Il 46° viaggio apostolico che, dal 26 al 29 settembre scorso, papa Francesco ha intrapreso in Lussemburgo e in Belgio, ha suscitato una vasta eco mediatica non indifferente per alcune dichiarazioni del pontefice argentino e le conseguenti polemiche che hanno agitato sia il mondo accademico sia il governo e le forze politiche belghe in merito ad argomenti di scottante attualità e sovente terreno di aspro scontro tra orientamenti di pensiero diametralmente opposti.
In diverse occasioni pubbliche, invero, si è potuta percepire una palese insofferenza e prevenzione nei confronti delle posizioni sostenute dal romano pontefice e della situazione attuale nella compagine ecclesiale. Così, durante l’incontro con i docenti della Katholieke Universiteit Leuven il rettore Luc Sels, nel rivolgere l’indirizzo di saluto al pontefice, dopo aver ribadito che l’università «sprouted from and rooted in catholic inspiration and values», ponendosi quale «centre for critical thinking that inspires and challenges the Catholic community», ha insistito sulla crisi di autorità morale che affliggerebbe la Chiesa a motivo della blanda condanna degli abusi sessuali e della mancanza di dialogo con le vittime di tali gravissime condotte, da una parte; nonché del divario di genere che penalizzerebbe la donna e della chiusura alle istanze della comunità LGBTQIA+, dall’altra. Il giorno successivo (28 settembre), nel discorso rivolto all’Université Catholique de Louvain Francesco, dopo aver ascoltato le richieste ispirate all’enciclica Laudato si’ e contenute in una lettera sottoscritta da ventotto rappresentanti della comunità accademica, ha sottolineato che «Ciò che è caratteristico della donna, ciò che è femminile, non viene sancito dal consenso o dalle ideologie. E la dignità è assicurata da una legge originaria, non scritta sulla carta», aggiungendo: «Donna è accoglienza feconda, cura, dedizione vitale […] ma è brutto quando la donna vuol fare l’uomo: no, è donna, e questo è “pesante”, è importante». Tali affermazioni, per nulla offensive e in linea con il costante magistero pontificio, sono state deplorate dall’ateneo lovaniense tramite un comunicato stampa, diramato ancor prima che si concludesse l’evento, con il quale si è espressa «incomprehension and disapproval» per le parole pronunciate da Bergoglio che rispecchierebbero una «deterministic and reductive position» lesiva della dignità della donna.
Un ulteriore tema divisivo che ha alimentato virulente diatribe è stato quello inerente alla condanna dell’aborto, ribadita da Francesco dapprima con la visita alla tomba di re Baldovino il 28 settembre e l’apprezzamento rivolto al sovrano per non aver ‘ratificato’, nel 1990, la «le legge omicida» approvata dal Parlamento per autorizzare, a date condizioni, la pratica abortiva; e durante la conferenza stampa in aereo il pontefice argentino ha poi riaffermato che «l’aborto è un omicidio», mentre i medici che lo procurano «Sono dei sicari. E su questo non si può discutere. Si uccide una vita umana. E le donne hanno il diritto di proteggere la vita». Le reazioni in Belgio a quanto asserito dal pontefice, anche qui in continuità con l’insegnamento secolare della Chiesa, non si sono fatte attendere: alla brusca presa di distanza del primo ministro, Alexander De Croo, è seguito un acceso dibattito parlamentare nel corso del quale alcuni deputati della Camera hanno denunciato un’inaccettabile ingerenza di Francesco nella discussione, non ancora conclusasi, sull’estensione del termine legale per abortire a 18 settimane; e il premier ha annunciato, quasi intimidatoriamente, che chiederà un colloquio con il nunzio apostolico in Belgio cosicché questi renda conto delle parole del papa.
I pregiudizi e i contraccolpi politici e mediatici suscitati dalle asserzioni del pontefice inducono a formulare qualche riflessione sugli aspetti e sulle implicazioni prettamente giuridiche di ciò che si è verificato in Belgio.
