Fino a che punto una democrazia può difendersi senza tradirsi? Il paradosso della tolleranza in Jemolo, tra “Convegno dei cinque”, Minority Report e Nolan.
Avv. Andrea Melucco
docente universitario – responsabile scientifico della formazione Istituto Regionale A.C. Jemolo
Abstract
Il presente contributo analizza la complessa questione della difesa della libertà all’interno delle democrazie liberali, prendendo le mosse dal pensiero del giurista Arturo Carlo Jemolo. La sua riflessione viene posta in dialogo con le pratiche discorsive dello spazio pubblico italiano del secondo dopoguerra e con influenti rappresentazioni cinematografiche contemporanee. Nello specifico, l’analisi si concentra sulla trasmissione radiofonica “Il convegno dei cinque”, prodotta dalla RAI negli anni Cinquanta, ricostruendone il ruolo e il contesto attraverso un’analisi archivistica del biennio 1952-1953. Parallelamente, vengono esaminate le opere cinematografiche Minority Report (Steven Spielberg, 2002) e la saga di The Dark Knight (Christopher Nolan, 2008-2012). Tali film sono interpretati come elaborazioni narrative del “paradosso della tolleranza” e della tensione irrisolvibile tra la prevenzione della minaccia e i limiti invalicabili dello Stato liberale, esplorando le implicazioni della sorveglianza e dello stato d’eccezione. La conclusione ricollega queste diverse prospettive al pensiero di Jemolo, collocandolo in un dialogo critico con le teorie di Carl Schmitt, Jürgen Habermas e Michel Foucault.
1. Introduzione – Il paradosso della tolleranza e il dilemma dello Stato liberale
Uno dei nodi teorici fondamentali della filosofia politica del Novecento è il problema della difesa della libertà contro movimenti o soggetti che ne minano i presupposti. Tale questione è nota come il “paradosso della tolleranza”: fino a che punto un ordinamento democratico può e deve tollerare coloro che mirano a sopprimerlo?
Il dilemma è intrinsecamente irrisolvibile:
- Se si concede a movimenti illiberali di agire senza restrizioni, essi potrebbero acquisire il potere e abolire le libertà fondamentali.
- Se, al contrario, li si reprime in via preventiva, si sta già limitando quella stessa libertà che si intende proteggere, adottando metodi potenzialmente autoritari.
La riflessione di Arturo Carlo Jemolo si inserisce pienamente in questo orizzonte problematico. Egli non propone una soluzione univoca o semplicistica, ma evidenzia la tensione ineliminabile che caratterizza lo Stato liberale. Quest’ultimo è costantemente chiamato a decidere se, quando e con quali mezzi difendersi, correndo sempre il rischio di tradire i propri principi fondanti. Ogni tentativo di neutralizzare preventivamente il rischio politico, infatti, apre la strada a una potenziale trasformazione autoritaria dell’ordinamento stesso che si vorrebbe salvaguardare.
2. Libertà e rischio nel pensiero di Jemolo
Nel pensiero di Arturo Carlo Jemolo, la libertà non è un concetto astratto o un valore immutabile, ma una “costruzione storica e istituzionale intrinsecamente fragile”. La sua esistenza non è mai data per scontata e la sua difesa richiede una costante vigilanza. Fondamentalmente, la libertà per Jemolo “implica necessariamente l’esistenza del conflitto e la possibilità del suo abuso”.
Da questa premessa deriva una concezione non assolutistica dello Stato liberale. Uno Stato che pretendesse di eliminare ogni forma di rischio e di conflitto finirebbe per negare la propria stessa natura. La libertà, pertanto, è inscindibilmente legata a un “margine di incertezza strutturale”, che ne rappresenta al contempo la condizione di possibilità e il suo limite intrinseco. Accettare la libertà significa accettare la possibilità che essa venga usata per fini distruttivi; rifiutare questo rischio significa rinunciare alla libertà stessa.
3. Spazio pubblico e mediazione discorsiva: “Il convegno dei cinque”
3.1 Inquadramento generale
La trasmissione radiofonica “Il convegno dei cinque”, prodotta e mandata in onda dalla RAI nel secondo dopoguerra, costituisce una delle prime e più significative esperienze di costruzione di uno spazio pubblico mediato nell’Italia repubblicana. Il format prevedeva un confronto dialogico e pluralista tra cinque intellettuali di spicco su temi di attualità politica, giuridica e culturale. A differenza dei programmi meramente divulgativi, “Il convegno dei cinque” si configurava come un “luogo di elaborazione argomentativa del dissenso”, dove le diverse posizioni potevano essere esposte e confrontate criticamente.
3.2 Il biennio 1952–1953: ricostruzione archivistica
L’analisi delle fonti primarie, in particolare del Radiocorriere RAI, permette di ricostruire con precisione il ruolo e la collocazione del programma. Nel biennio 1952-1953, la trasmissione era stabilmente inserita nel palinsesto del Programma Nazionale, occupando la prestigiosa fascia serale delle ore 21:00.
