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Il 18 ottobre 1973, moriva ad Annapolis (MD) Leo Strauss, professore emerito di Filosofia politica presso la University of Chicago. A 50 anni dalla sua morte, che cosa può ancora insegnarci la sua filosofia? Può la Chiesa cattolica vedere in lui un possibile alleato?

Il 18 ottobre di quest’anno, sono ricorsi 50 anni dalla morte di Leo Strauss, noto al mondo statunitense per essere stato uno dei nomi più illustri della University of Chicago – assieme ad altri come Friedrich von Hayek, Richard McKeon o Mircea Eliade. Per un lungo tempo, egli è stato considerato il fondatore del neoconservatorismo americano e gli sono sempre state affibbiate tante etichette diverse: da “ebreo ortodosso” ad “ateo”, da “tradizionalista” a “nietzscheano” etc. Eppure, ancora oggi siamo poco consapevoli della grandezza di quest’autore ed è questo il motivo per cui vale la pena continuare a parlare di lui.

Leo Strauss nasce a Kirchhain, un piccolo paese rurale nei pressi di Marburgo (nella regione dell’Assia), il 20 settembre 1899. La sua è una famiglia piccola-media borghese ebraica: il padre, Hugo Strauss, gestisce il negozio di alimentari e di utensili per l’agricoltura fondato dal nonno di Leo, Meyer Strauss, che si occupa anche dell’amministrazione della sinagoga locale. La madre, Jennie David Strauss (che purtroppo morirà a soli 46 anni, nel 1919), conduce una vita consuetudinaria e tradizionalista della religione ebraica e darà alla luce, nel 1901, anche Bettina, la sorella minore di Leo, a cui lui sarà molto legato. Nella primavera del 1917, dopo aver completato gli studi al Gymnasium di Marburgo, Strauss s’iscrive all’università della stessa città per studiare Diritto e Scienze politiche, ma viene subito arruolato nell’esercito tedesco e mandato al fronte belga. Nel novembre 1918, terminata la Grande Guerra, egli s’iscrive nuovamente alla stessa università, ma alla facoltà di Filosofia. Studia anche a Francoforte e a Berlino e termina la sua carriera di studente il 17 dicembre del 1921 ad Amburgo, discutendo una tesi di gnoseologia su Friedrich H. Jacobi, sotto la guida del neokantiano Ernst Cassirer.

Dall’anno successivo, Strauss segue un corso di perfezionamento a Friburgo, dove partecipa ai seminari tenuti da Edmund Husserl e da Martin Heidegger, rimanendo affascinato dalla Scuola fenomenologica. Nel 1925, ottiene un posto da ricercatore presso l’Akademie für die Wissenschaft des Judentums e, nel 1930, pubblica la sua prima monografia, incentrata su Baruch Spinoza: La critica della religione in Spinoza[1]. In quegli anni a Berlino, Strauss fa la conoscenza di Alexandre Kojève[2] e di Carl Schmitt, per il quale scriverà una Nota critica a Il concetto di “politico”[3]. Nella capitale tedesca, egli conoscerà anche la sua futura moglie, Miriam Bernsohn, che sposerà a Parigi nel 1933.

Nel 1932, grazie anche alle lettere di raccomandazione di Ernst Cassirer, di Julius Guttmann e di Carl Schmitt (con il quale romperà per sempre i rapporti quando questi aderirà al nazionalsocialismo), Strauss ottiene una borsa di studio dalla Rockefeller Foundation con oggetto di ricerca Thomas Hobbes. Per un anno, egli alloggia a Parigi, dove seguirà anche, per un breve periodo, il famoso seminario di Alexandre Kojève sulla Fenomenologia dello Spirito di Hegel presso l’École Pratique des Hautes Études. Successivamente, sarà costretto ad andare in Inghilterra, prima a Londra e poi a Cambridge, per consultare i manoscritti originali di Hobbes. Nel 1936, egli pubblica la monografia che lo renderà noto al mondo accademico anglosassone: La filosofia politica di Hobbes[4]. L’opera in questione avrà talmente tanto successo in Gran Bretagna da ricevere, nel 1937, una recensione positiva da parte di Michael Oakeshott[5].

