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Note a margine del libro di “Stato essenziale, società vitale” di Alberto Mingardi e Maurizio Sacconi 

La crisi da coronavirus ha avuto diversi effetti di medio-lungo periodo, tra cui quello di rimettere al centro della scena il ruolo dello Stato con particolare riguardo all’erogazione di specifici servizi rivelatisi drammaticamente deficitari (soprattutto nell’area dell’assistenza sanitaria e dell’istruzione). Altre emergenze come la crisi energetica e la guerra hanno ripresentato gli stessi problemi e la risposta è stata sempre la stessa: quella di allargare il perimetro dell’intervento dello Stato. Gli autori del libro, con uno sguardo rivolto al futuro, auspicano una nuova stagione politica in cui la ripresa economica sia sostenuta da uno Stato diverso, più̀ leggero e più̀ affidabile che lasci spazio al dinamismo sociale.

Il principale problema dell’assetto istituzionale italiano è oggi, prima di tutto, uno Stato invasivo al Nord e assente al Sud. La semplice osservazione della realtà, infatti, dimostra, da un lato, una parte di Italia afflitta da una carenza lancinante di infrastrutture e da un’incapacità strutturale di organizzare servizi efficienti, al punto di versare in un drammatico stato di abbandono e rischiare irreversibili processi di spopolamento: in nessun paese Ocse esiste ormai un divario territoriale come quello italiano tra Nord e Sud.

Dall’altro, si assiste alla rivendicazione di una maggiore autonomia da parte di alcune Regioni settentrionali che viene giustificata in nome della propria capacità gestionale. È da questo dato che occorre prendere le mosse per capire che cosa potrebbe servire per un riassetto complessivo del sistema. Il problema delle realtà regionali efficienti, infatti, è oggi quello di un pervasivo centralismo che ne blocca le potenzialità di sviluppo.

L’inefficienza che viene in rilievo non è tanto quella derivante dal progressivo disimpegno nella assegnazione di risorse, quanto piuttosto quella determinata da un metodo fallimentare nelle modalità di erogazione delle stesse, spesso finite solo ad alimentare rendite parassitarie e improduttive o addirittura i circuiti della illegalità. È significativo che in alcune parti di Europa siano visibili grandi opere infrastrutturali realizzate con i fondi europei, mentre nel meridione italiano non si veda nulla di tutto ciò.

Altro dato da evidenziare è che il sistema italiano ha troppe regole inutili e manca di regole necessarie. È sotto gli occhi di tutti la necessità di garantire maggiore trasparenza nella disciplina dei rapporti tra sistema finanziario e imprese, come anche nella governance societaria. Di contro, il sistema ha anche bisogno di essere liberato da regole inutili, inadeguate, stratificate in discipline complesse che impongono costi ingenti e ingiustificati alle imprese come ai cittadini e spesso rendono difficile l’efficiente gestione di risorse fondamentali.

Il lavoro di semplificazione e di eliminazione di queste regole è stato iniziato qualche anno fa, ma si tratta, però, di una semplificazione solo apparente, perché in effetti si mantiene comunque una sorta di droit de régard dell’amministrazione, che può sempre intervenire ed eventualmente bloccare l’attività intrapresa, di modo che il privato o l’imprenditore corre il rischio di fare investimenti e iniziare attività che possono essere in qualsiasi momento bloccate. Una seria politica di semplificazione amministrativa deve invece apprestare strumenti con i quali sia possibile valutare la necessarietà e l’idoneità delle regole, procedendo a delle vere e proprie liberalizzazioni di attività e, soprattutto, garantire ad imprese e cittadini decisioni certe e tempestive da parte dell’amministrazione.

Una buona amministrazione è un’amministrazione che prende buone decisioni, non un’amministrazione che tace, come dimostra l’esperienza dei sistemi amministrativi più avanzati e più efficienti di quello italiano, perché la certezza e la sicurezza delle condizioni operative sono un bene essenziale per le attività produttive e gli investimenti.

Per gli autori è nel principio di sussidiarietà che si colloca oggi una delle cifre del vero riformismo. Formule moderne come quella della Big Society o della New Governance sono costruite proprio sul principio di sussidiarietà. Ma anche la nostra tradizione più autentica ed efficace si è sviluppata sulle coordinate del principio di sussidiarietà: dai distretti industriali alle banche, dalle opere sociali a quelle culturali. Eppure, paradossalmente, proprio in un Paese la cui storia è intrisa di sussidiarietà si sono avuti decenni di legislazione anti-sussidiaria: nella famiglia, nella scuola, nel sociale.

Come sostiene Maurizio Sacconi, ad affossare il sistema è anche e soprattutto una radice ideologica: l’idea base dell’antropologia negativa, stigmatizzata nella formula hobbesiana, tradotta poi nell’assioma per cui “pubblico” è uguale a “morale” e “privato” è uguale a “immorale”. Se l’uomo è lupo per l’altro uomo, ci vogliono fiumi di regole per ingabbiare l’animale, e tutto si risolve in quel paradosso per cui le regole non bastano mai. Così molti italiani si ritrovano nell’esperienza di attendere oltre un anno per ottenere una concessione edilizia, per poi venire a scoprire che nel nostro Paese esiste un milione di “case fantasma”, fatte emergere dalla mappatura aerea effettuata della Agenzia del Territorio e confrontata con i dati catastali.

È stato A. De Tocqueville, ne “La democrazia in America”, a scolpire profeticamente la più efficace sintesi del processo che oggi ci troviamo, nonostante tutto, a subire: “Il sovrano estende il suo braccio sull’intera società; ne copre la superficie con una rete di piccole regole complicate, minuziose ed uniformi, attraverso le quali anche gli spiriti più originali e vigorosi non saprebbero come mettersi in luce e sollevarsi sopra la folla; esso non sprezza le volontà, ma le  infiacchisce, le piega e le dirige; raramente costringe ad agire, ma si sforza continuamente di impedire che si agisca, non distrugge, ma impedisce di creare, non tiranneggia direttamente, ma ostacola, comprime, snerva, estingue, riducendo infine la nazione a non essere altro che una mandria di animali timidi ed industriosi della quale il governo è pastore. Ho sempre creduto che questa specie di servitù regolata e tranquilla, che ho descritto, possa combinarsi meglio di quanto si immagini con qualcuna delle forme esteriori della libertà e che non sia impossibile che essa si stabilisca anche all’ombra della sovranità del popolo» (1992).

Una situazione di queste proporzioni ha evidentemente un presupposto ideologico alla sua base. Ben diversa era la prospettiva di Sant’Agostino di una socialità originaria, di una civitas primaria. L’ordine sociale di cui parla Agostino nasce dalla socialità propria della natura umana; è un ordine che ha una sua bellezza propria (Agostino, De vera religione 26, 48: “…Habet quippe et ipse modum quemdam pulchritudinis suae”). Non nasce dal peccato originale l’ordine della società; è ferito, come ogni dimensione umana, dal peccato, ma nasce dalla natura umana creata buona da Dio, piena di desiderio e di esigenza di socialità. Occorre quindi tornare da Hobbes ad Agostino; dall’antropologia negativa a quella positiva. Le implicazioni sono rilevantissime.

Daniele Onori

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