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L’ amministrazione giudiziaria

Il 21 ottobre 2023, simbolicamente presso un Hotel di Agrigento definitivamente confiscato alla mafia, con il patrocinio del Centro Studi Livatino, si è tenuto un importante convegno in ricordo di Rosario Livatino dal titolo “L’eredità morale e Giuridica di Rosario Livatino”, che ho avuto l’onore di moderare.

In tale incontro, che ha finalmente restituito ad Agrigento il ricordo del Beato, è stata tratteggiata la importanza del lavoro e dell’impegno profuso dal Dott. Livatino sia in ambito penale sia e soprattutto nel fondamentale settore dei sequestri di natura patrimoniale, avendo Livatino, tra i primi, compreso che la perniciosa incidenza dei patrimoni illeciti nella economia legale rappresentava un pericolo per il corretto andamento del mercato, e quindi per la democrazia.

Non si deve dimenticare infatti che il dott. Livatino operò ad Agrigento negli anni Ottanta, anni di passaggio, di cambiamento, di trasformazione della criminalità, ed in tali fasi di transizione si muovono sempre forze contrastanti e spesso oscure, e di questo il Beato ne era profondamente cosciente. Emblematico al riguardo è il titolo di uno dei suoi interventi “Il ruolo del giudice nella società che cambia”, avendo compreso che il lavoro del magistrato non poteva che essere al passo con i camaleontici mutamenti della criminalità organizzata.

Intuì quindi che aggredire i patrimoni mafiosi, con conseguente devoluzione allo Stato, era la nuova frontiera per colpire al cuore la dimensione economico-criminale della mafia, e “prosciugare” quindi la fonte di sostentamento della associazione.

Il Giudice Alfredo Mantovano, in un Suo scritto del 21 settembre 22 Rosario Livatino, un modello di magistrato pubblicato in questo sito, ha plasticamente rappresentato la intuizione del Beato, affermando che “ Livatino dava fastidio alla stidda operante sul territorio agrigentino anche perché redigeva provvedimenti di sequestro e di confisca dei beni di provenienza mafiosa: oggi sono fra gli strumenti più diffusi di contrasto delle organizzazioni criminali, all’epoca – con una legislazione ancora poco articolata – erano poco praticati. Per questo facevano ancora più male: il mafioso non gradisce finire in carcere, ma se accade è nel conto; se però gli sottrai i beni, lo hai colpito nell’onore e nella credibilità. I decreti di prevenzione patrimoniale a firma di Livatino erano scritti così bene, che reggevano ai gradi successivi di giudizio”.

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L’eredità di Rosario Livatino nell’ambito delle misure di prevenzione patrimoniali ha trovato una sua compiuta realizzazione nel d.lgs. 159/2011 (c.d. Codice Antimafia), e nelle sue successive modifiche.

In tale codice, l’Amministrazione Giudiziaria rappresenta uno degli aspetti più rilevanti della procedura di sequestro, atteso che con essa si concretizza – mediante la spoliazione dei beni del soggetto attinto dalla misura di prevenzione – tutta la fase delle indagini svolte dagli organi a ciò deputati, ed al contempo inizia la gestione del patrimonio, prodromica alla confisca o alla restituzione.

E’ opportuno precisare che il sequestro ha una natura essenzialmente cautelare, in quanto è diretto a sottrarre – nelle more del procedimento penale – i beni di cui il proposto ha la disponibilità, e che si ritiene siano il frutto o il reimpiego di attività illecite. Conseguentemente, si priva il prevenuto della disponibilità giuridica e materiale del patrimonio oggetto della misura, con la contestuale apprensione da parte dell’Amministratore Giudiziario il quale, sotto la direzione ed il controllo del Tribunale e del Giudice Delegato, diviene il principale garante della concreta gestione del compendio sequestrato.

Dalla normativa che si è andata evolvendo nel tempo, dalla fondamentale Legge c.d. Rognoni la Torre sino al d.lgs. 159/2011, emerge che l’attività dell’Amministratore Giudiziario, lungi dall’essere volta esclusivamente alla mera custodia dei beni sottoposti al vincolo, è in realtà diretta ad assicurare e garantire una dinamica conservazione del patrimonio del soggetto attinto dalla misura di prevenzione, anche al fine di mantenerne ed accrescerne la consistenza economica.

Il Legislatore, nel disciplinare la figura dell’Amministratore Giudiziario, ha imposto allo stesso, a garanzia di superiori generali interessi, un obbligo di oculata gestione conseguente alla paralisi della legittimazione del prevenuto all’utilizzo dei propri beni. Parimenti, è compito dell’Amministratore realizzare l’incremento della redditività, atteso che il sequestro non incide sul diritto di proprietà dell’indiziato mafioso, bensì determina una traslazione della disponibilità dei beni stessi, con la conseguenza che si apre una gestione “per conto chi spetta” che assolve ad una funzione conservativo -restitutoria in favore di chi risulterà legittimo titolare all’esito del procedimento, e quindi il soggetto già attinto dalla misura in caso di dissequestro, o lo Stato nell’ipotesi di confisca.

Nella esperienza empirica di Amministratore Giudiziario, il subentro nella gestione ritenuta illecita non è mai semplice: difatti, in gran parte delle aziende sequestrate già gestite dalla criminalità:

– numerosi lavoratori sono in nero o comunque hanno uno stipendio di molto inferiore al dovuto o, peggio, subiscono il c.d. “cavallo di ritorno”;

– non vengono pagate le tasse e le imposte;

– le aziende hanno debiti enormi con i fornitori e nessuno di loro coltiva una azione recuperatoria e neanche una diffida;

– in alcune aree del paese il soggetto attinto dal sequestro mantiene un altissimo consenso sociale, e la persona indiziata di mafia continua ad essere il punto di riferimento della comunità cui appartiene, capace quindi di influenzare anche i terzi imprenditori nel negare le forniture o gli approvvigionamenti alla impresa sequestrata.

A ciò si aggiunga che alcuni Istituti di credito (per fortuna non tutti), dopo aver abbondantemente finanziato il soggetto indiziato di appartenere alla associazione mafiosa, improvvisamente ed al subentro della amministrazione giudiziaria interrompono i flussi finanziari e anzi richiedono il rientro della esposizione debitoria.

Sono quindi evidenti le difficoltà con cui l’Amministratore Giudiziario deve gestire il patrimonio sequestrato, ma con oculatezza e soprattutto rimettendo nei binari della legalità l’impresa mafiosa, pagando i fornitori ed i dipendenti regolarmente e correttamente, riesce a conquistare la loro fiducia e quindi a proseguire l’attività.

Per poter riportare però all’interno dei canoni di legalità una impresa sequestrata, per primo l’Amministratore Giudiziario deve dare l’esempio di lealtà, probità e dimostrare quotidianamente di lavorare nell’esclusivo interesse aziendale e della corretta prosecuzione dell’impresa, dovendo essere impermeabile ad ogni sollecitazione esterna o ad ogni tentazione di soddisfare interessi diversi, anche personali, da quelli strettamente connessi al suo mandato.

Quindi, anche per gli amministratori giudiziari valgono le mirabili parole che il Beato Livatino ha utilizzato il 7 marzo 1984 parlando della condotta dei giudici: “L’indipendenza  non è solo nella propria coscienza, nella libertà morale e nella fedeltà ai principi, ma anche nella trasparenza della sua condotta, anche fuori del suo ufficio, nella libertà e nella normalità delle sue relazioni, nella sua indisponibilità a iniziative e affari, nella scelta dell’amicizia”.

Rosario Di Legami
Avvocato – Amministratore Giudiziario

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