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Oggi, domani e giovedì pubblichiamo tre interventi sul c.d. processo “da remoto”, secondo le disposizioni del decreto-legge n. 18/2020 c.d. Cura Italia. Sono contributi critici, secondo le differenti visuali e professionalità di un magistrato inquirente – la d.ssa Perinu, in servizio alla Procura della Repubblica di Milano -, particolarmente impegnata sul fronte dei delitti di violenza sulla persona, di un difensore penalista di grande esperienza – l’avv. Emanuele Fragasso, insigne avvocato del Foro di Padova -, di un giudice con una certa anzianità, Alfredo Mantovano. La concordanza di considerazioni e di conclusioni rappresenta un argomento in più, oltre quelli che vengono esposti nei tre interventi, per il superamento e l’abrogazione di tali norme. 

  1. L’articolo 83 del D.L. 18/2020 convertito in legge, detta disposizioni urgenti per contenere gli effetti negativi derivanti dall’emergenza epidemiologica scaturita dal virus Covid 19 sullo svolgimento delle attività giudiziarie civili e penali. La norma dispone il rinvio delle udienze e la sospensione dei termini processuali, compresi i termini stabiliti per la fase delle indagini preliminari, dal 9 marzo all’11 maggio 2020 nonché la possibilità, dal 12 maggio al 30 giugno, di adottare misure organizzative volte a evitare gli assembramenti di persone negli uffici giudiziari. Specifiche disposizioni sono state introdotte per potenziare il processo telematico, anche penale, e consentire, nella fase di emergenza, anche lo svolgimento di attività di indagine da remoto.
    Il comma 12 quater, inserito in sede di conversione al Senato, prevede che nella fase delle indagini preliminari il pubblico ministero e il giudice possano avvalersi di tali collegamenti, individuati e regolati con provvedimento del DGSIA del Ministero della giustizia, “per compiere atti che richiedono la partecipazione dell’indagato, della persona offesa, del difensore, di consulenti, di esperti o di altre persone, nei casi in cui la presenza fisica di costoro non possa essere assicurata senza mettere a rischio  le esigenze di contenimento della diffusione del virus COVID-19.” L’ambito applicativo della disposizione sembra riguardare potenzialmente tutti gli atti di indagine (interrogatori, assunzione di sommarie informazioni, accertamenti tecnici non ripetibili), senza prevedere come necessaria una connotazione di urgenza degli atti stessi.
    La norma detta anche le modalità di partecipazione all’atto di indagine da remoto. Per quanto riguarda i detenuti e le persone in stato di custodia cautelare la loro partecipazione è assicurata con le modalità di cui al comma 12, vale a dire mediante videoconferenze o collegamenti da remoto, applicando l’articolo 146-bis commi 3, 4 e compatibilmente 5 disp. att. cod. proc. pen. Le altre persone chiamate a partecipare all’atto di indagine “sono tempestivamente invitate a presentarsi presso il più vicino ufficio di polizia giudiziaria, che abbia in dotazione strumenti idonei ad assicurare il collegamento da remoto. Presso tale ufficio le persone partecipano al compimento dell’atto in presenza di un ufficiale o agente di polizia giudiziaria, che procede alla loro identificazione. Il compimento dell’atto avviene con modalità idonee a salvaguardarne, ove necessario, la segretezza e ad assicurare la possibilità per la persona sottoposta alle indagini di consultarsi riservatamente con il proprio difensore”.
    Il difensore può partecipare da remoto mediante collegamento dallo studio legale, oppure può presenziare nel luogo ove si trova il suo assistito. Il pubblico ufficiale dovrà redigere il verbale dando atto “delle modalità di collegamento da remoto utilizzate, delle modalità con cui si accerta l’identità dei soggetti partecipanti e di tutte le ulteriori operazioni, nonché della impossibilità dei soggetti non presenti fisicamente di sottoscrivere il verbale”  ai sensi dell’articolo 137, comma 2, c.p.p.

 