Grazie alla fama ottenuta, tra la fine degli anni Trenta e gli inizi degli anni Quaranta, Strauss si sposta negli Stati Uniti, trovando lavoro presso la New School for Social Research di New York. È in questi anni che egli comincia a elaborare il suo pensiero maturo, che lo renderà noto al panorama statunitense: nel 1941, pubblica sulla rivista scientifica “Social Research” l’articolo Scrittura e persecuzione, che nel 1952 assumerà la forma di libro[6], comincia anche a interessarsi del diritto naturale e prosegue i suoi studi, iniziati negli anni Trenta, sul medioevo arabo-ebraico (Mosè Maimonide, al-Farabi etc.). Le cose però non vanno meglio per la sua famiglia: nel gennaio del 1942, Hugo Strauss muore d’infarto e, nel giugno dello stesso anno, tutto il resto della famiglia a Kirchhain viene deportato dai nazisti nei campi di sterminio. Si salva solo la sorella Bettina, che trova rifugio a Il Cairo, in Egitto, con suo marito, Eliezer Paul Kraus. Tuttavia, Bettina muore nel 1942, dando alla luce sua figlia Jenny. Due anni dopo, muore anche il marito (in circostanze molto misteriose) e Leo Strauss si prenderà cura di Jenny, divenendone il padre adottivo. Jenny Strauss Clay avrà poi una brillante carriera come docente di filologia classica presso la University of Virginia. Alla fine degli anni Quaranta, Strauss si candida come professore ordinario per la cattedra di Filosofia politica presso la University of Chicago ed ottiene l’incarico.

Negli anni Cinquanta, Strauss pubblica le sue opere più celebri focalizzate sulla critica alla modernità: Diritto naturale e storia (1953)[7], Pensieri su Machiavelli (1958)[8] e Che cos’è la filosofia politica? (1959)[9]. Negli anni Sessanta, invece, egli pubblica le opere incentrate sul cosiddetto “ritorno ai classici”: La città e l’uomo (1964)[10], Socrate e Aristofane (1966)[11] e Liberalismo antico e moderno (1968)[12]. Nel dicembre 1967, Strauss termina il suo ultimo corso alla University of Chicago, la quale però non gli concederà di tenere dei seminari come professore emerito – pratica che era consuetudinaria dell’università per i professori che si erano distinti per il loro contributo alla ricerca. Strauss si sposta allora a Claremont, in California, e alloggerà lì dal 1968 fino alla primavera del 1969. Successivamente si sposta ad Annapolis, nel Maryland, dove morirà nel 1973 a causa di una polmonite e verrà sepolto nel cimitero della Knesseth Israel Synagogue. Sua figlia adottiva Jenny si occuperà di riordinare la sua bibliografia e i suoi carteggi e l’archivio di riferimento a Chicago prenderà il nome di “Estate of Leo Strauss”. Fino al 2008, Jenny gestirà tale realtà, che passerà poi sotto l’amministrazione di Nathan Tarcov, ex-allievo di Leo Strauss, che tutt’ora è il Direttore. Oggi l’archivio è registrato come “Leo Strauss Center”[13] ed è associato alla University of Chicago.

Leo Strauss è stato un autore molto prolifico, pertanto la sua eredità è molto vasta e discussa. Tuttavia, vale la pena soffermarsi su quattro punti che sono centrali nel suo pensiero: la scrittura reticente, la critica alla modernità, il ritorno ai classici e la dialettica tra Atene e Gerusalemme.