Riguardo all’accusa strumentalmente rivolta a Jorge Mario Bergoglio di non contrastare sufficientemente la piaga degli abusi e di non valorizzare la donna nella Chiesa, lo sguardo potrebbe in primo luogo rivolgersi ad intra,e in specie alle evoluzioni oramai decennali avviate nell’ordinamento canonico per appurare come alla base delle denunce sollevate vi sia un atteggiamento che ignora artatamente una realtà incontestabile: vale a dire che Francesco, mediante la pubblicazione di molteplici provvedimenti di carattere normativo e magisteriale, ha rafforzato l’implementazione di formae mentis e prassi destinate a proteggere, promuovere e accogliere, sul piano pastorale ma anche giuridico, le persone che hanno subito il deplorevole crimine contra sextum commesso da chierici e consacrati; così come, del pari, le persone omosessuali nonché le donne, chiamate tra l’altro oggi a ricoprire incarichi di primo piano sia nella Santa Sede sia nello Stato della Città del Vaticano.
Ma la questione centrale che si staglia dalle vicende appena illustrate si innesta nei rapporti tra Chiesa e Stato, in particolare nella declinazione del concetto di laicità e dei suoi corollari nel Vecchio Continente, pur rimanendo ferme le specificità delle singole esperienze nazionali. Ponendo, dunque, lo sguardo ad extra Ecclesiae, non si può fare a meno di rammentare come, in una società che voglia definirsi autenticamente democratica, debba assicurarsi la piena libertà di magistero della Chiesa affinché essa possa annunciare i principi morali giudicando le realtà temporali a presidio dei diritti fondamentali della persona umana. Secondo la prospettiva cattolica, la Chiesa intende in questo modo svolgere un «servizio della promozione integrale della persona e del bene comune»[1], conformemente al principio dualista che connota sin dalle origini il cristianesimo: in virtù di esso – precisava Benedetto XVI – l’autorità ecclesiale «non ha mai imposto allo Stato e alla società un diritto rivelato, mai un ordinamento giuridico derivante da una rivelazione. Ha invece rimandato alla natura e alla ragione quali vere fonti del diritto»[2], le quali dunque auspicabilmente dovrebbero plasmare la stessa ‘ossatura’ degli ordinamenti giuridici secolari.
Tale irrinunciabile compito educativo non può che tradursi ex parte Status – e il Belgio sotto questo profilo non dovrebbe costituire un’eccezione – nel riconoscimento del contributo fattivo che tanto la Chiesa quanto le altre confessioni religiose possono dare per l’edificazione a livello valoriale della società, del resto inscritto pienamente nelle dinamiche di libera estrinsecazione del pensiero connotanti i regimi democratici. Tutto ciò implica che lo Stato non debba disconoscere la rilevanza sociale del fattore religioso e gli attori confessionali possano usufruire della libertà di espressione da esercitarsi in funzione di quella di religione, come sancisce la stessa Costituzione belga ove si pongono in relazione le due libertà, benché si possano reprimere i delitti commessi con il loro uso (art. 19). A questo proposito, con riferimento a quanto accaduto durante il viaggio papale in Belgio, non è indubbiamente configurabile la condotta penalmente rilevante dei ministri di culto «qui, dans l’exercice de leur ministère, par des discours prononcés en assemblée publique, auront directement attaqué le gouvernement, une loi, un arrêté royal ou tout autre acte de l’autorité publique» (art. 268 del Codice penale belga): nel caso di specie, non tanto e non solo perché il papa è capo di Stato e perciò gode dell’immunità dalla giurisdizione penale riconosciuta dal diritto internazionale; ma soprattutto perché certamente non intendeva dolosamente delegittimare l’ordine costituito nel rimarcare e ammonire contro le ripercussioni morali di un atto legislativo. Nella delicata materia dei reati di opinione è peraltro indispensabile tenere in debita considerazione le pacifiche acquisizioni della giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo che, ad esempio, in un recente caso involgente la condanna penale per dichiarazioni presuntamente ‘omofobe’ rese da un esponente della Chiesa greco-ortodossa (decisione Amvrosios-Athanasios LENIS v. Greece del 27 giugno 2023) ha ancora una volta ripetuto che «freedom of expression constitutes one of the essential foundations of a democratic society and one of the basic conditions for its progress and for each individual’s self-fulfilment»: pertanto, «it is applicable not only to “information” or “ideas” that are favourably received or regarded as inoffensive or as a matter of indifference, but also to those that offend, shock or disturb. Such are the demands of pluralism, tolerance and broadmindedness without which there is no “democratic society”» (§ 36), ciascuno dei quali postula la protezione pure della critica «of certain lifestyles on moral or religious grounds» (§ 54) a condizione che non si giunga a denigrare.
