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Alla luce dei tanti fatti di cronaca ed esempi di gravi mancanze di senso civico di cui si rendono protagonisti i nostri giovani, è lecito riflettere sull’utilità dell’insegnamento delle discipline giuridiche nelle scuole oggi.

  1. INSEGNAMENTO DEL DIRITTO: LO STATO DELL’ARTE

La docenza del Diritto negli Istituti scolastici secondari di secondo grado è di regola congiunta a quella dell’economia, la classe di concorso è la A-46 Scienze giuridico-economiche (ex A019, secondo il Regolamento recante disposizioni per la razionalizzazione ed accorpamento delle classi di concorso a cattedre e a posti di insegnamento di cui al DPR n. 19 del 14 febbraio 2016 e DM n. 259 del 9 maggio 2017). Le discipline giuridiche ed economiche hanno annoverato in passato anche il primato di una delle graduatorie con il maggior numero di docenti precari, ad oggi sono ancora circa 8.000, e molti degli immessi in ruolo lo sono stati ex Legge 107 del 2015 su cattedre di potenziamento, ossia come risorse aggiuntive assegnate alle scuole, spesso senza possibilità di insegnare la materia.

Sorprende che tali discipline siano considerate un elemento marginale della formazione degli studenti, escluse dai percorsi liceali, fatta eccezione per alcune sperimentazioni. Un parziale rimedio si è posto con l’istituzione dell’opzione economico e sociale del liceo delle Scienze Umane (DPR n. 89 del 2010, articolo 9 comma 2), in cui Diritto ed economia sono entrate a pieno titolo tra le materie di indirizzo. Il suddetto liceo, a soli 13 anni dalla sua nascita, rischia però già di vedere il declino, se andrà in porto l’ipotesi di sostituirlo con l’opzione Liceo del “Made in Italy” (Disegno di legge S. n. 497 XIX legislatura). L’altro indirizzo liceale in cui è introdotto il Diritto è quello sportivo (DPR n.89 del 15 marzo 2010 art.3 comma2), in cui però il taglio disciplinare è strettamente settoriale: Diritto ed economia dello sport. Negli Istituti tecnici la disciplina è impartita prevalentemente nel secondo biennio e quinto anno, spesso con una curvatura molto specifica e professionalizzante. Negli Istituti professionali le discipline giuridiche ed economiche sono insegnate nell’ultimo triennio con angolatura specifica per indirizzo, solo negli IPSIA il programma è svolto nel primo biennio con basi di Diritto costituzionale ed economia politica.

Ancora oggi troppi studenti non approcciano nel loro percorso di studi le discipline giuridiche ed economiche, che sono categorie culturali utili per comprendere meglio il mondo attuale e le sue dinamiche. All’ultimo anno della scuola secondaria di secondo grado gli studenti acquisiscono piena capacità di agire, il Diritto di voto, ma molti non hanno ricevuto una formazione adeguata sui loro diritti e doveri di cittadini italiani ed europei, sul funzionamento dello Stato e dell’Unione Europea, non hanno chiaro il rapporto tra i poteri dello Stato o quello tra istituzioni nazionali e sovranazionali. L’insegnamento del Diritto è utile anche per l’approccio al Diritto civile e commerciale, che nel percorso di studi mira a sviluppare competenze utili nel mondo del lavoro.

Inoltre, il pensiero giuridico fornisce strumenti per affrontare problemi complessi, impone di considerare molteplici fattori per arrivare ad una decisione ponderata ed attuabile che bilanci interessi diversi. Impossessarsi di queste strategie di problem solving aiuta gli studenti a non cadere in argomentazioni retoriche, a rifuggire risposte emotive che non tengono conto di tutti i fattori in gioco. Una buona educazione giuridica stimola il pensiero critico, apre al confronto tra punti di vista diversi, insegna che non si può pretendere di imporre la propria posizione, perché bisogna tener conto di quella degli altri, che legiferare è compito complesso, che la res publica non si gestisce con slogan mediatici.