La scrittura reticente. Chi ha letto Scrittura e persecuzione sa bene che si tratta di un testo che espone il metodo della cosiddetta “ermeneutica della reticenza”. Secondo Strauss, quando ci approcciamo a un testo classico – Platone, Cicerone, al-Farabi, Machiavelli etc. –, è nostro dovere interpretarlo considerando un lato essoterico e uno esoterico: il primo è il messaggio che il filosofo effettivamente espone a chiunque legga la sua opera, il secondo è il messaggio esoterico che può essere colto solo da pochi attenti lettori. Da grande lettore dei classici, Strauss individua diverse tecniche stilistiche attraverso cui è possibile cogliere il messaggio esoterico (le ripetizioni, i silenzi, le contraddizioni etc.) e ritiene che i filosofi del passato le abbiano adoperate per sfuggire alle persecuzioni del potere politico, che si sarebbe sentito minacciato se certe dottrine fossero state pronunciate pubblicamente. Naturalmente, Strauss non è ossessionato dal ricercare un messaggio esoterico nei classici: lui stesso invita a distinguere tra uso legittimo e uso illegittimo dell’ermeneutica della reticenza. Tuttavia, con questa osservazione, il nostro autore dimostra l’irrisolvibile tensione tra filosofia e politica, poiché hanno obiettivi diversi: la prima ricerca la Verità e, dunque, è disposta ad andare oltre le logiche di potere (il gioco delle parti, le opinioni più condivise etc.), la seconda, invece, ha solo lo scopo di persuadere le masse e di preservare il proprio potere. Questo non significa che il filosofo non debba interessarsi della politica, anzi è fondamentale che si ponga domande del tipo “qual è la migliore forma di governo?”, “che cos’è la giustizia?” etc.; tuttavia, il filosofo è anche consapevole che non ci sarà mai una piena identità tra filosofia e politica, poiché la prima è troppo radicale per la seconda.

Proprio per il suo interesse alla scrittura reticente, Strauss è stato erroneamente considerato il padre del neoconservatorismo americano, che avrebbe raggiunto la massima rappresentanza nell’amministrazione di George W. Bush. A partire dagli anni Novanta[14], si sono sviluppate diverse leggende nere sulle lezioni di Strauss a Chicago: pur tenendo dei corsi in cui parlava delle virtù nei classici, egli avrebbe nascosto nei suoi discorsi un crudo realismo politico, molto più cinico di quello di Machiavelli. Quel cinico realismo politico sarebbe stato poi colto esotericamente dai conservatori americani e avrebbe plasmato la classe dirigente del Partito Repubblicano, trionfando con la guerra in Iraq voluta da George W. Bush. Non c’è nulla di più lontano dalla realtà! È vero che, a partire dalla fine degli anni Dieci, Strauss aderisce al movimento sionista, ma già verso la fine degli anni Venti egli prende progressivamente le distanze da esso, poiché si rende conto delle contraddizioni dell’ideologia sionista. In una sua opera minore degli anni Trenta, Filosofia e Legge[15], in cui egli affronta il medioevo arabo-ebraico, il nostro autore afferma un certo elitismo, partendo dalla profetologia di Maimonide: il profeta è assieme filosofo e guida politica. Tuttavia, già nel corso degli anni Quaranta, Strauss cambia strada: il suo elitismo diventa esoterismo filosofico; per lui diventa sempre più rilevante l’inconciliabilità tra filosofia e politica e, rifacendosi a Platone, s’interroga su come il filosofo debba relazionarsi alla società per sfuggire ai propri detrattori e poter formare i propri allievi. Capiamo, dunque, che Strauss non ha alcuna intenzione di formare una nuova élite di potere: per lui è solo importante lo spazio del filosofo nella società. Che il nostro autore sia stato di spirito conservatore è indiscutibile: nelle elezioni del 1964, egli votò per il candidato repubblicano Barry Goldwater[16] e fece diverse pubblicazioni sulla “National Review”. Tuttavia, egli si distingue molto dal tipico conservatorismo anglosassone: nel 1953, quando Strauss pubblica Diritto naturale e storia, in quello stesso anno esce un’opera fondamentale del conservatorismo americano, ossia Il pensiero conservatore. Da Burke a Eliot[17] di Russell Kirk; il sottotitolo scelto da Kirk fa subito capire chi è per lui il primo grande autore di riferimento della tradizione dei conservatori, ossia Edmund Burke. Ebbene, qualcuno potrebbe rimanere stupito se scoprisse che, nell’ultimo capitolo di Diritto naturale e storia, Strauss è estremamente critico nei confronti di Burke in quanto ancora vincolato a categorie della filosofia politica moderna. Se, nella filosofia politica di Kirk, Burke ha un ruolo centrale, Strauss è più concentrato su Platone.

