Pubblicato nel 1974, Todo modo di Leonardo Sciascia è uno dei grandi romanzi filosofico-politici del Novecento europeo. Sotto forma di giallo allegorico e di satira metafisica, il libro mette in scena la crisi della giustizia in una società in cui il potere, invece di sottoporsi al giudizio, si autoassolve e si riproduce attraverso l’opacità. Il ritiro spirituale nell’eremo di Zafer, i delitti che vi si consumano, la figura enigmatica di don Gaetano e il progressivo dissolversi della verità trasformano il romanzo in una meditazione sul rapporto tra colpa, legge, responsabilità e dominio. In questo articolo Todo modo viene analizzato come opera filosofica implicita, mettendolo in dialogo con l’adattamento cinematografico di Elio Petri e interrogandone la sorprendente attualità nel presente.
Daniele Onori
La giustizia nel labirinto del potere
In Todo modo la giustizia non appare mai come principio stabile, come equilibrio istituzionale o come ideale normativo capace di ordinare il mondo politico. Al contrario, essa emerge come ciò che manca, come vuoto che il potere tenta costantemente di occultare. Questa è la grande intuizione di Sciascia: l’ingiustizia moderna non si presenta sempre come violenza evidente, ma spesso come simulazione di legalità.
Il romanzo si apre infatti in una dimensione apparentemente rituale. Un gruppo di uomini di governo, esponenti dell’economia e della Chiesa si ritira in un luogo separato, l’eremo di Zafer, per una pratica di esercizi spirituali. Ma ciò che dovrebbe essere spazio di esame di coscienza si rivela progressivamente teatro del potere nella sua nudità.
Lì, in quel luogo chiuso e quasi fuori dal tempo, Sciascia condensa una metafora dell’ordine politico: un sistema autoreferenziale, isolato dal mondo, che pretende di amministrare il bene comune mentre custodisce il proprio privilegio.
La giustizia entra in scena proprio come domanda filosofica: può esistere dove il potere coincide con chi dovrebbe essere giudicato?
La trama come allegoria della colpa
La struttura narrativa di Todo modo assume la forma di un giallo, ma solo per rovesciarne i meccanismi. Quando iniziano gli omicidi che colpiscono i membri di questa élite raccolta nell’eremo, il lettore si aspetta un’indagine, una rivelazione finale, un ordine ricostituito. Nulla di tutto questo avviene.
Come spesso accade in Sciascia, il mistero non si scioglie in una soluzione, ma si approfondisce.
L’assassinio non è il centro del romanzo; il centro è il sistema morale che lo rende possibile.
In questo senso la trama va letta allegoricamente. Gli omicidi non sono soltanto eventi narrativi, ma segni di decomposizione. Ogni morte smonta un frammento dell’autorità, mostrando che sotto il linguaggio della moralità pubblica agiscono paura, complicità e volontà di dominio.
È qui che la riflessione sulla giustizia si sposta dal diritto alla responsabilità. Non interessa più chi sia penalmente colpevole, ma chi partecipi moralmente a un ordine corrotto.
È una domanda che ha radici tragiche e quasi greche.
Don Gaetano e la perversione teologica della giustizia
Al centro di questa architettura si impone la figura di don Gaetano, uno dei personaggi più enigmatici di tutta l’opera sciasciana.
Non è soltanto sacerdote, né semplice manipolatore. È una figura di confine, in cui religione, sapere e dominio si intrecciano.
Con lui Sciascia affronta un nodo decisivo: cosa accade alla giustizia quando la morale diventa strumento del potere?
Don Gaetano non predica redenzione, ma gestisce coscienze. Non illumina, orienta. Non cerca verità, la amministra.
Per questo assume quasi una statura metafisica. Somiglia, per certi versi, al Grande Inquisitore di Dostoevskij: colui che usa il linguaggio del bene per neutralizzare la libertà.
