Il ruolo del penalista tra critiche, coraggio storico e sacrifici. Un percorso attraverso esempi di difesa eroica e sacrificio personale. Prima di due parti.

PREMESSA

In molte parti del mondo sono disprezzati la natura, l’attività e il fine dell’avvocato penalista. La sua opera è vista come dannosa per la società, scarsamente utile per l’accusato e, in ogni caso, intrinsecamente ostruzionistica al corso della giustizia. In taluni Paesi addirittura l’avvocato è vittima di persecuzioni e non di rado il potere tirannico dei governanti giunge fino al punto di ucciderlo.

Anche laddove, come nei paesi occidentali, l’avvocato è ancora una componente essenziale del giudizio penale, si avvertono delle incertezze sull’importanza del suo ruolo e, addirittura, sono espresse, velatamente o meno, in vari settori dell’opinione pubblica, svariate critiche in ordine alla ‘moralità’ del suo prestarsi a difendere persone accusate di crimini infamanti.

Tra gli avvocati penalisti serpeggia peraltro un certo scoramento. A differenza di quanto accadeva in anni non lontani, oggi è scaduta molto la considerazione sociale per il ruolo dell’avvocato, rappresentato spesso come un soggetto che preferisce i cavilli alla verità e che, per tale motivo, favorisce la prescrizione dei reati e la liberatoria degli accusati.

Il fenomeno rischia di aggravarsi e di inficiare la fiducia che l’avvocato deve avere in se stesso e nella sua professione al fine di svolgere compiutamente e serenamente la propria missione.

Per queste ragioni desidero presentare all’attenzione di coloro che seguono il sito del Centro Studi Rosario Livatino tre scritti: il primo riguarda l’onore e il coraggio che caratterizzarono l’opera dei difensori nel giudizio capitale del re di Francia Luigi XVI e della sorella di lui madame Élisabeth; il secondo concerne il sacrificio dell’avvocato Fulvio Croce, presidente dell’Ordine degli Avvocati di Torino che venne ucciso il 30 aprile 1977 per avere accettato la difesa d’ufficio dei componenti delle ‘Brigate Rosse’ nel processo penale che doveva giudicare una serie di gravi delitti contro le persone e la società intera; il terzo è un fulgido capitolo Della procedura penale del Regno delle due Sicilie scritto nel 1830 da Niccola Nicolini, il quale fu avvocato penalista, procuratore generale del Regno, primo presidente della Corte Suprema napoletana e professore nella cattedra della nobile Università fredericiana. In questo capitolo nel quale Nicolini delinea la storia e i princìpi dell’insigne istituzione degli avvocati.

I

GLI AVVOCATI IN DUE PROCESSI DELLA RIVOLUZIONE DETTA FRANCESE

Il 18 gennaio 1793 la Convenzione, concluso il dibattimento, decretò la condanna a morte di Luigi XVI con una votazione che diede 387 voti per la morte contro 334 per la detenzione o la morte condizionale. Il 21 gennaio seguì l’esecuzione. Luigi XVI si rivolse per la sua difesa ai migliori avvocati di Francia. Egli richiese l’assistenza del famoso maître du Barreau Jean Baptiste Target, che sarebbe stato il più importante consigliere di Napoleone Bonaparte per l’elaborazione del codice penale del 1810. Target declinò l’incarico su pretesto della sua età ‘avanzata’ – cinquantanove anni – e della sua salute. Luigi XVI si rivolse allora a François-Denis Tronchet, giurista francese, che affidò la sua difesa prevalentemente ad argomenti di carattere processuale; a Guillaume-Chrétien de Lamoignon de Malesherbes, famoso autore illuminista e protettore di Diderot e già ministro di Luigi XVI, e a Raymond Romain Conte di Sèze, il quale scrisse e pronunciò il 26 dicembre 1792 un’arringa coltissima e coraggiosa, che terminò con la richiesta di assoluzione e l’appello al giudizio dei secoli. Fu una difesa eroica e sublime. La Convenzione si vendicò di Malesherbes, che fu ghigliottinato il 22 aprile 1794, lui, la figlia, i nipoti e due segretari.

