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Volentieri ospitiamo il seguente contributo a firma del dr. Lorenzo Tordelli, esperto di cooperazione con i Paesi dell’America Latina.

A pochi giorni dai risultati elettorali che hanno ridefinito il nuovo Parlamento Europeo può essere utile riflettere sui valori che hanno ispirato la creazione della unione Europea e se questi valori si stiano rispecchiando nei modelli di cooperazione.

Intervenendo al convegno “Ripartire dall’Europa. Ripensare l’Unione” organizzato dal Centro Studi Rosario Livatino, il Sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano ha raccontato che a Drogheda, una città a nord di Dublino, un architetto realizzò, fra il 3.000 e il 2.700 a. C., Newgrange, un enorme monumento funebre. L’architetto fu così preciso che, da circa 5.000 anni, la luce del Sole penetra nella camera sepolcrale solo per qualche minuto, solo una volta all’anno, alle nove del mattino del 21 dicembre, il giorno del solstizio d’inverno.

Con questa “cartolina”, come l’ha definita Mantovano, lo stesso Sottosegretario voleva spiegare non soltanto come molto “prima che i Cristiani si diffondessero sul suolo europeo, l’Europa attendeva il sorgere del Sole vero, quello che è venuto al mondo in coincidenza del solstizio d’inverno di 2.024 anni or sono”, ma anche come “non c’è angolo d’Europa che non sia stato illuminato dalla luce che in un posto così periferico come Drogheda veniva evocata per indicare la speranza nella vita oltre la morte[1].

La stessa luce ha indicato la via nei momenti più bui della storia.  A metà del ‘900, leader visionari come Alcide De Gaspari, Robert Schuman e Konrad Adenauer, coinvolti da una profonda amicizia cristiana, ispirarono la creazione di un’Europa unita, pacifica e prosperosa, consapevoli che porre fine definitivamente ad un continente caratterizzato da guerre fratricide, combattute a cadenze ventennali, era imprescindibile mettere insieme “i pani di ciascuno” per arginare la tendenza bellicosa con una comunitaria e cooperante.

Negli anni Sessanta, in Italia, con la stessa intelligenza illuminata dei padri fondatori dell’Europa unita, l’allora Ministro degli Esteri, Amintore Fanfani, creò l’Organizzazione Internazionale Italo-Latino Americana, IILA, concepita come strumento di stimolo e potenziamento delle relazioni tra l’Italia, l’Europa e l’America Latina.

Benché l’Italia, all’epoca, fosse inserita in un rigido schema di politica estera (condizionata dalla cosiddetta Guerra Fredda), era uno dei paesi più presenti nel continente latino- americano e lavorava convintamente all’ampliamento dei rapporti euro-latinoamericani.

Grazie a questa intuizione, l’Italia ha potuto saldare legami importanti con i Paesi latinoamericani, con mutui benefici non solo diplomatici e geopolitici, ma anche commerciali. L’IILA, giocando un ruolo fondamentale di collegamento e di cooperazione con l’Europa e l’America Latina, è diventata anche uno strumento operativo di gestione dei principali programmi strategici europei verso i Paesi latinoamericani, volti alla realizzazione di politiche pubbliche in materia di giustizia e sicurezza, lotta alla criminalità organizzata, transizione ecologica, innovazione digitale, politiche sociali e del lavoro.

Oggi, il Piano Mattei per l’Africa, accolto favorevolmente dal recente G7 tanto da essere inserito nella dichiarazione finale[2],  sembra ispirato dalla stessa luce e dagli stessi valori che hanno orientato le grandi scelte strategiche europee.

Il fulcro del piano sta, infatti, nel partenariato strategico e nella collaborazione reciproca tra Paesi al fine di sostenere lo sviluppo economico e la stabilizzazione dell’area, garantendo benefici mutui a tutti gli attori coinvolti, ripristinando un ruolo centrale dell’Italia e dell’Europa nel Mediterraneo basato sulla cooperazione.

Il Piano Mattei per l’Africa non è, come forse molti si aspettavano, un piano ben dettagliato e forse poco realizzabile; ma, come ha ben spiegato il Sottosegretario Mantovano, “è un orizzonte entro il quale definire ogni singolo passo sulla base di un confronto paritario con gli interlocutori africani, rendendo sempre stretti i reciproci legami di fiducia e di collaborazione”[3].

Lo spirito politico degli ideatori del Piano Mattei per l’Africa ha molti elementi in comune con la tradizione politica dei padri fondatori dell’Europa e, in particolar modo, quello dei visionari italiani che crearono l’Organizzazione italo-latinoamericana. 

Dunque, se oggi si può far riferimento al “Piano Mattei” per indicare un modello di collaborazione stabile e paritaria con paesi terzi, che produrrebbe mutui benefici tra le realtà coinvolte, si può anche sostenere che l’Italia, attraverso l’IILA, sotto la guida del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, già da diversi decenni, ha sviluppato un modello virtuoso di collaborazione con l’America Latina che potrebbe convertirsi in archetipo di quello che vuol essere il modus operandi del Piano Mattei per l’Africa.

Di fatto, l’azione dell’Organizzazione rappresenta già un “piano Mattei per l’America Latina”, poiché promuove un’idea di partenariato strategico che supera il mero interesse commerciale reciproco e costruisce relazioni paritarie tra l’Italia e i Paesi della regione, favorendo collaborazioni stabili ed efficaci, con importanti ricadute operative, basate su un continuo scambio di competenze e conoscenze.

Il “Piano Mattei per l’America Latina” potrebbe essere spunto per la realizzazione del “Piano Mattei per l’Africa”. Diverse problematiche delle due regioni infatti sono simili; i traffici maggiormente diffusi, come è noto, riguardano la tratta di esseri umani, il traffico di migranti, quello di stupefacenti e di armi lo sfruttamento illegale delle risorse naturali. È pertanto importante triangolare efficaci strategie operative; ad esempio, in materia di cooperazione giudiziaria e di polizia, attraverso programmi europei come EL PAcCTO e COPOLAD; il contrasto alla tratta dei migranti, virtuoso l’esempio di EUROFRONT, la gestione delle filiere delle terre rare – di cui si occuperà la nuova iniziativa dell’UE AL INVEST NEXT. Quest’ultimo, un tema delicato per la Nigeria, come per altri paesi africani, dove l’attività mineraria illegale è in continua crescita a causa dell’aumento della domanda globale di materiali come il litio, sempre più necessari per la transizione ecologica.

La cooperazione “è un’opportunità di incontro[4] che se basata su modelli di fratellanza e sul principio della condivisione garantisce la crescita reciproca, alimenta il senso di fiducia, favorisce relazioni internazionali ed inter-istituzionali.

Non temiamo le intuizioni “illuminate” e continuiamo a farci guidare da questo raggio di Sole: si può comprendere un bambino che ha paura del buio. La vera tragedia della vita è quando gli uomini hanno paura della luce (Platone).


[1] https://www.tempi.it/ripartire-dalleuropa-significa-tornare-alle-radici/

[2] https://www.g7italy.it/wp-content/uploads/Apulia-G7-Leaders-Communique.pdf

[3] https://www.tempi.it/ripartire-dalleuropa-significa-tornare-alle-radici/

[4] G. Vaggi: La cooperazione come empowerment e dialogo. In: Le radici della cooperazione internazionale all’Università di Pavia. Storia del CICOPS (a cura di V.Cani, G.B. Parigi). Università di Pavia, 2012, pag. 79.

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