Ad esempio, è attestata una puntata in data 13 novembre 1952 a tale orario.
Sebbene non siano conservate trascrizioni integrali, il contesto storico e culturale suggerisce che i temi trattati fossero strettamente legati alle profonde trasformazioni sociali e giuridiche dell’Italia del dopoguerra, con un’attenzione particolare a questioni di diritto civile e alla condizione femminile. Nel corso del 1953, il format si consolida, diventando una vera e propria “istituzione discorsiva della cultura pubblica italiana” con una chiara funzione di mediazione tra il sapere specialistico e l’opinione pubblica.
3.3 Jemolo e la funzione pubblica del dibattito
La partecipazione di Arturo Carlo Jemolo a “Il convegno dei cinque” non fu episodica, ma coerente con la sua intera produzione teorica, in particolare con opere fondamentali come Chiesa e Stato in Italia negli ultimi cento anni e Il diritto ecclesiastico. Attraverso il mezzo radiofonico, Jemolo riuscì a tradurre riflessioni giuridiche complesse in un linguaggio accessibile a un pubblico più vasto, senza tuttavia sacrificarne il rigore analitico. Il programma divenne così l’attuazione pratica della sua convinzione più profonda: la libertà non si difende limitandola preventivamente, ma praticandola attivamente attraverso la pubblicità, la discussione e il confronto critico delle idee.
4. Rappresentazioni contemporanee della sicurezza: Minority Report e The Dark Knight
4.1 Prevenzione e libertà in Minority Report: dalla novella di P.K. Dick…
Il tema del rapporto tra libertà e prevenzione, centrale nel pensiero di Jemolo, trova una potente eco nella fantascienza. Il racconto “Minority Report” di Philip K. Dick del 1956 affronta il problema con una radicalità filosofica ancora maggiore rispetto alla successiva trasposizione cinematografica. Nel mondo descritto da Dick, il sistema di prevenzione del crimine (“Precrime”) si basa sulle visioni di tre individui “precog”. Il nodo centrale non è solo giuridico, ma ontologico: se il futuro è conoscibile con certezza, la libertà umana si riduce a un’illusione. L’elemento decisivo introdotto da Dick è la possibilità di “minority reports”, ovvero visioni divergenti tra i precog, che incrinano la pretesa di infallibilità del sistema.
La possibilità di errore non è accidentale, ma costitutiva: ogni sistema che pretende di eliminare il rischio finisce per produrre una forma di violenza epistemica, poiché deve sopprimere le condizioni stesse della dissonanza interpretativa. La critica di Dick non riguarda solo l’abuso della prevenzione, ma l’idea stessa che la giustizia penale possa fondarsi sulla conoscibilità certa del futuro.
4.2 …alla traslazione politico-istituzionale di Spielberg
La celebre versione cinematografica di Steven Spielberg (2002) riprende l’impianto narrativo di Dick ma ne sposta il focus dalla dimensione metafisica a una critica prettamente politico-istituzionale della sicurezza preventiva. Nel film, il sistema “Precrime” realizza una forma estrema di giustizia predittiva, annullando la “distinzione fondamentale tra intenzione e atto”, che è il pilastro del diritto penale moderno. L’individuo viene punito per un’azione che non ha ancora commesso. L’emergere del “minority report” diventa l’elemento narrativo che svela l’illusione della perfezione del sistema, conducendo a una critica radicale delle logiche di sicurezza assoluta, le quali si traducono inevitabilmente in una “negazione del libero arbitrio”.
4.3 Il clima politico e il ruolo della tecnologia
Realizzato nel 2002, il film di Spielberg si inserisce pienamente nel clima post-11 settembre 2001, un’epoca segnata dalla paura di attacchi imprevedibili e dall’affermazione di una logica di “prevenzione anticipata”. Questa logica ha giustificato l’adozione di normative come lo USA PATRIOT Act, che hanno ampliato enormemente i poteri di sorveglianza statale. Spielberg, attraverso un potente “esperimento mentale”, estremizza questa tendenza e ne mostra le inquietanti conseguenze. In modo profetico, sia Dick prima che Spielberg poi, colgono il ruolo cruciale della tecnologia: la sorveglianza digitale, la biometria (il riconoscimento dell’iride nel film) e la raccolta massiva di dati rendono tecnicamente possibile un controllo capillare e continuo che prima era solo teorico.