La critica alla modernità. Dalle riflessioni sulla scrittura reticente, possiamo capire un altro grande tema del pensiero di Leo Strauss, ossia la critica alla modernità. Secondo il nostro autore, una delle più grande colpe della filosofia politica moderna (iniziata da Machiavelli e da Hobbes) è stata quella di illudersi di poter cambiare la politica. Nel suo tentativo di voler realizzare i propri modelli teorici, la filosofia moderna ha abbassato i suoi scopi per renderli funzionali alla politica, ma di conseguenza ha smarrito la sua natura originaria, affermata dai classici, e ha progressivamente annullato la scrittura reticente. I filosofi moderni hanno così usato la radicalità della filosofia per mettere in discussione i loro contemporanei sistemi di governo, ma, allo stesso tempo, l’hanno resa funzionale a un’altra forma di potere, divenendo così dei “filosofi partigiani”. Il grande esempio è evidente nella Rivoluzione francese: i rivoluzionari ricorsero alla radicalità della filosofia e del diritto naturale, promossa dall’Illuminismo, per evidenziare le ingiustizie e le ineguaglianze dell’Ancien Régime; nel momento stesso in cui, però, si è instaurato il governo rivoluzionario in Francia, essi hanno smesso di filosofare, rendendosi servitori del nuovo potere e arrivando a chiudere gli occhi di fronte alle contraddizioni della Rivoluzione come il regime del Terrore di Robespierre. Tale atteggiamento della filosofia politica moderna è presente ancora oggi, tant’è che, secondo Strauss, è stato questo modo di concepire il rapporto tra filosofia e politica che ha portato molti filosofi a lui contemporanei a giustificare i totalitarismi del Novecento: da Martin Heidegger e Carl Schmitt nei confronti del nazionalsocialismo ad Alexandre Kojève nei confronti del comunismo sovietico.

Il ritorno ai classici. Di fronte agli errori della modernità, la soluzione di Strauss è un “ritorno ai classici”[18]. Tale ritorno però non va frainteso: il nostro autore non è mosso dalla nostalgia per un fittizio passato aureo, né intende tornare alle poleis greche. Quello che Strauss si propone di fare è di “decostruire” le categorie della filosofia politica moderna attraverso un recupero di quelle della filosofia politica classica. La superiorità dei classici rispetto ai moderni viene ribadita più volte dal nostro autore, ma non c’è alla base alcuna giustificazione reazionaria: semplicemente, il movimento accidentale della storia ha fatto sì che la filosofia mostrasse a pieno la sua natura attraverso uomini come Socrate o Platone.