Pluralismo, tolleranza, apertura mentale e libera manifestazione del pensiero sono dunque i leitmotiv sui quali indugia a più riprese la Corte di Strasburgo anche per giustificare la presenza delle religioni nello spazio pubblico e legittimare il loro apporto al dibattito democratico, del tutto conformemente alla neutralità ed equidistanza dello Stato laico: non sembra tuttavia che in Belgio si siano rispettati tali capitali direttive. Ci si potrebbe dunque chiedere se la visita di papa Francesco abbia ridestato un ‘rigurgito’ laicista tendente a tacitare la Chiesa cattolica e a estrometterla da qualsivoglia tavolo di confronto così da impedirle di esplicitare le sue posizioni su temi eticamente e socialmente sensibili. In altre parole, si ha l’impressione di essere di fronte a un’ulteriore forma di «intollerante laicismo»[3], analoga a quella che si alimentò, sempre in quella Nazione, in occasione di un intervento di Benedetto XVI: assecondando una logica prevaricatrice volta a legittimare la sola affermazione delle scelte suffragate dalla parte più forte. E come può agevolmente intuirsi, tale prevaricazione è facile che transiti dal piano dialettico a quello normativo, all’insegna di una concezione positivista del diritto disancorata dall’idea stessa di ragione e concentrata solamente su ciò che è funzionale a un disegno politico: riducendo perciò la legge scritta a mero strumento di potere (ius quia iussum) e declassando «le altre realtà culturali allo stato di una sottocultura»[4]. Eppure, riprendendo le acute riflessioni del professor Giuseppe Dalla Torre proprio al proposito degli attacchi a papa Ratzinger, tutto questo conduce alla negazione dell’essenza stessa della laicità dello Stato che se, per un verso, smarrisce la sua connaturale inclinazione all’inclusione sociale in posizione di neutralità riflettendo l’«Incoerenza insanabile tra lotta ai pregiudizi e il pregiudizio anticattolico»[5], per l’altro pretende di identificare il proprio sistema giuridico con la norma morale, sancendo il primato della «volontà di forgiar[la] attraverso il diritto positivo»[6] dello Stato medesimo.
Insomma, la laicità sembra in taluni frangenti come questo entrare in un allarmante ‘cortocircuito’: quando all’opposto dovrebbe essere insito nella sua essenza difendere la presenza della Chiesa cattolica e del suo magistero dinanzi a derive che per motivi ideologici non le permettono di proporre all’uomo e alla società secolarizzata odierna quella tavola fondativa che pone limiti invalicabili al legislatore a presidio soprattutto dei soggetti più vulnerabili.
Manuel Ganarin
Professore associato di Diritto e religione
Alma Mater Studiorum – Università di Bologna
Dipartimento di Scienze Giuridiche
[1] Congregazione per la dottrina della fede, Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, 24 novembre 2002, in L’osservatore romano, 17 gennaio 2003, pp. 6-7, n. III.5.
[2] Benedetto XVI, Visita al parlamento federale. Reichstag di Berlin, 22 settembre 2011 (la versione italiana è consultabile all’indirizzo internet www.vatican.va).
[3] Così si esprimeva la Congregazione per la dottrina della fede nella già citata Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, n. III.5.
[4] Benedetto XVI, Visita al parlamento federale. Reichstag di Berlin, cit.
[5] Giuseppe Dalla Torre, Quel pronunciamento anti-Papa smentisce una tradizione (24/4/2009), in Id., Scritti su Avvenire. La laicità serena di un cattolico gentile, a cura di Geraldina Boni, Edizioni Studium, Roma, 2021, p. 419.
[6] Giuseppe Dalla Torre, Ma senza un’alta morale non c’è vera laicità (22/05/2009), in Id., Scritti su Avvenire. La laicità serena di un cattolico gentile, cit., p. 420.