4.4 Eccezione e sorveglianza in The Dark Knight
La saga di The Dark Knight di Christopher Nolan (2008-2012) offre un modello alternativo per affrontare la minaccia. Qui, il nemico è il caos radicale incarnato dal Joker o il terrorismo nichilista di Bane, che mira all’annientamento dei valori della civiltà occidentale. Di fronte a una minaccia così assoluta, l’eroe Batman adotta un sistema di sorveglianza totale sulla popolazione, giustificandolo come misura eccezionale e temporanea. Il film problematizza questa scelta, mostrando come l’uso di strumenti extra-legali rischi di compromettere irreversibilmente l’ordine giuridico che si vorrebbe difendere. La posizione del film appare vicina alle teorie di Carl Schmitt: “nei momenti estremi, qualcuno deve decidere oltre la legge e l’eccezione diventa il vero fondamento del potere. Batman incarna questa figura sovrana che agisce al di fuori delle regole, si assume il peso morale della decisione e, significativamente, distrugge il sistema di sorveglianza una volta scongiurata la minaccia. Si delinea così una “visione tragica: la libertà si salva grazie a una temporanea sospensione della libertà stessa”.
Le due opere cinematografiche delineano quindi due modelli distinti di gestione della tensione tra sicurezza e libertà:
- Minority Report: una critica radicale della prevenzione assoluta come negazione dei fondamenti del diritto.
- The Dark Knight: un’accettazione tragica della necessità di sospendere eccezionalmente le garanzie per salvare l’ordine liberale.
5. Conclusione: Jemolo tra decisione, discorso e potere
Il quadro analitico emerso permette di collocare il pensiero di Arturo Carlo Jemolo in una posizione intermedia e particolarmente feconda. La sua riflessione appare come un costante tentativo di “mantenere aperta la tensione tra libertà e sua difesa, rifiutando tanto la neutralizzazione preventiva quanto la sospensione eccezionale come soluzioni definitive”.
In questa prospettiva, il pensiero di Jemolo può essere messo in dialogo con tre paradigmi fondamentali del pensiero politico contemporaneo:
- La teoria della decisione sovrana di Carl Schmitt, per cui lo stato d’eccezione rivela la vera natura del potere.
- La teoria della sfera pubblica di Jürgen Habermas, che vede nella comunicazione razionale e nel dibattito pubblico il fondamento della legittimità democratica.
- La critica di Michel Foucault ai dispositivi di sicurezza e sorveglianza come forme di governo biopolitico sui corpi e sulle popolazioni.
Jemolo non è riducibile a nessuno di questi modelli. Egli riconosce, con realismo schmittiano, la necessità del conflitto e della decisione, ma rifiuta la logica dello stato d’eccezione come soluzione. Al contempo, pur valorizzando il dibattito pubblico in senso habermasiano, è consapevole della fragilità della libertà e dei limiti della pura razionalità. Infine, la sua enfasi sulla discussione come baluardo della libertà lo pone in antitesi alle logiche di controllo totale analizzate da Foucault.
La libertà, per Jemolo, rimane una forma istituzionale “intrinsecamente instabile”, che si preserva non attraverso formule definitive, ma solo mediante la sua continua e coraggiosa “pratica discorsiva”. In questo, egli resta fedele al suo irriducibile liberalismo: più che fornire risposte, il suo obiettivo è porre correttamente i problemi, favorendo il confronto tra opinioni diverse nella consapevolezza che ogni epoca ha le proprie verità, nessuna delle quali può pretendere di essere immutabile o eterna.
Note
- Il presente contributo rappresenta la rielaborazione dell’intervento tenuto dall’Autore nel corso del convegno di Studi su “Diritto e Letteratura: forme linguaggi e crisi della giustizia; dal pensiero di Jemolo al confronto con Kafka, Satta e Sciascia” tenutosi il 23 aprile 2026 in Roma presso la sede dell’Istituto di Studi giuridici della Regione Lazio “Arturo Carlo Jemolo”.
- A.C. Jemolo, I problemi pratici della libertà, Milano, 1961.
- Radiocorriere RAI, annate 1952–1953.
- Radiocorriere RAI, novembre 1952.
- C. Schmitt, Teologia politica, 1922.
- J. Habermas, Storia e critica dell’opinione pubblica, 1962.
- M. Foucault, Sicurezza, territorio, popolazione, 1977–78.
Bibliografia
- Dick, P.K., Minority Report, 1956
- Foucault, M., Sicurezza, territorio, popolazione, 1977–78
- Habermas, J., Storia e critica dell’opinione pubblica, 1962
- Isola, G., La radio pubblica in Italia, 1990
- Jemolo, A.C., Chiesa e Stato in Italia negli ultimi cento anni, 1948
- Jemolo, A.C., Il diritto ecclesiastico, 1954
- Jemolo, A.C., I problemi pratici della libertà, 1961
- Nolan, C., The Dark Knight, 2008
- Schmitt, C., Teologia politica, 1922
- Spielberg, S., Minority Report, 2002
- Valbusa, P. (a cura di), Al Convegno dei cinque, 2013