Atene e Gerusalemme. Nel mondo accademico, Strauss è noto anche per aver parlato della dialettica tra Atene e Gerusalemme. Queste due città rappresentano le radici del pensiero occidentale e due stili di vita diversi: da un lato, Gerusalemme che è la città santa e rappresenta lo stile di vita del fedele, fondato sulla cieca obbedienza alla Legge mosaica che è legittimata dalla Rivelazione, dall’altro lato, Atene che è la città dei filosofi e rappresenta lo stile di vita incarnato da Socrate, che è la continua ricerca della sapienza (sophia). Gerusalemme rappresenta quello che Strauss chiama il “problema teologico-politico” con cui Atene (la filosofia) deve sempre confrontarsi: la religione rivelata offre una spiegazione al Tutto e, di conseguenza, indica agli uomini, attraverso la Legge, quale sia il corretto comportamento da seguire; essa non offre una spiegazione completamente razionale del Tutto, ma chiede la cieca obbedienza alla Legge e l’abbandono della ricerca filosofica[19]. Chiaramente, questo entra in contrasto con lo stile di vita di Atene, che Strauss stesso dichiara di preferire a Gerusalemme. Tuttavia, il nostro autore ammette che Atene e Gerusalemme sono costrette a convivere insieme, perché Atene ricerca costantemente la sapienza senza però giungere a cogliere interamente la Verità e, pertanto, non potrà mai escludere la Verità affermata da Gerusalemme.

Ci sarebbe ancora tanto da dire, ma nel presente articolo si è voluto dare un piccolo assaggio di quella che è stata la grande figura di Leo Strauss. In conclusione, s’intende lasciare una piccola riflessione sul perché i cattolici dovrebbero interessarsi maggiormente a Leo Strauss. Nel contesto italiano, la Chiesa cattolica ha molto trascurato Strauss, anche perché egli si rivela piuttosto critico nei confronti del diritto naturale di Tommaso d’Aquino e reputa irriducibile la distinzione tra ragione e Rivelazione, come si osserva nella dialettica tra Atene e Gerusalemme. Tuttavia, il mondo cattolico americano si è confrontato tanto con la filosofia di Leo Strauss[20], vedendo in lui anche un possibile alleato. Senza dubbio, Strauss non è del tutto conciliabile con la dottrina cattolica, tuttavia la sua filosofia ha avuto una certa influenza su alcuni autori cattolici americani: ricordiamo, ad esempio, James V. Schall, professore di Filosofia politica alla Georgetown University, ed Ernest Fortin, professore presso la Facoltà teologica del Boston College; Fortin studiò addirittura un anno (1963-64) al fianco di Leo Strauss, a Chicago.

In Diritto naturale e storia, Strauss sostiene la superiorità del diritto naturale classico rispetto a quello moderno e, nei primi due capitoli, egli si concentra sulla critica allo storicismo e alla scissione “Fatti” e “Valori” (promossa dalla sociologia di Max Weber e dal positivismo sociale), poiché sono due dottrine che rigettano ogni forma di diritto naturale e ogni possibilità di parlare di natura umana. Le sue argomentazioni contro lo storicismo e contro la scissione “Fatti” e “Valori” trovano tra l’altro molta affinità con quelle esposte da Edmund Husserl[21]. Pur annoverando Tommaso d’Aquino tra gli esponenti del diritto naturale classico, Strauss mostra di simpatizzare più per la dottrina platonica del diritto naturale, ma per le sue critiche allo storicismo, alla scissione “Fatti” e “Valori” e al diritto naturale moderno egli si rivela un ottimo alleato dei cattolici per la difesa del giusnaturalismo classico. Inoltre, in Che cos’è la filosofia politica?, Strauss parla delle tre ondate della modernità che hanno cambiato il modo di concepire la filosofia politica rispetto ai classici; è interessante osservare in questo un’analogia con la lectio magistralis di papa Benedetto XVI tenuta all’Università di Ratisbona nel 2006, Fede, ragione e università – Ricordi e riflessioni[22], in cui il pontefice parla delle tre ondate della modernità che hanno “de-ellenizzato” la razionalità, rompendo la sintesi che si era creata tra pensiero greco e quello cristiano. Naturalmente, Leo Strauss e Benedetto XVI prendono due strade diverse, ma vale la pena fare un paragone tra le due tesi.