Qui la critica di Sciascia diventa profondissima. L’ingiustizia più radicale non è quella che viola apertamente la legge, ma quella che si traveste da ordine morale.
È una diagnosi terribile, e ancora oggi potentissima.
Verità e giustizia: il cuore filosofico del romanzo
Se il nucleo più profondo di Todo modo riguarda il rapporto tra potere e giustizia, il suo centro propriamente filosofico è forse ancora più radicale: il nesso tra verità e giudizio. In tutta l’opera di Leonardo Sciascia, da Il giorno della civetta (1961) ad Il contesto (1971) fino a Todo modo (1974), la giustizia non è mai pensabile separatamente dalla possibilità del vero. Non può esserci giudizio giusto se il reale è occultato, falsificato o manipolato.
La relazione tra verità e giustizia, in Sciascia, è strutturale. La giustizia non interviene semplicemente dopo che la verità è stata accertata; dipende ontologicamente da essa. Senza verità, il giudizio non è imperfetto: è impossibile.
Ed è precisamente questo il problema che Todo modo radicalizza.
Nel romanzo, infatti, la verità non appare mai come dato disponibile, oggettivo, ricostruibile in modo trasparente. È opaca, franta, continuamente sfuggente. I fatti non si lasciano ordinare in una narrazione stabile; ogni interpretazione risulta contaminata da interessi, rapporti di forza, strategie di occultamento.
Non esiste un punto neutrale da cui vedere il vero.
Questo elemento è decisivo, perché sposta il romanzo oltre la denuncia politica o la satira del potere e lo trasforma in una riflessione quasi epistemologica. Il problema non è soltanto che il potere corrompa la giustizia; è che intervenga sulla stessa possibilità di conoscere.
Chi controlla il racconto dei fatti controlla anche la possibilità del giudizio.
In questa prospettiva il potere non domina soltanto attraverso la coercizione, ma attraverso la produzione di verità.
È un’intuizione straordinariamente moderna. Sciascia anticipa qui problemi che oggi chiameremmo crisi della trasparenza, manipolazione delle narrazioni pubbliche, persino “post-verità”: non nel senso superficiale di semplice menzogna politica, ma nel senso più profondo di dissoluzione dei criteri che permettono di distinguere il vero dal falso.
Quando tutto è interpretabile, tutto diventa controllabile.
Ed è qui che la crisi della giustizia si rivela nella sua forma più radicale. Non fallisce soltanto perché i colpevoli restano impuniti o perché i tribunali sono corrotti. Fallisce prima ancora, quando manca un terreno comune di verità su cui il giudizio possa fondarsi.
La giustizia non può operare nel regime dell’indecidibile.
Questo tema attraversa l’intera struttura di Todo modo. Gli omicidi che scandiscono il romanzo non producono mai un vero processo conoscitivo; non conducono a una verità progressivamente chiarita, come nel modello del giallo classico. Al contrario, ogni delitto aumenta l’ambiguità.
È un anti-giallo proprio perché la verità non emerge: si addensa.
E in questo si coglie una scelta filosofica precisa. Sciascia sovverte il paradigma investigativo tradizionale, secondo cui cercare la verità significa avvicinarsi alla giustizia,per mostrare che, in un sistema di potere collusivo, persino l’indagine può essere assorbita dalla menzogna.
La ricerca della verità diventa essa stessa campo di conflitto.
Da qui deriva anche una critica implicita al rapporto tra potere e linguaggio. Nel romanzo parole religiose, morali e giuridiche — colpa, redenzione, ordine, legalità — risultano svuotate o rovesciate. Il linguaggio non illumina il reale: spesso lo maschera.
E poiché il giudizio si fonda sul linguaggio, la crisi della verità diventa immediatamente crisi della giustizia.
In questo senso si comprende perché Todo modo possa essere letto non solo come romanzo politico, ma come meditazione sul carattere fragile e problematico del vero nelle società moderne.
Sciascia sembra suggerire che il primo luogo in cui si corrompe la giustizia non sia il tribunale, ma il discorso.
