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Nella novella “Il gancio” (1902), successivamente rinominata “Il dovere del medico” (1911) Pirandello pone l’accento sulla responsabilità etica di un medico nei confronti della vita umana. E sorge un dilemma morale: il medico ha il dovere di preservare vite, ma ha anche il diritto di restituire alla vita chi ha deliberatamente deciso di privarsene?

Adriana Montesani, una giovane donna appartenente alla classe borghese benestante, condivide la sua vita con il brillante Tommaso Corsi. Un giorno, la sua felicità viene interrotta bruscamente quando il marito, ferito al petto da un colpo di arma da fuoco, viene urgentemente riportato a casa su una barella. A compiere questo compito delicato è il rispettato dottor Vocalòpulo. Di fronte alle pressanti domande di Adriana sulla ferita, egli, inizialmente imbarazzato, attribuisce l’accaduto all’infelice esito di un duello.

Tuttavia, il susseguirsi frenetico degli eventi svela una verità più amara ad Adriana: Tommaso è stato ferito da un sostituto Procuratore del re, che li aveva sorpresi insieme in un atteggiamento inequivocabile. Nel tentativo di difendersi, Tommaso aveva sparato con la sua pistola, causando la morte del marito tradito.

Da quel momento, intorno al letto di Tommaso, in grave pericolo di vita, si sviluppa una complessa trama di reazioni emotive e giochi mentali. Adriana rifiuta di accettare l’immagine di un marito fedifrago, considerando l’incidente come una fugace debolezza dalla quale nessun uomo può forse preservarsi.

La madre di Adriana emette un implacabile e inappellabile giudizio morale di condanna. Il dottor Vocalòpulo vede non solo un paziente da curare, ma anche l’opportunità di accrescere la sua già notevole fama salvando uno stimato cittadino. Il suo assistente, il dottor Sià, di modesta levatura, cerca di ottenere qualche briciola di gloria accanto al suo mentore. Nel frattempo, il cinico giornalista Vivoli gestisce la cronaca dell’incidente con tutta la disincantata sagacia possibile.

L’intera vicenda costituisce un terreno preparatorio per il complesso gioco di paradossi che Pirandello, ancora una volta, ci offre con maestria.

Infine, la guarigione di Tommaso dalla ferita diventa il punto cruciale in cui, attraverso l’intervento di Vocalòpulo, di Adriana e dell’eminente avvocato Cimetta, convocato appositamente, perché Tommaso dovrà affrontare un processo per omicidio. Tale situazione si presenta ancor più delicata considerando che la vittima è un Regio Procuratore.

In questo contesto, emerge il tema pirandelliano: Tommaso, solitamente un uomo sicuro di sé e persino eccessivamente pieno di sé stesso, attribuirà la responsabilità di tutto a Vocalòpulo, colpevole, secondo lui, di avergli salvato la vita. Tommaso si interrogherà sul reale merito del medico che, pur salvandolo dalla morte, lo ha riportato a una vita che, sostanzialmente, non è più sotto il suo controllo ma piuttosto del magistrato giudicante.

La questione centrale sarà se il dovere del medico di preservare la vita del paziente possa giustificare il destino di finire in prigione. Tutto ciò conduce inevitabilmente all’assurdità finale, intrinsecamente persino un po’ macabra: a causa dello sforzo scaturito dall’ira, la ferita di Tommaso, pur essendo ormai in fase di convalescenza, si riapre. Quando il dottore si muove per fermare il flusso di sangue di fronte ad Adriana e Cimetta, un gemito rabbioso di Tommaso lo interrompe, e lui, con triste e lucida rassegnazione, afferma:

“Ha ragione (…) Hanno sentito? Io non posso, non debbo…”

Il compito di un medico è preservare vite umane, ma può autorizzarsi a restituire la vita a chi ha scelto di rinunciarvi? Questa riflessione si materializza nella protesta di Tommaso Corsi, costretto a compiere un omicidio in legittima difesa contro il sostituto procuratore Neri, coniuge della sua amante. Dopo l’aggressione, Corsi aveva deciso di porre fine alla propria esistenza, chiedendosi ora se ha il diritto di reclamare quella vita salvata dal medico che lo ha impedito.