Ancora più edificante è la storia della difesa di madame Élisabeth, la sorella del re. Evocata a giudizio, non nominò avvocati di fiducia per non comprometterli. Le si nominò d’ufficio maître Claude François Chauveau-Lagarde. Poiché i pubblici accusatori Antoine Quentin Fouquier-Tinville e il suo sostituto René François Dumas non avevano messo a disposizione della difesa il dossier d’accusa e poiché egli non aveva potuto conferire con la sua assistita, Chauveau-Lagarde si precipitò al palazzo di giustizia all’ora dell’udienza per poter parlare con l’assistita senza previa autorizzazione, affinché non si potesse accusarlo di non essersi presentato alla difesa. La conoscenza delle accuse la acquisì soltanto dalla requisitoria di Dumas. Madame Élisabeth interrogata negò le imputazioni e tacque soltanto quando Dumas la accusò di aver assistito e favorito gli inviti alla vendetta rivolti dal re ai suoi figli. Tacque perché ella ricordava le ultime raccomandazioni di suo fratello ai figli: “Promettez-moi de ne jamais songer à venger ma mort”.

La sorpresa venne quando, contrariamente all’aspettativa di coloro che pensavano che Chauveau-Lagarde non avrebbe avuto il coraggio di pronunciare la difesa, egli, pallido e altero, prese la parola nell’improvvisazione più completa. Dopo aver protestato perché il protocollo d’accusa era sprovvisto di prove, di interrogatori, di testimonianze, disse: “Par conséquent, là où il n’existe aucun élément légal de conviction, il ne saurait y avoir de conviction légale! On ne peut donc opposer à l’auguste accusée que ses réponses aux questions qu’on vient de lui faire puisque c’est dans ces réponses seules que tout le débat consiste. Mais ces réponses elles-mêmes, loin de la condamner, doivent au contraire l’honorer à tous les yeux puisqu’elles ne prouvent rien autre chose que la bonté de son cœur et l’heroïsme de son amitié. […] Au lieu d’une défense, je n’ai à prononcer qu’une apologie, mais dans l’impossibilité d’en trouver une qui soit digne d’elle, il ne me reste plus qu’une seule observation à faire. C’est que la citoyenne qui a été, à la cour de France, le plus parfait modèle de toutes les vertus, ne peut pas être l’ennemie des Français»[1].

La nobiltà dei difensori si coniuga molto spesso con la sublimità delle parole.

Quando madame Élisabeth inclinò il viso verso il difensore per ringraziarlo, il sostituto Dumas urlò verso Chauveau-Lagarde: “Vous corrompez la morale publique!”. Al termine dell’udienza Dumas chiese al presidente l’arresto e la messa in stato d’accusa immediata dell’avvocato che aveva onorato i suoi doveri di toga. Un fondo di legalismo presente nel presidente del collegio non concesse l’arresto.

II

IL SACRIFICIO DI FULVIO CROCE NEL CONTESTO STORICO DELL’ANNO HORRIBILIS (1977)

Il secondo documento, concernente l’assassinio dell’avv. Fulvio Croce, riporta stralci della conferenza da me pronunciata nell’aula magna del Palazzo di Giustizia di Torino il 4 maggio 2007 in occasione del trentesimo anniversario del suo sacrificio.

Prima parte

Nell’ambito della pubblicistica recente trova un posto di rilievo il memoriale autobiografico di Lucia Annunziata, che nel suo “1977. L’ultima foto di famiglia” (Einaudi, 2007) restituisce atmosfere e protagonisti di quel periodo, spesso gli stessi protagonisti dell’Italia di oggi fotografati nella loro giovinezza, nonché il dialogo impossibile tra chi intendeva conquistare le istituzioni e chi, al contrario, intendeva abbatterle. Affiora nelle pagine di Annunziata “la psicosi difensiva dei dirigenti di scuola comunista che nei contestatori e nei violenti non vedono mai dei figli ribelli, ma un complotto delle forze della reazione” (Massimo Gramellini, Una sessantottina tra vecchi ed eterni bambini, La Stampa, 16 gennaio 2007).

