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Da poco più di un anno a questa parte, c’è in commercio un libro di cui si avvertiva il bisogno a cominciare dal titolo: “Umiltà: una virtù discreta” del filosofo, teologo e pedagogista spagnolo contemporaneo Francisco Torralba Roselló, e pubblicato per l’Italia dalla casa Qiqajon.

Si tratta di un saggio che, lungi dal cavalcare lo spauracchio temibile della diffusione massiva, si segnala al lettore per la stimolante originalità degli spunti e l’immediatezza confortante del linguaggio. Il focus dell’Autore, l’umiltà, esige, d’altro canto, un registro argomentativo che non esibisca petizioni di principio e al tempo stesso sia in grado di rintuzzare vigorosamente qualunque tentazione di moralismo. Ed infatti, tutte le pagine di questo sapido libretto scorrono con leggerezza secondo un movimento fluido, ma rigoroso, che ne esalta la linearità stilistica e lo spessore mai ingombrante delle citazioni.

Il tema dell’umiltà, all’apparenza immediato e afferrabile, reca la cifra ariosa tipica dei grandi temi del pensiero umano di ogni tempo, prestandosi naturaliter a impieghi simbolici e strumentalizzazioni distorsive che ne incrinano fatalmente la vocazione assiologica.

Ed è per questo che si rende indispensabile secondo l’Autore un processo di “risignificazione semantica”, che penetri in modo accurato l’essenza più autentica di questa virtù, depurandola da ogni incrostazione massimalista che nel corso dei secoli ne ha appesantito il campo dei significati positivi.

Muovendosi lungo questo crinale prospettico, il filosofo di Barcellona inaugura la sua opera dissipando fin da subito ogni perplessità e mettendo in chiaro che la virtù dell’umiltà (dal latino “humus”, terra) non è da confondersi, anzitutto, con il complesso di inferiorità, da valutarsi alla stregua di condizione patologica nella quale versa l’individuo che non si sente all’altezza dell’altro, del mondo nel quale vive, nonché delle sfide vitali alle quali è sottoposto. Questo stato di prostrazione psicologica, osserva Roselló avvalendosi dei contributi di Alfred Adler (discepolo eterodosso di Sigmund Freud), conduce spesso chi ne è colpito ad assumere verso gli altri comportamenti prevaricatori o denigratori allo scopo di sminuirne la personalità. Questo approccio, tuttavia, non è compatibile con l’umiltà che al contrario rinuncia a ogni pretesa di superiorità, attestandosi su una linea mediana di condotta di vita al riparo da ogni abuso manipolatorio. 

Allo stesso modo, l’umiltà non va affatto identificata con la sottomissione psicologica della persona ai suoi simili, che implicherebbe senza giustificazioni l’accettazione passiva di ogni forma di sopraffazione o di ingiustizia a tutti i livelli. Il filosofo spagnolo rileva come “accettare di dover essere vessato, sfruttato, in definitiva annichilito da un altro essere umano è un atto di rinuncia alla propria dignità, traducendosi per ciò solo nella perdita dei propri diritti fondamentali[1]. Tutto ciò, non ha nulla a che vedere con l’essere “umili”, che comporta piuttosto la presa di coscienza del valore fondante di ogni essere umano e del coraggio di lottare per difenderne con ogni mezzo lecito possibile la dignità.

Proseguendo oltre, Torralba Roselló procede ad una ricca disamina delle possibili articolazioni di questa qualità individuale, definita da Miguel De Cervantes “la base e il fondamento di tutte le virtù”, ovvero “Mater virtutum” secondo l’intramontabile insegnamento di Agostino d’Ippona. Se è vero che l’umiltà interseca nelle sue note essenziali i principi che innervano il cristianesimo, cionondimeno questa virtù è alla portata di tutti, purché sia praticata in modo razionale. A questo, si aggiunga anche che la pratica dell’umiltà non può che passare attraverso una conoscenza di sé stessi, la quale permette da un lato di comprendere a pieno le proprie frontiere ontiche e, dall’altro, di smorzare la visione ipertrofica che l’individuo coltiva di sé stesso o degli altri. L’umiltà consiste proprio in “questo sforzo di liberarci dalle illusioni dell’”io”, per decostruire la megalomania dell’”ego”. É la saggezza del nulla[2].