Potremmo dunque dire che se, da un lato, Strauss non può essere assimilato alla dottrina cattolica, dall’altro, egli è senza dubbio un ottimo alleato per arricchire il dibattito sul diritto naturale e sul concetto di “razionalità”, di cui tutt’ora la Chiesa cattolica continua ad occuparsi. D’altronde, come ci insegna anche Tommaso d’Aquino, la ragione naturale, che è presente in tutti gli uomini, può comunque cogliere delle verità, anche se non è illuminata dalla grazia della Fede e non può conoscere a pieno l’essenza di Dio[23]: anche nella ragione di chi non crede c’è sempre l’impronta di Dio e, quindi, può manifestarsi in essa una parte della Verità.

Francesco M. Civili, Dottore magistrale


[1] Cfr. L. Strauss, Die Religionskritik Spinozas als Grundlage seiner Bibelwissenschaft. Untersuchungen zu Spinozas Theologisch-Politisch Traktat, Akademie-Verlag, Berlin 1930; trad. it. L. Strauss, La critica della religione in Spinoza. I presupposti della sua esegesi biblica [Sondaggi sul “Trattato teologico-politico”], a cura di R. Caporali, Laterza, Roma-Bari 2003.

[2] Ai tempi, sia Strauss che Kojève stanno facendo delle ricerche sul pensiero religioso. Successivamente, Kojève si sposta a Heidelberg per proseguire gli studi in filosofia, lingue orientali e religione e discuterà la tesi di dottorato sotto la guida di Karl Jaspers. Nel 1929, Kojève si trasferisce a Parigi.

[3] Cfr. L. Strauss, Anmerkungen zu Carl Schmitt „Der Begriff des Politischen“, in „Archiv für Sozialwissenschaft und Sozialpolitik“, LXVII (1932), n. 6, pp. 732-749; trad. it. L. Strauss, Note sul concetto di politico in Carl Schmitt, in G. Duso, a cura di, Filosofia politica e pratica del pensiero, FrancoAngeli, Milano 1988, pp. 315-332; poi in L. Strauss, Gerusalemme e Atene, a cura di R. Esposito, Einaudi, Torino 1998, pp. 379-399.

[4] Cfr. L. Strauss, The Political Philosophy of Hobbes: Its Basis and Its Genesis, trans. by E. M. Sinclair, Clarendon Press, Oxford 1936; trad. it. L. Strauss, La filosofia politica di Hobbes, in Id., Che cos’è la filosofia politica?, a cura di P. F. Taboni, Argalia, Urbino 1977, pp. 117-350.

[5] Cfr. M. Oakeshott, Dr. Strauss on Hobbes, in “Politica”, II, n. 8, 1937, pp. 364-80.

[6] Cfr. L. Strauss, Persecution and the Art of Writing, in “Social Research”, VIII (1941), n. 4, pp. 488-504; cfr. anche L. Strauss, Persecution and the Art of Writing, Free Press, Glencoe (IL) 1952; trad. it. L. Strauss, Scrittura e persecuzione, a cura di G. Ferrara e di F. Profili, Marsilio, Venezia 1990.

[7] Cfr. L. Strauss, Natural Right and History, University of Chicago Press, Chicago (IL) 1953; trad. it. L. Strauss, Diritto naturale e storia, a cura di N. Pierri, Neri Pozza, Venezia 1957; poi il melangolo, Genova 1990.

[8] Cfr. L. Strauss, Thoughts on Machiavelli, Free Press, Glencoe (IL) 1958; trad. it., L. Strauss, Pensieri su Machiavelli, a cura di G. De Stefano, Giuffrè, Milano 1970.

[9] Cfr. L. Strauss, What Is Political Philosophy? And Other Studies, Free Press, Glencoe (IL) 1959; trad. it. L. Strauss, Che cos’è la filosofia politica?, a cura di P. F. Taboni, Argalia, Urbino 1977.

[10] Cfr. L. Strauss, The City and Man, Rand McNally, Chicago (IL) 1964; trad. it. L. Strauss, La città e l’uomo. Saggi su Aristotele, Platone, Tucidide, a cura di C. Altini, Marietti, Genova-Milano 2010.

