La magistratura associata attraversa, in questi mesi, una stagione per certi versi inedita.

In pochi altri momenti della propria storia la sua esposizione pubblica è stata così netta, evidente.

Che il cittadino-magistrato possa partecipare, a titolo personale, alla vita politica del Paese, è di certo consentito: siamo, come più volte evidenziato dalla Corte costituzionale, all’interno del perimetro dei diritti fondamentali di libertà, nell’esercizio dei quali esso può legittimamente manifestare «le proprie idee, anche di natura politica, a condizione che ciò avvenga con l’equilibrio e la misura che non possono non caratterizzare ogni suo comportamento di rilevanza pubblica».

Canoni, questi, giustificati tanto dalla particolare qualità e delicatezza delle funzioni giudiziarie, quanto dai principi costituzionali di indipendenza e imparzialità che le connotano.

Che lo faccia la magistratura associata, come istituzione o, comunque, per il tramite dei suoi esponenti, è altrettanto legittimo e, in definitiva, pure auspicabile: nel proprio statuto, d’altronde, l’Anm indica espressamente, tra gli scopi sociali, quello di «dare il contributo della scienza ed esperienza della magistratura nella elaborazione delle riforme legislative, con particolare riguardo all’Ordinamento Giudiziario».

Aggiunge però, lo stesso statuto, che l’«Associazione non ha carattere politico».

Anche in questo caso, dunque, un problema di misura, nei contenuti e nei toni.

Problema da tempo, quanto meno dal suo «Il governo dei giudici» del 2015, evidenziato tra gli altri dal professor Sabino Cassese, il quale così si esprimeva nel 2023: «come viene oggi esercitato da singoli magistrati o dall’Associazione nazionale dei magistrati, il diritto di manifestare il proprio pensiero travalica la separazione e l’equilibrio dei poteri. Spetta al Parlamento dettare le norme dell’ordinamento giudiziario. Singoli magistrati o associazioni dei magistrati possono esprimere opinioni motivate e documentate. Non possono condurre vere e proprie battaglie, polemiche, fare contestazioni. Se lo fanno, da un lato, vanno oltre l’esercizio della loro funzione, dall’altro assumono posizioni che non corrispondono al modello dell’imparzialità». 

Va detto che le posizioni di Cassese non sono unanimemente condivise.

Più sfumata, a esempio, la riflessione di Vladimiro Zagrebelsky, secondo cui: «Tutti, anche i magistrati, hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione (…) Ma l’esercizio di questa libertà porta con sé obblighi e responsabilità. Questo il quadro di principio come si ricava dalla integrazione dell’art. 21 della Costituzione con l’art. 10 della Convenzione europea dei diritti umani. 

Il codice etico della magistratura richiede al magistrato di ispirarsi a criteri di equilibrio, dignità e misura in ogni forma di espressione pubblica e, in generale, di mantenere una immagine di imparzialità e di indipendenza. 

Vi sono dunque degli obblighi che si traducono in limiti per il magistrato che si esprima pubblicamente fuori dell’esercizio delle sue funzioni. Limiti il cui superamento difficilmente dà luogo a qualche forma di illecito e che tuttavia definiscono la figura del magistrato nella società: essi richiedono sensibilità, prudenza, consapevolezza della speciale natura delle funzioni che sono proprie ed esclusive del magistrato».

La complessità dell’argomento impedisce un’analisi approfondita in questa sede e tuttavia, fermo in ogni caso il primato ultimo del legislatore, se appare in linea con l’assetto costituzionale un ruolo dialetticamente importante dei magistrati sui temi che in modo diretto li riguardino, e quindi, anzitutto, quelli ordinamentali, il piano risulta maggiormente inclinato e scivoloso quando l’oggetto del confronto sia più ampio e diverso.