Il 1977 non rappresentò, come dice il titolo di un libro scritto, tra gli altri, da Luigi Manconi “uno strano movimento di strani studenti”(Lerner, Manconi, Sinibaldi, Uno strano movimento di strani studenti: composizione, politica e cultura dei non garantiti, Feltrinelli, Milano, 1978), né costituì la fioritura, come suggerirebbe la denominazione di “indiani metropolitani”, usata talora per caratterizzare i contestatori di quei giorni, di una ludica pulsione alla creatività, bensì espresse qualcosa di ben più emblematicamente, e poi fattualmente, tragico.

Il 1977 fu tragico anzitutto nelle premesse culturali, quali sono oggi ricostruibili con rattristata memoria tramite un indicatore: il 1977 è l’ “anno boom” delle morti per eroina in Italia (trentaquattro; raddoppieranno l’anno successivo, triplicheranno nel 1979 e nel 1980 saranno oltre 200). Gli apprendisti stregoni dell’insurrezionalismo cercarono di incanalare questa tragedia in una bolsa interpretazione ideologica. Toni Negri, per esempio, affermò su “Re Nudo” che un “eroinizzato […] lo convinci solo se interpreti l’intensità del suo odio e dai alla ricchezza del suo desiderio una speranza di espansione collettiva”.

Il 1977 fu tragico anche e soprattutto nelle conseguenze che i giovani più coerenti vollero trarre dalle premesse culturali. Se è vero che il movimento del “Settantasette”, come in parte quello del “Sessantotto”, nasceva da un disagio profondo del mondo giovanile (così, tra gli altri, Fasanella e Pellegrino, La guerra civile, Rizzoli, 2005, 82), è anche vero che la cifra esatta del 1977 va identificata nel linguaggio della violenza. Qualche dato relativo a questa triste contabilità: nel 1977 furono compiuti 2128 attentati, 11 persone furono assassinate e 32 persone furono “gambizzate” dai militanti dei gruppi armati di P38.

Umberto Eco, che pure aveva difeso, e talora cavalcato, le pulsioni del movimento, riflettendo da semiologo sulla tristemente celebre istantanea del giovane in passamontagna, che, piegato, a gambe divaricate e a braccia tese, punta la pistola ad altezza d’uomo, non poté nascondere il suo sgomento  interpretativo, rilevando, su L’Espresso del 29 maggio 1977, che: “Quella foto non assomiglia a nessuna delle immagini in cui si era emblematizzata l’idea di rivoluzione. Mancava l’elemento collettivo, vi tornava in modo traumatico la figura dell’eroe individuale […] Questa immagine evocava altri mondi, altre tradizioni narrative e figurative”.

Venne a costituirsi nel 1977 una galassia di gruppi e movimenti disponibili alla lotta armata, che, rivendicando le esperienze delle lotte studentesche e operaie dei primi anni ’70, era attraversata, non senza contraddizioni, da un duplice riferimento ideologico, per un verso di ispirazione marxista-leninista e, per un altro, anarco-libertaria.

La cronaca dell’anno 1977 è un lugubre bollettino di scontri, un mattinale di polizia che registra il progressivo avvelenarsi degli animi, la facilità con cui cominciano a circolare ordigni esplosivi e armi, “il rapido dissolversi delle ultime illusioni rivoluzionarie dentro l’acido muriatico del rancore e degli odi” (Annunziata, op. cit., 53).

