Sull’assedio e il sacco di Otranto del 1480 da parte dei turchi.
di Giuseppe Marra
Da dove scaturisce l’idea di ricordare il libro di Maria Corti, uscito nel 1962 e in ristampa nel 2026, che racconta, con la voce narrante dei vinti, la tragedia che si consumò ad Otranto nel 1480, ossia l’assedio e il successivo sacco della città da parte dell’esercito turco? Nasce dall’intervista all’attrice e ora anche regista Stefania Rocca, uscita sul Corriere della Sera del 6 giugno di quest’anno, in cui si legge che la Rocca ha appeno finito di girare, per la prima volta come regista, un film intitolato “L’ora di tutti” tratto dal libro di Maria Corti, pubblicato come detto nel lontano 1962. Alla domanda del perché avesse scelto una storia così lontana da noi, Stefania Rocca ha dichiarato: “Perché non è così lontana. È una storia di invasione, oggi le invasioni sono all’ordine del giorno. Inoltre, volevo raccontare chi non sceglie la guerra: gli otrantini si misero valorosamente in difesa della loro città”. Una risposta tanto semplice, quanto sorprendente. Semplice perché certamente le invasioni, le distruzioni e gli eccidi non appartengono al passato remoto, ma sono accadimenti che abbiamo visto sempre (le nostre generazioni per fortuna dalla fine della Seconda guerra mondiale hanno solo visto da lontano la guerra), in ogni anno della vita di ciascuno di noi: fare l’elenco sarebbe assai arduo.
Ma la risposta di Stefania Rocca sorprende perché richiama alla memoria una vicenda tragica e vera della nostra storia, sconosciuta ai più, fatta di coraggio e di fede del popolo otrantino che decise di non arrendersi ai turchi che assediavano la città, e molti di quelli rimasti vivi dopo che la città venne espugnata, di fronte alla scelta tra la morte e rinnegare la propria fede, decisero di morire per mano dell’invasore. I libri di storia raccontano che dei 6.000 abitanti che contava la città prima dell’assedio, ne rimasero alla fine solo alcune centinaia; molti furono orrendamente trucidati e non pochi decapitati. Le ossa dei martiri che preferirono la morte piuttosto che rinnegare la loro fede sono in gran numero conservate in sette armadi di legno collocati nella Cappella dei Martiri, nell’abside destro dell’attuale cattedrale di Otranto. Detti martiri, per lo più gente del popolo e non soldati di professione, sono stati canonizzati il 12 maggio 2013 da Papa Francesco[1].
In un Paese in cui si polemizza per la sfilata del 2 giugno che si svolge in occasione della Festa della Repubblica perché qualche benpensante la ritiene una manifestazione bellicista, e quando qualcuno ricorda, anche solo per amore della storia, il pericolo che per secoli fu l’impero ottomano per tutto il modo cristiano (almeno fino all’assedio di Vienna respinto dalle armate cristiane nel 1683) subito scatta l’accusa di islamofobia, di razzismo ecc. ecc., il fatto di rammentare con un film la tragedia di Otranto del 1480 mi ha davvero sorpreso.
Ho pensato che forse la cancel culture che si è imposta in tutto l’Occidente nel dopoguerra non ha vinto fino in fondo. Forse c’è ancora qualcuno che vuole riscoprire la propria storia, la propria identità, le proprie radici, non per escludere o per odiare chi ha storie e identità diverse, ma perché “…le radici profonde non gelano”[2].
La copertina del libro della Corti contiene sopra il titolo questo aforisma: “L’ora di tutti è quell’ora che, prima o poi, capita a tutti nella vita quell’ora in cui ognuno può dimostrare a sé stesso e agli altri di valere qualcosa”. Questo, probabilmente, perché non si tratta della storia di principi e cavalieri, di eroi di alto lignaggio, ma della gente del popolo, dei semplici e degli umili, che messi di fronte, per l’avverarsi di un destino a loro sconosciuto, alla scelta se rinnegare la propria fede o morire, hanno in maggioranza deciso di sacrificarsi. Ed allora troviamo tra i vari personaggi Antonio Primaldo “…cimatore di panni, uomo vecchio e tranquillo, che mai aveva fatto sentire la sua voce ai tempi addietro, scivolò svelto dalla fila [dei prigionieri otrantini n.d.r.] è arrivato nel tratto vuoto del cortile, muovendo a scatti furiosi la testa sopra le spalle, curve per via della corda che gli legava le braccia dietro la schiena, con immenso trasporto gridò: abbiamo combattuto per il Re e ora combattiamo per le anime nostri onorate. Evviva la Santa fede. Le guardie gli saltarono addosso e cominciarono a prenderlo a pugni, a davi i colpi sulla schiena con rovescio delle scimitarre…”. Il martirio nelle società secolarizzate dell’occidente è un qualcosa di quasi incompressibile o comunque relegato a scelte di singoli e non certo come possibile fenomeno di massa.
La vicenda dei martiri di Otranto fa tornare alla mente, per certi versi, la rivolta del popolo della Vandea, scoppiata nel 1793 subito dopo la rivoluzione francese, e guidata anche da figure popolari (come il carrettiere Jacques Cathelineau), nella quale i vandeani non vollero piegarsi, a costo della propria vita, alle armate giacobine che volevano imporre con la forza la loro ideologia rivoluzionaria, e decisero così di difendere la fede cattolica, il Sacro cuore di Gesù che venne cucito sui loro stendardi, che i repubblicani volevano sradicare a colpi di baionetta. Come sappiamo per esperienza di vita, gli sconfitti della storia rimangono quasi sempre dimenticati o semplicemente ignorati, per lo più additati di essersi opposti al progresso perché ignoranti e ottusi, manovrati spesso dalle forze oscure della reazione. E per questo che il film che si ispira al libro della Corti è una piacevole sorpresa, perché torna indietro nel tempo, un tempo che noi moderni ignoriamo quasi del tutto.
Ma al di là del giudizio storico-politico su certi eventi del passato, sempre necessariamente complesso e mai univoco, è importante prima di tutto conoscere, senza cancellare nulla della propria storia, nel bene e nel male, perché dal passato si può sempre imparare qualcosa di buono per il futuro.
Il messaggio del libro “L’ora di tutti”e speriamo anche del film girato da Stefania Rocca, è piuttosto chiaro: a ognuno di noi capiterà nel corso della propria vita di dimostrare, prima di tutto a sé stesso, di valere qualcosa, di credere in qualcosa, di saper sacrificare qualcosa per un’idea, anche chi non ricopre ruoli di vertice o non ha potere da gestire, anche se non ci sono invasori alle porte o pericoli vitali; tutti abbiamo dentro la voglia di essere “santi o eroi”, anche solo per un giorno, e qualcuno ce lo deve ricordare.
[1] Per un approfondimento si richiama lo scritto di A. Mantovano, Gli ottocento martiri di Otranto, in Cristianità n.61(1980), che definisce il martirio di circa 800 cittadini otrantini come “un episodio unico nella storia della Chiesa”.
[2] Una delle frasi celebri contenuta nel libro “Il Signore degli anelli” di J.R.R. TOLKIEN.