fascista, durata vent’anni, ha guidato gli ideatori della Costituzione della Repubblica Italiana, che hanno introdotto in essa i principi che ancora oggi sono alla base del nostro operato e ci consentono di affrontare fenomeni come il terrorismo, la lotta organizzata criminalità, scandali nella pubblica amministrazione e riguardanti il potere politico. Grazie al lavoro di giudici e pubblici ministeri, siamo riusciti ad affrontare queste esperienze molto difficili, avendo come garanzie valori costituzionali come l’indipendenza, l’indipendenza rispetto ai poteri legislativo ed esecutivo, e il fatto che un giudice è soggetto solo alla legge. Ciò garantisce che, da un lato, il giudice governerà in modo indipendente e non sarà soggetto a pressioni da parte di altre autorità statali o pressioni interne da parte di altri giudici, e dall’altro non servirà a creare una casta professionale. Ciò deriva dal principio fondamentale della nostra Costituzione, che è l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge»[4].
La Primo Presidente italiana ha chiuso prospettando gli orizzonti comuni che attendono la magistratura italiana e polacca, nel contesto di un sistema che – anche grazie all’adesione dei due Paesi all’Unione Europea – è sempre più complesso, per via della disciplina multi-level cui le singole fattispecie sono sottoposte. Dall’intelligenza artificiale al tema dei “nuovi” diritti: quale atteggiamento, a Roma o a Varsavia, dovrà assumere il giudice di fronte a queste sfide?
Angelo Salvi
[1] Il discorso del Presidente della Repubblica di Polonia, Andrzej Duda, è ascoltabile in lingua originale sul canale Youtube della Corte Suprema polacca al seguente link: https://www.youtube.com/watch?v=KdzdZsbhoCg; per una sintesi si rimanda a https://tvn24.pl/polska/ten-sie-nadaje-ten-sie-nadaje-ten-sie-nadaje-prezydent-o-tym-jak-moglby-wybierac-sedziow-st8129296 e a https://fakty.tvn24.pl/zobacz-fakty/andrzej-duda-uwaza-ze-nie-mozna-kwestionowac-statusu-powolanych-przez-niego-sedziow-st8129718.
[2] Stralcio del discorso della Presidente della Corte Suprema di Polonia, Małgorzata Manowska, è rinvenibile al seguente link: https://www.sn.pl/aktualnosci/SitePages/Wydarzenia.aspx?ItemSID=1035-0dc69815-3ade-42fa-bbb8-549c3c6969c5&ListName=Wydarzenia.
[3] L’iniziativa è menzionata anche nella pubblicazione edita per l’occasione dalla Corte Suprema di Polonia: I giudici antimafia, i più audaci tra gli audaci, Varsavia, 10 ottobre 2024.
[4] Rimando ancora a sito della Corte Suprema polacca: https://www.sn.pl/aktualnosci/SitePages/Wydarzenia.aspx?ItemSID=1035-0dc69815-3ade-42fa-bbb8-549c3c6969c5&ListName=Wydarzenia.