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Negli ultimi mesi molto si è detto sul fine vita, anche in considerazione della sentenza n. 242 del 2019 della Corte costituzionale. Il tema riguarda la malattia inguaribile e la cura, il progresso biotecnologico e i limiti della scienza medica, la vita e la morte dell’essere umano. Dignità umana e libertà personale sono al centro del dibattito, quasi fossero diventate categorie vuote, contenitori senza più un contenuto specifico, alle quali attribuire significati anche antitetici: c’è chi rivendica l’esistenza di un diritto al suicidio assistito in nome della libera scelta di una morte definita dignitosa  e chi riconosce che ogni vita umana è da proteggere nella sua dignità e libertà fino alla fine.

È interessante notare che proprio sulla dignità e sulla libertà della persona – o, meglio, sull’interpretazione che viene data a tali principi – oggi dipende il futuro del nostro Servizio sanitario nazionale ma, soprattutto, la risposta alla domanda di cura di tanti pazienti nella vulnerabilità.

Una domanda che rimane spesso inascoltata. Sono migliaia e migliaia i pazienti che hanno bisogno di assistenza sanitaria e sociale. Il paziente nella malattia, soprattutto quella inguaribile, ha bisogno di cure specifiche, globali e precoci, e cioè sin dal momento della diagnosi, non solo nelle fasi terminali della malattia. Come è da rifiutare ogni pratica di accanimento terapeutico così è da escludere forme di abbandono del paziente, operato dal Servizio sanitario nazionale.

Il Consiglio Regionale del Veneto, proprio in questi giorni, non ha approvato la proposta di legge regionale sul suicidio assistito, una legge che sarebbe stata in ogni caso incostituzionale vista la competenza esclusiva del Legislatore statale in materia di ordinamento penale e di ordinamento civile in virtù del riparto di competenze legislative tra Stato e Regione contenuto nell’art. 117 Cost[1]. La proposta di legge riguardava “procedure e tempi” per garantire la morte rapida attraverso prestazioni di suicidio medicalmente assistito fornito dal Servizio sanitario nazionale, esplicitamente definito come un “diritto individuale e inviolabile[2]. Alcun cenno era contenuto nella proposta di legge al coinvolgimento in un percorso di cure palliative, e cioè alla cura nell’inguaribilità che vuole offrire sollievo al dolore fisico offrendo un sostegno anche psicologico, spirituale e sociale al paziente e a chi si prende cura di lui. Tale coinvolgimento in un percorso di cure palliative è indicato dal giudice delle leggi come pre-requisito rispetto a qualsiasi scelta in materia di fine vita[3].  

La malattia e la morte della persona sono considerate nella proposta di legge, al di là dei proclami, in una dimensione esclusivamente “tecnica”: ai bisogni del paziente verrebbe fornita una risposta con procedure e modalità tecniche, per consentire la morte volontaria rapida. La procedura e i tempi per ottenere in breve tempo il farmaco letale sarebbero il contenuto di un diritto definito addirittura inviolabile. Cardine del nostro ordinamento in materia non sarebbe più l’inviolabilità e l’indisponibilità della vita umana ma l’inviolabilità del diritto ad avere assistenza medica alla morte volontaria fondata esclusivamente sulla libertà di scelta. Con tale ricostruzione, lontana dalla stessa giurisprudenza costituzionale più recente in materia[4], si tenta di porre in contrasto vita e libertà, nella alternativa tra offerta di cura e prestazioni gratuite di suicidio assistito. La scelta per la morte volontaria, nella realtà dei fatti, pone fine non solo alla vita, ma anche alla stessa libertà.

Già con la sentenza n. 238 del 1996 la Corte costituzionale affermava il nesso ineludibile tra vita e libertà personale, riconoscendo ad entrambi la caratteristica dell’inviolabilità. La libertà personale è un diritto inviolabile, ricordava il giudice delle leggi,  “rientrante tra i valori supremi, quale indefettibile nucleo essenziale dell’individuo, non diversamente dal contiguo e strettamente connesso diritto alla vita ed all’integrità fisica, con il quale concorre a costituire la matrice prima di ogni altro diritto, costituzionalmente protetto, della persona”.

La stretta connessione esistente tra diritto alla vita ed all’integrità fisica e libertà personale è la matrice prima di ogni altro diritto.

La scelta di morire con il suicidio assistito è una scelta che attuata è (per sua natura) irrevocabile, come ogni morte per suicidio. Con la rottura del nesso esistente tra vita e libertà, con la scelta contro la vita, anche la libertà si snatura, eliminando sé stessa, contraddicendo la sua stessa inviolabilità. Come ammoniva Vezio Crisafulli, in un memorabile articolo pubblicato inizialmente su un quotidiano, “le apparenze possono sembrare ingannevoli e un incontrollato tripudio di libertà può segnarne invece a breve scadenza il tramonto”, poiché “di libertà si può anche morire, quando si siano superati certi limiti oltre i quali essa si snatura”.[5]

Si osserva allora, che di fronte al bisogno e alla domanda di cura e di assistenza di tantissimi pazienti nella malattia inguaribile, l’offerta di una cura umana precoce e integrale è l’unico diritto inviolabile da garantire in tempi rapidi. Si cade, altrimenti, anche nel fine vita, nel paradosso indicato dalla Corte costituzionale: il “paradosso di non punire il suicidio assistito senza avere prima assicurato l’effettività del diritto alle cure palliative[6].

Garantire effettivamente la cura, impegnando risorse, è oggi “una priorità assoluta delle politiche sanitarie”. Lo ricordano la Corte costituzionale, con la sentenza n. 242, e il Comitato Nazionale per la Bioetica[7], ma lo affermava già l’art. 3 della legge n. 38 del 2010 sulle cure palliative e la terapia del dolore[8].