Simbolicamente, la parola passa alle armi con gli episodi del 17 febbraio 1977, quando si compie un parricidio all’interno della sinistra italiana. Il PCI, dopo l’elaborazione teorica dell’eurocomunismo, pur ancora in mezzo al guado tra “strappo” e “dipendenza” (economica soprattutto) dall’Unione Sovietica, intendeva mettere a frutto la strategia del “compromesso storico”. Decise perciò d’intervenire, con improvvida autorità, nello scontro politico aperto dall’occupazione dell’Università di Roma da parte dell’Autonomia. Nel cortile de “La Sapienza” il segretario generale del sindacato CGIL, Luciano Lama, tenne un comizio finalizzato alla cessazione dei moti interni. La dialettica fra il servizio d’ordine comunista e i militanti dell’Autonomia degenerò in scontro fisico, sino alla cacciata di Lama, con le conseguenti  violenze degli Autonomi contro le forze dell’ordine. Ciò radicalizzò la loro lotta e contribuì a far prevalere, all’interno dell’Autonomia, la corrente favorevole ad “alzare il livello dello scontro”, ossia a passare alla lotta armata.

La città di Torino fu nel 1977 uno dei più importanti epicentri degli episodi di sangue. Nella stessa giornata del 17 febbraio Torino fu la quinta di fatti delittuosi ancor più gravi: alla sera è ferito alle gambe dalle BR il direttore del personale Fiat di Rivalta Mario Scoffone; nella notte esplode una bomba davanti a Mirafiori e successivamente le “Squadre Operaie Armate” feriscono alle gambe il caporeparto di una sezione Fiat di Mirafiori, Bruno Diotti. Un bollettino, stilato dal Consiglio Regionale del Piemonte (“Elenco dei principali atti di terrorismo, aggressione e violenza politica, avvenuti a Torino e in Piemonte”, 1978), fornisce una serie impressionante di delitti a sfondo eversivo con cadenza pressoché quotidiana nel bimestre marzo/aprile 1977: dai 20 feriti negli scontri a Palazzo Nuovo del 2 marzo, all’assalto con bombe molotov, lo stesso giorno, delle sedi di Comunione e Liberazione e dell’Unione Monarchica; dalla sparatoria degli autonomi al Liceo Avogadro del 4 marzo alle bottiglie incendiarie contro la sezione DC di Via Volpiano dell’11 marzo; dalla bomba contro un Commissariato di polizia del 2 aprile alle molotov dentro la Chiesa di Santa Giulia durante una funzione religiosa il 5 aprile; dall’attentato contro il Palazzo della Regione in Via Palazzo di Città del 17 aprile agli otto colpi di pistola sparati dalle BR contro il Cancelliere capo della Procura Generale, Dante Notaristefano, il 20 aprile; e così via, giorno dopo giorno.

Alla violenza diffusa di piazza dell’Autonomia, che scandisce quotidianamente le maggiori città italiane, si accompagna l’intensificarsi della lotta armata organizzata, al cui centro sta la strategia della “lotta per la conquista del potere”. Come ricorda il leader brigatista Mario Moretti in un’intervista poco nota a Claudio Del Bello, il tema della conquista del potere non è un argomento: ma è “[…] l’argomento”. I due “discorsi delle armi” – quello dell’Autonomia e quello delle organizzazioni armate tra, cui, soprattutto, le BR – proseguiranno nel corso del 1977 un “dialogo a distanza”, fino a quando il “movimento del Settantasette” non giungerà al suo epilogo, con conseguenze ancor più drammatiche di quelle accumulate durante l’infausto anno. Come ammette lo stesso Moretti, “a molti di quel movimento la scelta delle BR parve l’unica possibile dopo le batoste prese”.

Il bilancio di tali conseguenze, letto a posteriori, assomiglia a un bollettino di guerra: 128 persone uccise dalle organizzazioni armate di sinistra, di cui 74 a opera delle BR, 20 di Prima Linea, sigla di frange uscite prevalentemente da Lotta Continua, e 34 per mano di ulteriori diciannove sigle; i terroristi deceduti sono stati 68; 4.087 gli inquisiti (con un’area di contiguità che è stata valutata in alcune migliaia di militanti e un rapporto decuplicato di simpatizzanti); solo fra il 1976 e il 1982 gli episodi di violenza politica da parte della sinistra extraparlamentare, organizzata o meno, rivendicati o ascrivibili, sono stati 4.649.