In questo periodo, a esempio, si discute molto del c.d. ‘Decreto sicurezza’, il quale, a giudizio del segretario dell’Anm, avrebbe un «duplice obiettivo: da un lato, creare nella collettività un problema che non esiste», non parendo esservi «alcun allarme sociale o alcuna questione emergenziale legata all’ordine pubblico; dall’altro, tentare di porre le basi per la repressione del dissenso».

E, allora, viene da chiedersi: sono, queste, dichiarazioni pubbliche ricadenti nell’ambito della libertà di espressione? Vengono rispettati i principi di equilibrio e misura prescritti dalla Corte costituzionale? Esiste il pericolo che qualche cittadino interpreti queste parole come evocative di una minaccia per la democrazia? Il segretario dell’Anm parlava a titolo personale o esprimeva una posizione dell’Associazione? E quando anche il leader di ‘Area’, l’ala progressista della magistratura associata, parla, allo stesso proposito, di «autoritarismo», manifesta una sua visione o quella dell’intera ‘corrente’?

Sono, tutti, interrogativi le cui risposte molto dipendono dalle sensibilità personali di ognuno di noi.

Sbaglierebbe, in ogni caso, chi ritenesse questa linea per intero condivisa all’interno dell’Ordine giudiziario.

Parte dei magistrati disapprova queste posizioni.

L’attuale segretario di Magistratura indipendente, pur critico verso la riforma della giustizia all’esame del Parlamento, ha di recente osservato che la stessa è comunque «nel programma della coalizione che ha vinto le elezioni e che legittimamente rivendica il diritto di attuare il mandato ricevuto. Noi (magistrati, ndr) invece dobbiamo chiederci: l’Anm ha fatto di tutto perché il testo venisse modificato quando era ancora possibile? Io dico di no. Non abbiamo dialogato. Abbiamo perso l’occasione per un confronto reale (..) E non si è scelta questa strada perché si è fatto dell’Anm uno strumento di contrapposizione politica al governo».

Il ritorno a un contegno istituzionalmente più sobrio, in definitiva, potrebbe e dovrebbe essere invocato da tutti quei magistrati che non condividano una visione marcatamente schierata dell’attività associativa.

La classe politica, a sua volta, avrebbe il preciso dovere di evitare passi falsi e polemiche fuori bersaglio, anche solo perché di sicuro non aiutano, nel dibattito associativo interno, la fetta moderata della magistratura ma, invece, quella che ha interesse ad alzare il livello del conflitto.

Per concludere, infine.

Parole di grande saggezza sono state pronunciate dal Presidente Mattarella la scorsa settimana, in occasione di un incontro con i giovani magistrati in tirocinio.

Ad essi il Capo dello Stato ha messo in rilievo come l’appartenenza all’Ordine giudiziario imponga un «alto senso di responsabilità, dalla cui osservanza dipende, in ampia misura, la credibilità della stessa funzione giudiziaria.

L’esercizio rigoroso del senso di responsabilità è, quindi, un risvolto necessario dell’indipendenza e autonomia della Magistratura (…)

Giudici e pubblici ministeri hanno, dunque, il dovere di essere e di apparire – apparire ed essere – irreprensibili e imparziali, in ogni contesto (anche nell’uso dei social media)».

Allo stesso tempo, tuttavia, il Presidente della Repubblica si è preoccupato anche di ribadire come, nel nostro sistema ordinamentale, in cui nessun potere dello Stato è immune da vincoli e controlli e la stessa sovranità popolare viene esercitata nelle forme e nei limiti stabiliti dalla Costituzione, rigore morale e professionalità elevata dei magistrati siano la risposta più efficace agli «attacchi strumentali intentati per cercare di indebolire il ruolo e la funzione della giurisdizione e di rendere inopportunamente alta la tensione tra le istituzioni».

Non si può che essere completamente d’accordo: quello – complicato – che viviamo dovrebbe essere, per tutti, il tempo dell’equilibrio, del rispetto reciproco, della responsabilità.

Ettore Manca
 presidente sezione TAR

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