Quando il reale diventa indecidibile, il potere non ha nemmeno più bisogno di negare la giustizia: può semplicemente renderla impraticabile.
Ed è forse questa la diagnosi più inquietante del romanzo. L’ingiustizia suprema non consiste solo nel sottrarsi al giudizio, ma nel distruggere le condizioni che rendono possibile giudicare.
Per questo, in Sciascia, la difesa della verità non è un problema teorico separato dalla giustizia: è il suo fondamento stesso. Cercare il vero diventa già una forma di resistenza morale e politica.
Ed è qui che il romanzo tocca il suo punto più alto: mostrando che il giusto non muore soltanto quando trionfa il potere, ma quando si perde la possibilità stessa di distinguere il vero dal falso.
Il film di Elio Petri: dal romanzo allegorico al teatro del grottesco
L’adattamento cinematografico di Todo modo, realizzato da Petri nel 1976 e interpretato da Gian Maria Volonté nel ruolo del Presidente, conserva il nucleo filosofico del romanzo di Leonardo Sciascia, ma lo traduce in un linguaggio diverso, che non è semplice trasposizione, bensì vera interpretazione critica. Il passaggio dalla pagina allo schermo non comporta una riduzione del contenuto teorico, ma una sua trasformazione espressiva: ciò che nel romanzo si affida all’allusione allegorica, nel film si materializza in una rappresentazione visionaria, deformata, apertamente grottesca.
Se Sciascia mantiene una rarefazione quasi metafisica — dove il potere appare enigmatico, opaco, sottratto a una piena nominazione — Petri spinge quella stessa intuizione verso una dimensione di incubo politico. L’allegoria si fa teatro. Il sospetto si fa immagine.
Il potere, che nel romanzo si manifesta come trama invisibile di collusioni, nel film assume la forma di una liturgia caricaturale e quasi sacrale. L’eremo di Zafer diventa spazio chiuso, claustrofobico, insieme monastero, bunker e palcoscenico del potere. Non è più soltanto il luogo simbolico in cui si ritira una classe dirigente, ma una vera macchina scenica che rende visibile il carattere autoreferenziale e quasi teologico del dominio.
Questa trasformazione è decisiva. In Petri il potere non appare soltanto corrotto: appare ritualizzato.
Le riunioni, le confessioni, le esercitazioni spirituali, persino i delitti, assumono una forma cerimoniale. Il linguaggio della religione, che in Sciascia aveva funzione ironica e allegorica, diventa nel film dispositivo scenico per mostrare come il potere si legittimi attraverso riti di autoassoluzione.
Da questo punto di vista il grottesco non ha semplice funzione satirica. È uno strumento di conoscenza.
La deformazione dei volti, l’eccesso recitativo di Volonté, l’artificialità quasi barocca degli ambienti, l’uso di spazi soffocanti e labirintici costruiscono una fenomenologia visiva dell’ingiustizia. I corpi stessi sembrano corrotti dal potere che incarnano.
Ciò che nel romanzo restava sospeso e allusivo, la complicità tra religione, politica e dominio, acquista così una materialità quasi fisica.
Il potere ha finalmente un volto.
Ed è qui che il film radicalizza, senza tradire, la diagnosi sciasciana.
Anche nel film, infatti, il nodo filosofico resta identico: la giustizia è impossibile là dove il potere si chiude su se stesso e si sottrae a ogni istanza esterna di giudizio. Dove non esiste alterità capace di interrogare il potere, il diritto si riduce a simulazione.
Petri rende questa intuizione persino più esplicita di Sciascia. Se nel romanzo permane una certa ambiguità conoscitiva, il mistero della collusione, l’indecifrabilità dei rapporti di forza, il film tende a sciogliere quel mistero in visione politica. Mostra che il problema non è soltanto la corruzione di singoli uomini, ma la struttura quasi teologica di un potere che si autoassolve.