1.2 L’INSEGNAMENTO DELL’EDUCAZIONE CIVICA

A fronte di una ridotta presenza delle discipline giuridiche ed economiche, si è incrementato l’insegnamento dell’Educazione civica, ma l’esito lascia al momento non poche perplessità. La legge del 20 agosto 2019, n. 92, relativa alla “Introduzione dell’insegnamento scolastico dell’educazione civica”, a partire dall’a.s. 2020/2021, istituisce un insegnamento cd. trasversale, cioè che tocca molti temi della contemporaneità e che è impartito da tutti i docenti curriculari, sotto la supervisione di un coordinatore referente. Ha sostituito la precedente formazione su Cittadinanza e Costituzione (introdotta dall’art. 1 del DL n. 137 dell’1 settembre 2008, convertito dalla Legge n. 169 del 30 ottobre 2008). La nuova Educazione civica è impartita per un minimo di 33 ore annuali, da ricavarsi nel monte ore delle discipline, le tematiche affrontate sono le più diverse, ispirate all’Agenda 2030 dell’ONU; il voto è ottenuto dalla media delle valutazioni espresse da ciascun docente relativamente al modulo svolto nelle sue ore, la valutazione finale incide sulla media complessiva e peserà anche per il voto di condotta. Un meccanismo macchinoso, dispersivo, che nella realtà lascia spesso l’Educazione civica relegata ad uno spazio molto marginale nel lavoro dei docenti curriculari.

Eppure le ambizioni formative erano alte: l’Educazione civica contribuisce a formare cittadini responsabili e attivi, e promuovere la partecipazione piena e consapevole alla vita civica, culturale e sociale delle comunità, nel rispetto delle regole, dei diritti e dei doveri” (L.92/2019 art. 1, comma 1); “l’Educazione civica è chiamata a sviluppare nelle istituzioni scolastiche la conoscenza della Costituzione italiana e delle istituzioni dell’Unione europea per sostanziare, soprattutto, la condivisione e la promozione dei principi di legalità, cittadinanza attiva e digitale, sostenibilità ambientale e Diritto alla salute e al benessere della persona” (L.92/2019 art. 1, comma 2); l’insegnamento mira a sviluppare “la conoscenza e la comprensione delle strutture e dei profili sociali, economici, giuridici, civici e ambientali della società” (L.92/2019 art. 2).

Il nuovo insegnamento si colloca inoltre nella prospettiva educativa della cd. media education, cioè la consapevolezza dei linguaggi dei media, favorita dall’uso delle nuove tecnologie quali strumenti didattici innovativi e immersivi, verso i quali le istituzioni europee e nazionali stanno orientando la scuola italiana, anche attraverso ingenti finanziamenti, tra cui il Piano scuola 4.0 della Misura 4 del PNRR.

Ad ampliamento dell’ambito dell’Educazione civica, a breve partirà anche l’insegnamento del Diritto del lavoro, per un ulteriore monte ore di 33 unità orarie annuali (due i progetti di legge presentati in Senato a riguardo A.C. 373, A.C. 630), e dell’educazione finanziaria.

1.3 APRIRE L’INSEGNAMENTO DELL’EDUCAZIONE CIVICA AI DOCENTI DELLA A-46

Come si vede, numerose tematiche giuridiche ed economiche entrano nelle nuove proposte formative, tanto che la legge sancisce anche che una quota di “4 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2020 è destinata alla formazione dei docenti sulle tematiche afferenti all’insegnamento trasversale dell’educazione civica” (L. 92/2019 art. 6). Sorge allora spontanea la domanda: perché non dare dignità di contenuto curriculare a questi nuovi saperi, affidandone la trattazione ai docenti specializzati della A-46? Altrimenti il rischio è che tanti argomenti restino appendici posticce del percorso didattico principale, gravando sui docenti curriculari già alle prese con la corsa al completamento dei programmi didattici da svolgere in sempre meno ore effettive.

Una familiarità con le scienze giuridiche ed economiche aiuta anche a decodificare i messaggi veicolati dalla TV o da altri media, come richiedono le nuove competenze digitali. La stessa partecipazione democratica presuppone la conoscenza e la padronanza di strumenti con cui comprendere dinamiche dei sistemi elettorali e della rappresentanza, in mancanza di categorie adeguate è limitato de facto il Diritto dei giovani alla cittadinanza piena e consapevole. Il forte disinteresse dei giovani per la politica o la sfiducia nelle istituzioni è un segnale a cui porre riparo.