Tale cura globale è per tanti anni mancata, per ritardi (ultraventennali) nell’applicazione delle leggi, problematiche burocratiche, mancati finanziamenti; sono stati lesi diritti sociali e libertà.

Per quanto riguarda il rapporto tra diritto fondamentale alla salute ed esigenze della finanza pubblica la Corte ha in passato, ripetutamente, affermato che “la tutela del diritto alla salute non può non subire i condizionamenti che lo stesso legislatore incontra nel distribuire le risorse finanziarie delle quali dispone; ma ha anche precisato… che le esigenze della finanza pubblica non possono assumere, nel bilanciamento del legislatore, un peso talmente preponderante da comprimere il nucleo irriducibile del diritto alla salute protetto dalla Costituzione come ambito inviolabile della dignità umana”[9].

Ai bisogni di tanti pazienti, l’unica risposta umana, in linea con i principi del nostro Sistema sanitario e della Carta costituzionale, fondata sulla pari dignità e sulla solidarietà sociale, non è erogare prestazioni in grado di provocare rapidamente la morte volontaria, ma rendere effettiva, in tempi rapidi, la cura globale e precoce, attenta anche ai bisogni del caregiver.  Come scrisse Giorgio La Pira nella Relazione sui principi relativi ai rapporti civili, in seno alla Prima Sottocommissione sui Diritti e doveri dei cittadini, durante i lavori in Assemblea costituente, “senza la tutela dei diritti sociali — diritto al lavoro, al riposo, all’assistenza, ecc. — la libertà e l’indipendenza della persona non sono effettivamente garantite”.

Francesca Piergentili
Docente di Diritto costituzionale nell’Università Europea di Roma


[1] Si v. sul punto il Parere dell’Avvocatura generale dello Stato reso ai Presidenti dei Consigli Regionali del Veneto e del Friuli Venezia Giulia, nn. 39326/23 e 40525/23 del 15 novembre 2023. Sull’incompetenza del legislatore regionale si consenta il rinvio a F. Piergentili, Progresso tecnologico e nuove questioni costituzionali: la (in)competenza delle Regioni sul fine vita, in DIMT, 2023.

[2] L’art. 4 della proposta di legge afferma: “Le prestazioni quali la verifica e l’assistenza ai trattamenti previsti dalla presente legge sono assicurate gratuitamente, nell’ambito del percorso terapeutico-assistenziale erogato in favore di coloro che ne abbiano fatto richiesta. Il diritto all’erogazione delle prestazioni disciplinate dalla presente legge è individuale e inviolabile e non può essere limitato, condizionato o assoggettato ad altre forme di controllo al di fuori di quanto previsto dalla presente legge”.

[3] Corte cost. sent. n. 242 par. 2.4 del Considerato in diritto. Il “coinvolgimento in un percorso di cure palliative deve costituire, infatti, «un pre-requisito della scelta, in seguito, di qualsiasi percorso alternativo da parte del paziente» (come già prefigurato dall’ordinanza n. 207 del 2018)”.

[4] Cfr. Corte cost. sent. n. 242 del 2019, par. 2,2 del Considerato in diritto, ma anche Corte cost. sent n. 50 del 2022, par. del Considerato in diritto. Nella sent. n. 242 afferma: “Neppure, poi, è possibile desumere la generale inoffensività dell’aiuto al suicidio da un generico diritto all’autodeterminazione individuale, riferibile anche al bene della vita”. Mentre nella sent. n. 50 ribadisce che “A questo riguardo, non può non essere ribadito il «cardinale rilievo del valore della vita», il quale, se non può tradursi in un dovere di vivere a tutti i costi, neppure consente una disciplina delle scelte di fine vita che, «in nome di una concezione astratta dell’autonomia individuale», ignori «le condizioni concrete di disagio o di abbandono nelle quali, spesso, simili decisioni vengono concepite» (ordinanza n. 207 del 2018). Quando viene in rilievo il bene della vita umana, dunque, la libertà di autodeterminazione non può mai prevalere incondizionatamente sulle ragioni di tutela del medesimo bene, risultando, al contrario, sempre costituzionalmente necessario un bilanciamento che assicuri una sua tutela minima. Discipline come quella dell’art. 579 cod. pen., poste a tutela della vita, non possono, pertanto, essere puramente e semplicemente abrogate, facendo così venir meno le istanze di protezione di quest’ultima a tutto vantaggio della libertà di autodeterminazione individuale”.

[5] V. Crisafulli, Di libertà si può anche morire, pubblicato in Il Tempo del 20 luglio 1977, ripubblicato in Stato, popolo, governo: illusioni e delusioni costituzionali, Milano, 1985, 319. V., inoltre, F. Vari, F. Piergentili, “Di libertà si può anche morire”. Brevi note sulla (imminente) dichiarazione d’illegittimità costituzionale dell’art. 580 c.p., in Dirittifondamentali.it, 21 ottobre 2019.

[6] Corte cost. sent. n. 242 del 2019, par. 2.4 del Considerato in diritto.

[7] CNB, Cure palliative, 2023; ID, Riflessioni bioetiche sul suicidio medicalmente assistito, 2019.

[8] Il comma 1 dell’art. 3 stabiliva che “Le cure palliative e la terapia del dolore costituiscono obiettivi prioritari del Piano sanitario nazionale ai sensi dell’articolo 1, commi 34 e 34-bis, della legge 23 dicembre 1996, n. 662, e successive modificazioni”.

[9] Corte cost. sent. n. 309 del 1999. V., inoltre, sent. nn. 267 del 1998, 416 del 1995, 304 e 218 del 1994, 247 del 1992, 455 del 1990.

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