A questo proposito soccorre quella lettura interessante proposta dall’Autore che intende l’umiltà quale pratica costante dello “scetticismo metodologico”. Questo atteggiamento mentale si traduce, in buona sostanza, “nel non confidare troppo della percezione personale della realtà, ma neanche allo stesso tempo nelle prospettive offerte dagli altri[3]. Questa prospettiva coglie nel segno soprattutto sul terreno delle esperienze virtuali, come rimedio efficace contro la fiducia incondizionata rispetto a tutto ciò che circola sui social network come se si trattasse di verità immutabili.

Come ogni indagine che vuol fare dell’obiettività la propria bussola operativa, non vengono risparmiate critiche anche feroci a questa virtù. In particolare, meritano rilievo le contestazioni di Nietzsche e Sartre, che denunciano in ultima analisi la fallacia dell’umiltà, da predicarsi soltanto nei confronti di quei soggetti deboli che non hanno altri appigli per giustificare la propria inferiorità ontologica. In particolare, secondo il primo, l’umiltà “non appartiene al corpo dei valori dell’uomo superiore tra i quali svettano l’audacia, la fermezza, il carattere, la robustezza, la “volontà di vivere” (Wille zum Leben) e l’affermazione dell’”io” di fronte al mondo e alla società[4]. In base a questa lettura, l’umiltà non corrisponde che a un certo gusto sadico per la mortificazione[5].

Queste critiche, seppur autorevolmente sostenute, vengono confutate proprio in ragione delle premesse esposte prima: se l’umiltà non può equivocarsi con il complesso di inferiorità né tantomeno con la condizione di sottomissione, ma deve intendersi quale consapevolezza dei propri limiti e il ragionevole desiderio di superarli, allora non può essere sostenibile la tesi sull’equivalenza tra l’umiltà e inferiorità o mediocrità. Al di là di questa umiliante umiltà, c’è la vera umiltà, l’umiltà lucida, cristallina, che si manifesta con purezza quando l’anima la coltiva. L’umiltà, secondo l’angolazione visuale accolta da Roselló, non è infatti in contrasto ad esempio con l’ambizione, ma addirittura ne costituisce una sorta di antecedente logico indefettibile per la costruzione di un percorso esistenziale votato al perfezionamento e al rafforzamento individuale. Si tratta, in definitiva, di una forza e di una disposizione dell’anima[6].

In conclusione, il filosofo catalano osserva come “l’umiltà non consiste nell’umiliare sé stessi; consiste nello spogliarsi, nello sbarazzarsi delle maschere a poco a poco, finché non ne rimangano più. Questo non coincide con la riduzione dell’”io” al nulla, al nihil, ma con la depurazione dell’”io”, con a rivelazione dell’identità personale liberata dalle false pretese. Significa riconoscere, simultaneamente, la sua grandezza e la sua piccolezza, la sua natura dialettica. Questo “io” è capace di creare e distruggere, di amare e di odiare, ma non è onnipotente, onnisciente o imperituro; questo “io” è finito, storico e incarnato.”[7]

I passaggi richiamati sono frammenti preziosi di un affresco più ampio che merita attenzione e riflessioni di profondità, in grado di cogliere sfumature che non chiudano il cerchio, ma dischiudano in potenza nuovi orizzonti di scoperta e di confronto su questa virtù cardinale. 

Il risultato complessivo sortito da quest’opera? Un libro elegante nella sua prosa limpida, puntuale nella ricognizione di tutte le declinazioni possibili dell’umiltà, capace di consegnarci una virtù rigenerata, attualissima, necessaria per vivere con maggiore consapevolezza la complessità delle sfide legate dimensione post-moderna della contemporaneità.

A Roselló la viva gratitudine per questo saggio magistrale di autentica e vibrante conoscenza.

Giuseppe Paci


[1]      F. TORRALBA ROSELLO, Umiltà: una virtù discreta, Edizioni Quiqajon – Comunità di Bose, 2023, cit., pag. 19

[2]      Op. cit., pag. 27

[3]      Op. cit., pag. 43

[4]      Op. cit., pag. 65

[5]      Op. cit., pag. 66

[6]      Op. cit., pag. 67

[7]      Op. cit., pag. 68

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