Sabato 12 marzo, a Torino, in Via Gorizia 70, nel quartiere popolare di Santa Rita, alle 7.55, il brigadiere della Digos Giuseppe Ciotta, 29 anni, sposato, con una figlia di due anni, è freddato con nove colpi di pistola mentre  sale in auto per recarsi al lavoro e sta salutando la moglie affacciata alla finestra. Ciotta è la prima vittima del terrorismo a Torino e la seconda in Piemonte, dopo l’omicidio di Francesco Cusano, vicequestore di Biella, ucciso il 1° settembre 1976.

L’intreccio che, nel 1977, associa i due livelli di violenza, rispettivamente dell’Autonomia e del terrorismo armato, è rivelato dai fatti del 22 aprile, e Torino ne è la capitale. Poco dopo le 8.30 cinque bombe molotov vengono lanciate contro il Provveditorato di Via Coazze. Quasi contemporaneamente altri ordigni vengono fatti esplodere in un bar di Via Po e presso un ufficio della Curia, in Via Arcivescovado. Alla sera, poco dopo le 22, tre bottiglie incendiarie devastano gli uffici del quotidiano La Stampa in Via Marenco, ferendo un impiegato, e un’ora dopo altre due bombe di Prima Linea interessano il Commissariato di polizia “Barriera di Milano”. Infine, le stesse BR imprimono il loro marchio a questa “giornata di ordinaria follia”, ferendo alle gambe con tre colpi di pistola Antonio Munari, capo officina della Fiat.

Tra gli innumerevoli episodi di violenza del 1977 vanno ricordati ancora il ferimento di Maurizio Puddu, 45 anni, impiegato in Comune, ceto medio – vive al settimo piano di un appartamento torinese di Corso Unione Sovietica, in zona Mirafiori –, un’intera carriera d’impegno nelle fila della Democrazia Cristiana (ex vicesegretario regionale, ex assessore provinciale, vice capogruppo in Provincia). Nulla può salvarlo dalla vendetta di classe, e così il 13 luglio 1977 tre brigatisti rossi (Nadia Ponti, Dante Di Blasi, Lorenzo Betassa) gli scaricano sui glutei e sulle gambe sedici colpi di pistola: sette vanno a bersaglio, e da allora Puddu è invalido civile.

Né può dimenticarsi l’omicidio di Carlo Casalegno. Nel mese di novembre, come tragico sigillo dell’annus horribilis, l’intellettuale torinese vicedirettore de La Stampa viene ucciso dalle BR. Si trattò dell’atto finale di una campagna contro il libero giornalismo, secondo il programma definito dal documento interno delle BR sul tema: “Colpire la stampa di regime strumento della guerra psicologica”. Nella realizzazione di questo programma il 1° giugno 1977, a Genova, era stato ferito alle gambe il vicedirettore del Secolo XIX, Vittorio Bruno. Il giorno successivo fu la volta di Milano: alle 10.10 un nucleo brigatista “gambizza” il direttore del Giornale Nuovo, Indro Montanelli. L’indomani toccò a Emilio Rossi, direttore politico del Tg1, colpito a Roma con dodici colpi alle gambe davanti alla sede della Rai. La parabola dell’anno si conclude proprio a Torino, con l’attentato a Carlo Casalegno, gravemente ferito con quattro colpi di pistola il 16 novembre 1977. Casalegno morirà dopo tredici giorni di agonia, il 29 novembre 1977.

Mauro Ronco


[1] Le notizie sono tratte da A. Bernet, Madame Élisabeth. Sœur de Louis XVI, celle qui aurait dû être roi, Paris, 2022, 429.

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