Dare alla scuola obiettivi ambiziosi ma strumenti inadeguati, rischia di non consentirle di colmare lo scollamento con la realtà. Lo sviluppo di competenze civiche deve essere una priorità, perché troppo spesso fatti di cronaca ci ripropongono fallimenti educativi di cui non possiamo non farci carico; ma come intervenire per prevenirli?

Le competenze di cittadinanza meritano di essere sviluppate con la guida di docenti specializzati, occorre investirci, perché rispondono ad un bisogno civico primario dello Stato, che è quello di consolidare i propri principi democratici e di convivenza civile. Naturalmente non si tratta di delegare ad un singolo docente del Consiglio di classe questo enorme compito educativo, la scuola tutta deve essere comunità educante, in sintonia con le famiglie, chiunque la viva è investito della responsabilità di far sperimentare ai ragazzi uno spazio di legalità e di corrette relazioni sociali.

2. L’INSEGNAMENTO DEL DIRITTO E LA FORMAZIONE DELLA PERSONA

Questo ci porta ad estendere la riflessione a cosa significhi fare scuola, qual è il ruolo dell’insegnante, il compito del maestro. Di fronte ai ragazzi il docente è chiamato ad ampliare lo sguardo, a concepirsi in relazione con loro, al loro servizio, nel senso di capire chi ha di fronte di volta in volta e adeguare la propria comunicazione, verbale e non verbale, per entrare in un rapporto empatico. Quando questo sembra impresa impossibile, perché ci si scontra con atteggiamenti refrattari e devianti, non bisogna demordere, non è utile arroccarsi dietro il nozionismo disciplinare, ma piuttosto utilizzare i contenuti per veicolare messaggi postivi, possibilmente mirati al contesto che gli studenti conoscono, per stimolare la dinamica del giudizio: paragonare la realtà con le esigenze di bello, di buono, di giusto che stanno dentro il cuore di ognuno.

Difficile immaginare di insegnare Diritto in maniera tradizionale in contesti in cui la legalità non è familiare, in cui altre regole sociali, non giuridiche, disciplinano le comunità o le dinamiche del gruppo. Come si può non far percepire avulso, quasi ostile, l’insegnamento di una disciplina che spesso viene associata al controllo dello Stato sull’individuo? Può essere di aiuto partire dall’uomo, dagli esempi di persone che hanno dedicato la vita alla legalità ed alla giustizia, non per debolezza o rassegnazione, ma per la convinzione che quella fosse la via per garantire il bene di ciascuno, cioè poter vivere senza paura per sé e per i propri cari, poter realizzare le proprie ambizioni senza scendere a compromessi con la propria dignità, poter dire la parola amore senza vergogna. Senza retorica celebrativa, piuttosto come proposta di modelli di vita buona, carica di senso, imitabile perché destinata a produrre frutti ben oltre il tempo che le è stato concesso. Fare breccia nelle coscienze degli studenti potrebbe non bastare, ma è un seme piantato, i docenti sanno che spesso non è dato loro di vederne i frutti, ma la speranza che il seme fiorisca vale il rischio dell’impresa.

Aprire una crepa tra le solide infrastrutture culturali di antivalori è un compito arduo, ma le scuole possono essere a volte le uniche oasi in cui anche lo studente più difficile può riconoscere un’ipotesi di bene per lui e per la sua vita. Come stimolare un giovane ad andare oltre questa intima intuizione? Come essere realmente attrattivi da strappare i giovani alla tentazione di modelli negativi da emulare? Il fascino della trasgressione è proprio dell’adolescenza, il superare i limiti è visto come una prova di forza, che spesso legittima una leadership o garantisce l’appartenenza al gruppo. L’insegnamento del Diritto in questi casi può essere un valido aiuto: il Diritto impone di porsi nell’ottica che c’è un mondo fuori a cui rendere conto, nel quale siamo immersi attraverso una rete di relazioni interpersonali che richiamano ad un’assunzione di responsabilità, cioè rispondere, assolvere ad un compito. I giovani devono essere aiutati ad interiorizzare il valore positivo della norma, che non nasce per porre limiti alla libertà individuale, ma per rispondere a quel desiderio di buono e di giusto che anche loro percepiscono. L’ordinamento giuridico è il sistema che i consociati si danno per ordinare le relazioni umane in modo da consentire la fiducia reciproca, che è alla base della convivenza. Senza convenzioni sociali non c’è società. I docenti non si sottrarranno poi al dialogo molto stimolante che spesso ne consegue del rapporto tra legalità e giustizia.

