Uno studio pubblicato sulla Rivista The Lancet Psychiatry dimostra che nei Paesi dove si è scelta la strada della legalizzazione -in particolare della cannnabis- il consumo di droga è aumentato, orientandosi verso sostanze ancor più dannose per la salute fisica e psichica.
Domenico Airoma
Non ha avuto molta eco dalle nostre parti uno studio pubblicato sulla Rivista The Lancet Psychiatry il 17 giugno scorso. Eppure, si tratta di un’indagine assai dettagliata che fornisce dati sui quali si dovrebbe riflettere. Soprattutto dovrebbe essere materia per un salutare esame di coscienza per i tanti soloni che continuano a pontificare sulla ineludibilità della legalizzazione come soluzione all’incremento del consumo di droga.
Lo studio in questione è stato condotto da esperti in dipendenze e salute mentale dell’Università di Bath (prof. Tom Freeman e dr.ssa Rachel Lees Thorne), in collaborazione con un’equipe internazionale proveniente da tutti i continenti.
Il nuovo studio considera, in particolare, gli orientamenti statali assunti nelle politiche sulla cannabis tra il 2000 e il 2025 e il loro legame con le variazioni nel consumo di cannabis, nella dipendenza da cannabis e in altri disturbi psichiatrici.
I risultati di questa nuova analisi globale dimostrano che nei paesi che hanno depenalizzato la cannabis, vi sono poche prove di cambiamenti nel consumo di cannabis.
Nei Paesi, invece, in cui ci si è spinti oltre, legalizzando la cannabis, cioè facendo sì che fosse lo Stato ad assumersene la vendita creando un mercato legale, il consumo della sostanza è addirittura aumentato. Anche il principio attivo della cannabis commercializzata è andato aumentando, così come i tassi di dipendenza tra gli adulti.
Negli Stati Uniti, il numero di consumatori giornalieri di cannabis è ora superiore a quello dei consumatori quotidiani di alcol. La legalizzazione e la commercializzazione hanno portato non solo ad un aumento della dipendenza da cannabis, ma anche dei ricoveri ospedalieri per psicosi, inclusi casi in cui i disturbi psicotici si sono manifestati insieme alla dipendenza da cannabis.
Lo studio affronta anche la questione della cannabis terapeutica.
I ricercatori hanno scoperto che un accesso scarsamente regolamentato alla cannabis terapeutica, soprattutto in assenza di prove chiare sulla sua sicurezza ed efficacia, potrebbe anche aumentare il rischio di danni alla salute delle persone.
Interessanti sono anche i risultati relativi alla relazione fra consumo di cannabis e disturbi mentali.
In particolare, si è rilevato che se, per un verso, l’uso quotidiano di cannabis, in combinazione con altri fattori, può aumentare il rischio di psicosi, per altro verso, è risultato meno chiaro e non dimostrato il ruolo dei prodotti a base di cannabis nella cura della depressione e dell’ansia.
Oggetto di revisione è anche l’uso dei cannabinoidi medici (i principi attivi della cannabis) per il trattamento dei disturbi psichiatrici.
Sebbene si stia diffondendo la tendenza a prescrivere queste sostanze per il trattamento dei disturbi mentali e della dipendenza da sostanze, sulla base delle evidenze disponibili provenienti da studi clinici, i ricercatori hanno riscontrato scarse prove concrete della loro efficacia.
In 54 studi clinici, sono stati riscontrati benefici limitati: i cannabinoidi hanno ridotto modestamente i sintomi di astinenza e il consumo di cannabis, migliorato il sonno in caso di insonnia e alleviato i tic e alcuni tratti autistici. Tuttavia, hanno anche aumentato il desiderio di cocaina nelle persone con disturbo da uso di cocaina e non hanno mostrato alcun effetto significativo su ansia, disturbo da stress post-traumatico, psicosi o dipendenza da oppioidi.
Ancora una volta, i fatti confermano quanto sia fallace e pericolosa la soluzione della droga di Stato. Non solo non risolve il dramma della tossicodipendenza, ma finisce con l’aggravarlo, rendendo lo Stato solo complice di una strage silenziosa.