Se il romanzo indaga il mistero della collusione, il film ne mostra il volto.
E forse si può dire di più: dove Sciascia costruisce una metafisica del sospetto, Petri ne mette in scena la corporeità.
Per questo Todo modo cinematografico non è un semplice adattamento, ma una radicalizzazione estetica e politica del testo. Attraverso il grottesco, Petri non attenua il problema della giustizia; lo rende persino più perturbante, perché mostra come l’ingiustizia non si presenti sempre come caos o arbitrio, ma possa organizzarsi come ordine, rito, istituzione.
Ed è proprio questa intuizione, comune a romanzo e film, a costituire forse il loro lascito più profondo: che il potere diventa più pericoloso non quando rinuncia a parlare in nome della giustizia, ma quando pretende di coincidere con essa.
Conclusione: la giustizia come smascheramento
Todo modo non offre una teoria positiva della giustizia, né propone un modello normativo alternativo capace di sostituire quello esistente. Non vi è, in Sciascia, alcuna costruzione sistematica del giusto. Al contrario, il romanzo opera una decostruzione radicale delle sue forme storiche e istituzionali.
Ciò che emerge è qualcosa di più profondo e, per certi versi, più inquietante: una vera e propria filosofia del sospetto. La giustizia non viene negata, ma continuamente sottoposta a verifica critica. Essa non può mai essere accolta come dato acquisito, né identificata automaticamente con la legge, con lo Stato o con le istituzioni che dichiarano di rappresentarla.
In questo senso, Sciascia mostra che la giustizia comincia precisamente nel punto in cui si incrina l’autoassoluzione del potere. Finché il potere si presenta come innocente, come portatore naturale del giusto, ogni possibilità autentica di giustizia risulta compromessa. Il primo compito critico diventa allora smascherare questa pretesa.
Da qui deriva una seconda, fondamentale conseguenza: la legalità non coincide necessariamente con il giusto. Il romanzo insiste sulla possibilità che il diritto venga piegato a logiche di dominio, trasformandosi in strumento di conservazione del potere piuttosto che in garanzia di equità. In questa prospettiva, l’ordine stesso, tradizionalmente inteso come condizione della giustizia, può rivelarsi una sua forma sofisticata di negazione.
L’ordine può essere ingiusto non quando fallisce, ma proprio quando funziona perfettamente.
È in questa ambiguità che si colloca la forza critica dell’opera. Sciascia non si limita a denunciare la corruzione o l’abuso, ma mette in discussione il nesso stesso tra giustizia e istituzione. Il problema non è soltanto che il potere tradisce il giusto; è che può appropriarsene, rappresentarlo, e proprio così neutralizzarlo.
Per questo motivo, la lezione più profonda che si può trarre da Todo modo riguarda la necessità di mantenere la giustizia in una posizione costantemente critica rispetto al potere. Una giustizia che si identifichi completamente con l’ordine costituito perde la sua funzione e si trasforma in ideologia.
Al contrario, perché sia reale, la giustizia deve conservare una dimensione di distanza, di vigilanza, di interrogazione permanente. Deve restare capace di opporsi anche alle forme che pretendono di incarnarla.
In questa prospettiva, Leonardo Sciascia non costruisce un romanzo semplicemente politico, ma un’opera che interroga in profondità il rapporto tra verità, potere e responsabilità. Todo modo diventa così non solo una rappresentazione di un sistema corrotto, ma una riflessione più ampia sulla fragilità stessa del giusto nella modernità.
Ed è proprio per questo che il romanzo conserva ancora oggi una forza particolare. Non perché offra risposte, ma perché rende impossibili le risposte semplici.
In un contesto in cui il linguaggio della legalità continua a essere utilizzato come legittimazione del potere, Todo modo rimane un testo necessario: un’opera che obbliga a distinguere tra giustizia proclamata e giustizia effettiva, e che ricorda come il primo gesto autentico del giusto non sia l’obbedienza, ma la critica.