3. IL DIRITTO NON BASTA, LE AGENZIE FORMATIVE DEVONO DARE MESSAGGI CONVERGENTI

Se è certamente importante l’insegnamento delle discipline giuridiche come quello dell’educazione civica, è pur vero che tutto questo sforzo ha possibilità di successo solo se rientra in un più ampio e condiviso orizzonte di senso.

La scuola ha il compito di formare la persona, ma non è l’unica agenzia formativa, il suo intervento viene dopo quello della famiglia e si interseca con quello della società reale e di quella virtuale dei social media. Se la scuola è concepita solo come il luogo preposto all’ istruzione, perché si ritiene che la vera formazione alla vita avvenga fuori, da parte di altre agenzie educative, si deve prendere atto che nel caso di una forte divergenza di messaggi tra scuola ed extra-scuola i ragazzi si disorientano, indicazioni contraddittorie non li aiutano a crescere, li rendono ancor più fragili.

Ad esempio, se il mondo propone il principio di autodeterminazione come regola primaria di progresso sociale, e quindi l’affermazione della volontà individuale è considerata l’apice della libertà della persona, c’è una evidente dissonanza tra ciò che si chiede alla scuola e le logiche del mondo. Dobbiamo uscire dall’ipocrisia di pretendere che la scuola formi i giovani senza educarli ai valori. I ragazzi dovrebbero essere aiutati a comprendere che la vita umana ha intrinsecamente un valore assoluto, ciascuno di loro ha un valore assoluto, la persona non è quindi un bene disponibile, bisogna imparare a rispettarla perché portatrice in ultima istanza di un mistero più grande, che al solo pensiero commuove, cioè mette in moto un sentimento di protezione e di rispetto. Non è una posizione di fede, ma umana.

Se invece il valore primario della persona si riconosce nella sua volontà, e questa facoltà prevale sul valore intrinseco della persona, c’è un cortocircuito, perché la volontà è soggettiva, va interpretata, può essere fraintesa, di fronte allo scontro di due volontà opposte prevale quella del più forte, addirittura del branco. Come conciliare messaggi divergenti? Liberando la scuola dalle ideologie e guardando con onestà intellettuale all’ontologia della persona umana e al bene dei nostri giovani.

Rispetto, solidarietà, amicizia sono valori che a volte non basta insegnare all’interno di un’aula, perché si può correre il rischio di ridurli a nozionismi, i ragazzi devono piuttosto farne esperienza. Può essere utile a questo scopo stimolarli a mettersi in gioco, attraverso proposte concrete di impegno attivo, aprire le aule al mondo e coinvolgersi con loro. In fondo è solo dentro una relazione umana vera che si può avviare un percorso costruttivo di crescita. Certo questo implica andare oltre l’attività curriculare, magari richiede di reinventarsi come insegnanti e rimodulare la proposta didattica, ancorandola più possibile alla realtà.

La scuola sta attraversando una fase di cambiamento, può essere il momento buono per sfruttare risorse e richieste che vengono anche dall’Europa, per avere il coraggio di svecchiare la didattica, renderla sempre più orientativa, personalizzarla, facendosi carico di ciascuno studente, nella certezza che tutti possono essere educati, cioè aiutati a tirare fuori il meglio di sé.

Il nuovo lessico, che parla di talenti e capolavori, possa essere foriero di un reale cambiamento che la nostra scuola e le giovani generazioni da tempo attendono.

Elena Fruganti

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