La verità di Tommaso (l’essersi già autopunito con il tentativo di suicidio) è una verità soggettiva, ma vera, rispetto alle verità oggettive che incolpano gli altri senza trascendere dal fatto in sé. Questa verità oggettiva per Pirandello è presunta, pura finzione. Il tentativo di suicidio ha per Tommaso valore assolutorio; per i soliti “altri” è una controprova della sua colpa e del suo tentativo di “farla franca” ad ogni costo. Tommaso ha quindi obbedito alla legge sociale del duello (il marito tradito che spara e l’amante che lo uccide per legittima difesa) e alla legge interiore del riscatto morale, attraverso il primo tentato suicidio.

Nel mondo di Pirandello non si trova spazio per l’espiazione o per la rassegnazione al dolore. Il suicidio è rivendicato, attraverso echi della filosofia stoica, come un diritto dell’uomo che, se non può scegliere il modo di vita a lui adatto, può scegliere, però, il modo e il momento di morire

La prospettiva pirandelliana su questo delicato tema ruota attorno all’idea di una libertà umana inviolabile, anche nelle situazioni più drammatiche. Ancora una volta, emerge il contrasto tra il giudizio degli uomini e quello della coscienza individuale. Tommaso Corsi crede di aver già pagato un prezzo elevato per il suo impeto, attraverso la sofferenza sopportata.

La paura di una condanna ulteriore, che lo colpisce improvvisamente, lo convince che, se il medico non può restituirgli una vita degna, non ha il diritto di costringerlo a vivere.

Le ragioni del ragionamento sviluppato nella novella trae origine da un ben preciso contesto storico. Infatti, verso la fine dell’Ottocento, si assistette a un periodo di crisi per la ragione astratta, segnato dalla declinazione del positivismo.

Quest’ultimo, fondato esclusivamente sull’evidenza delle cose concrete, non fu in grado di offrire soluzioni definitive alle complesse questioni legate all’esistenza. Un’ulteriore fallacia dei positivisti, accelerante il declino del movimento, consistette nel commistionare il concreto con l’ignoto. Per loro, le cose concrete soddisfacevano il desiderio umano di un assoluto.

Tuttavia, il tentativo di conciliare scienza e fede a scapito di quest’ultima non riuscì mai a soddisfare l’uomo, certo dell’esistenza di un altro mondo privo di concretezza e precisi dati matematici, un mondo oscuro, ma reale.

In quel periodo, le certezze antiche e recenti iniziarono a sgretolarsi, dando vita a una rivolta contro chi conferiva alla ragione e alla scienza un valore assoluto. È importante notare che la crisi di quel periodo era particolarmente pericolosa a causa della mancanza di un punto di riferimento e della perdita del centro. Questa crisi generò altresì un disagio sociale diffuso.

Pirandello, testimone di quei tempi, divenne l’espressione della cosiddetta crisi della coscienza contemporanea. Si distinse come uno dei rari scrittori dotati non solo di chiara consapevolezza delle ragioni di questa crisi, ma anche di una profonda comprensione della condizione dell’individuo immerso in una solitudine spaventosa.

Era l’uomo che si sentiva totalmente disperso in un flusso infinito di forme, desideroso di ribellarsi all’assurdità della vita e alla corruzione della società, ma consapevole dell’impossibilità di tale ribellione. Un individuo costretto a vivere in un contesto di ipocrisia e falsità nei rapporti sociali.

Il gesuita Ferdinando Castelli, per decenni acuto critico letterario di Civiltà cattolica, lo inserì nella categoria dei «cavalieri del nulla», così come per il filosofo Adriano Tilgher Pirandello era «forse lo scrittore più nettamente irreligioso d’Italia»; Tutt’al più lo si può definire «un ateo mistico».

Ma lo studio senza dubbio più approfondito si deve al cardinale Giovanni Colombo che nel libro Aspetti religiosi nella letteratura contemporanea del 1937 dedica un intero capitolo all’opera dell’autore agrigentino.

Il mondo di Pirandello è una realtà vana e insensata, «una nudità arida e inquietante» e tutta la vita «un abisso di vuoto». Per il teologo che sarebbe diventato arcivescovo di Milano Pirandello è «lo straziato poeta del soggettivismo e della relatività».

Egli ha anzi accreditato l’immagine di un cattolicesimo intransigente ed ipocrita (si pensi a come ha rappresentato preti assolutamente indegni) e nei suoi personaggi l’illusione delle fede serve solo per rendere almeno un po’ sopportabile l’esistenza.[1]

Daniele Onori


[1] Cfr. https://www.dehoniane.it/reviews/56745,%20L%27Osservatore%20Romano,%202016.pdf

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