  1. La normativa recentemente adottata, in vigore sino al 30 giugno 2020, si giustifica solo con la situazione d’emergenza che ha imposto, a difesa della salute pubblica, misure e provvedimenti volti a realizzare il minor contatto possibile tra le persone. I presupposti concretamente indispensabili sono l’ammodernamento da parte del Ministero della Giustizia della rete digitale degli uffici giudiziari; il consentire al personale amministrativo di poter accedere da remoto ai sistemi operati TIAP e SICP; e il riconoscimento della validità dei provvedimenti sottoscritti con firma digitale.
    Tra gli atti di indagine che possono essere compiuti agevolmente da remoto vi sono il conferimento di consulenze tecniche; il decreto di acquisizione dei tabulati telefonici;  deleghe di indagine; la richiesta e il decreto di intercettazione telefonica; il decreto di perquisizione e sequestro; l’ordine di esibizione e di acquisizione di documenti.
    Ma il processo penale e le attività di indagine compiute attraverso collegamenti da remoto provocano anche una riflessione, in vista della ripresa dell’attività giudiziaria post fase emergenziale, che coinvolge gli stessi principi costituzionali del giusto processo, il diritto di difesa, e la natura stessa dell’accertamento della responsabilità penale. Il processo penale da remoto è l’anticamera del processo celebrato dall’intelligenza artificiale?
    Fin dalla fase delle indagini preliminari il processo è un’esperienza umana che non può prescindere dal fattore umano. L’acquisizione di elementi di prova (a carico come a discarico) avviene anche attraverso le fonti documentali ma per larga parte si concretizza tramite l’acquisizione dell’elemento della prova dichiarativa, attraverso la rievocazione del ricordo e della conoscenza delle persone informate sui fatti e delle persone offese.
    Le moderne tecnologie sono perfettamente in grado di assicurare la genuinità e veridicità delle attività svolte? Consentono al magistrato di cogliere le sfumature nelle risposte, il linguaggio del corpo, senza pregiudizio per la percezione diretta che spesso consente al pubblico ministero, pensiamo a casi di indagine per omicidio, di dare la svolta in alcune indagini? Come garantire che la persona informata sui fatti e di cui si devono acquisire da remoto le dichiarazioni non subisca influenze proprio attraverso il device che gli permette il collegamento (o per esempio tramite il suo cellulare mediante i comuni sistemi di messaggistica messenger, whatsapp; telegram ecc.)

 

  1. Per assicurare la genuinità e veridicità delle attività, per cogliere le sfumature nelle domande e nelle risposte e per poter percepire anche istintivamente ciò che ci trasmette il linguaggio del corpo, serve quella immediatezza e percezione diretta che non è possibile nella videoconferenza. Si pensi all’esame in fase di indagine della vittima vulnerabile di reati di violenza sessuale o di gravi maltrattamenti in famiglia. Le dichiarazioni vertono su fatti e circostanze legati all’intimità della persona e connesse alle violenze subite a breve distanza di tempo (la legge n. 69/2019, c.d. Codice Rosso, ha previsto l’obbligo di sentire la persona offesa entro tre giorni). È un atto di indagine psicologicamente coinvolgente che richiede l’adozione di speciali modalità “protette” di acquisizione delle dichiarazioni, dal punto di vista del luogo (si pensi ad esempio alle aule appositamente create in molte Procure della Repubblica per l’audizione del minorenne), del tempo necessario (generalmente lungo, per la necessità di creare empatia, di lasciare che la vittima parli liberamente rispettando le sue pause nel rievocare i fatti) e spesso, addirittura sempre se la vittima è minorenne, richiede la presenza dell’esperto in psicologia.
    Questo tipo di atto di indagine, per essere svolto proficuamente, richiede la creazione di un rapporto empatico tra l’intervistatore e la vittima e mal si presta ad essere realizzato da remoto ipotizzando il pubblico ministero in collegamento dal suo ufficio; la psicologa in collegamento dal suo studio professionale; la persona offesa, specie se convivente con l’aggressore, che dovrebbe inevitabilmente collegarsi da un posto di polizia o dalla sede dei servizi sociali.
    Egualmente, l’interrogatorio dell’indagato sottoposto a misura cautelare che avviene da remoto con l’indagato in collegamento dal posto di polizia in presenza della polizia giudiziaria, e il difensore collegato dal suo studio professionale, garantisce pienamente il diritto di difesa? Garantisce realmente il rispetto di quanto previsto dall’art. 64 co. 2 cod. proc. penale, vale a dire che non siano utilizzati metodi e tecniche idonei ad influire sulla libertà di autodeterminazione o ad alterare la capacità di ricordare e valutare i fatti?

 

  1. Ma vi possono essere anche ulteriori atti di indagine non remotizzabili. Il necessario sopralluogo sulla scena del crimine nel caso di un omicidio e gli accertamenti e i rilievi eseguiti dagli ufficiali di polizia giudiziaria in tali situazioni di estrema urgenza su direttiva del pubblico ministero. Altresì gli accertamenti volti alla corretta identificazione dell’autore del reato che la polizia giudiziaria delegata dovrà compiere di persona attraverso i rilievi dattiloscopici, fotografici e antropometrici; la perquisizione personale che la polizia giudiziaria sarà delegata a compiere qualora si abbia fondato motivo di ritenere che taluno occulti sulla persona il corpo del reato o cose ad esso pertinenti; il prelievo coattivo di materiale biologico sia dalla persona offesa che dall’indagato per le comparazioni di DNA.
    Per concludere. Il processo penale, essendo rivolto fin dalla fase delle indagini preliminari ad accertare la responsabilità penale personale, non può essere privato del fattore umano. Le nuove tecnologie non vanno né idolatrate né demonizzate, sono uno strumento che può agevolare e sveltire l’attività del magistrato, sia esso inquirente o giudicante, purché vi sia la consapevolezza del quadro di principi e valori insiti nell’accertamento della responsabilità penale e in cui le tecnologie andranno ad essere innestate affinché non li snaturino.

 

Ilaria Perinu
sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Milano

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