[11] Cfr. L. Strauss, Socrates and Aristophanes, Basic Book, New York 1966; trad. it. L. Strauss, Socrate e Aristofane, a cura di M. Menon, ETS, Pisa 2019.

[12] Cfr. L. Strauss, Liberalism Ancient and Modern, Basic Books, New York 1968; trad. it. L. Strauss, Liberalismo antico e moderno, a cura di S. Antonelli e di C. Geraci, Giuffrè, Milano 1973.

[13] Cfr. Leo Strauss Center: https://leostrausscenter.uchicago.edu/

[14] Cfr. S. Drury, Leo Strauss and the American Right, Palgrave Macmillan, 1999.

[15] Cfr. L. Strauss, Philosophie und Gesetz. Beiträge zum Verständnis Maimunis und seiner Vorläufer, Schocken Verlag, Berlin 1935; trad. it. L. Strauss, Filosofia e Legge. Contributi per la comprensione di Maimonide e dei suoi predecessori, a cura di C. Altini, Giuntina, Firenze 2003.

[16] Per chi fosse poco informato sulla storia della politica statunitense, è importante sapere che la campagna elettorale di Barry Goldwater del 1964 segna la definitiva svolta “a destra” del Partito Repubblicano, che s’identificherà nel Conservative Movement. A sostenere Goldwater ci sarà anche Ronald Reagan, che in quell’occasione terrà uno dei suoi più noti discorsi politici: A Time for Choosing, conosciuto anche come The Speech.

[17] Cfr. R. Kirk, The Conservative Mind. From Burke to Eliot, Regnery Publishing, Washington DC 2001; trad. it. R. Kirk, Il pensiero conservatore. Da Burke a Eliot, a cura di F. Giubilei, Giubilei Regnani, Roma-Cesena 2018. A onor del vero, va ribadito che il sottotitolo della prima edizione di The Conservative Mind recita From Burke to Santayana e solo a partire dalla seconda edizione verrà cambiato in quello che conosciamo noi oggi.

[18] Si badi bene che Strauss non è molto chiaro nell’utilizzo del termine “classici”: egli, infatti, sembra più riferirsi a filosofi come Socrate, Platone e Aristotele ed esclude altri pensatori come Democrito o Epicuro.

[19] Alcuni studiosi cattolici potrebbero obiettare di fronte a queste affermazioni, precisando che nella teologia cristiana la Fede non sia considerata un “chiudere gli occhi”, ma un “vedere”, come affermano Agostino d’Ippona, Tommaso d’Aquino o Blaise Pascal. Tuttavia, va tenuto presente che, da ebreo, Strauss ebbe più a che fare con la teologia ebraica, secondo cui, parlando in termini molto generali, è molto importante l’attenzione e l’obbedienza alla Torah.

[20] Basta rimandare a un evento estivo tenuto dal Lumen Christi Institute di Chicago tra il 6 e il 7 agosto del 2019: Reason, Revelation, Tradition: The Limits of Leo Strauss?  (https://lumenchristi.org/event/2019/08/master-class-on-strauss-macintyre-pieper-on-reason-revelation-mark-shiffman).

[21] Per la critica allo storicismo cfr. E. Husserl, Storicismo e filosofia della “Weltanschauung”, in Id., La filosofia come scienza rigorosa, a cura di C. Sinigaglia, Laterza, Roma-Bari 2005; per la critica al positivismo cfr. E. Husserl, La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale, a cura di E. Filippini, il Saggiatore, Milano 2015.

[22] Cfr. Benedetto XVI, Fede, ragione e università – Ricordi e riflessioni: https://www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/speeches/2006/september/documents/hf_ben-xvi_spe_20060912_university-regensburg.html

[23] Cfr. Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, Ia, q. 12, a. 12.

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