Il romanzo storico-filosofico di Marguerite Yourcenar offre il pretesto per interrogare – con lo sguardo disincantato di un giurista e filosofo – la natura del potere imperiale, la tensione fra legge e libertà, il destino dell’Europa come spazio di mescolanza culturale. L’Adriano ricostruito dalla scrittrice francese si rivela paradigma di un sovrano che, pur possedendo il monopolio della forza, tenta di fondare la propria autorità su una legge interiore e su una ragione dialogica. Attraverso cinque snodi tematici, l’articolo mette a fuoco l’attualità del testo: la crisi dell’imperium, la ricerca di giustizia oltre il formalismo giuridico, l’idea di tolleranza come esercizio di misura, la dialettica fra memoria e identità, infine il tentativo – tragico – di coniugare potere e saggezza.
Introduzione. La trama: un imperatore che si racconta
Memorie di Adriano, pubblicato nel 1951 e frutto di oltre vent’anni di lavoro da parte di Marguerite Yourcenar, si presenta come una lunga lettera indirizzata dal vecchio imperatore al giovane Marco Aurelio, suo figlio adottivo e designato successore. È un romanzo epistolare e filosofico, costruito sotto forma di autobiografia immaginaria, in cui l’imperatore romano – ormai alla fine della sua vita – ripercorre le tappe fondamentali del suo governo, delle sue battaglie interiori, dei suoi amori (in particolare quello struggente e idealizzato per Antinoo), delle sue delusioni e delle sue conquiste.
L’opera si distingue per l’assenza di una trama tradizionale, poiché ciò che muove il racconto non è l’azione esterna, ma il pensiero interiore. È la coscienza dell’uomo, più ancora che la sua memoria, a costruire la narrazione: una coscienza che riflette, con lucidità e malinconia, sul tempo che passa, sulla fragilità della condizione umana e sulla responsabilità del comando. Il romanzo si configura così come una lunga meditazione in cui storia personale e storia universale si intrecciano, fondendosi in un’unica tensione conoscitiva.
Lontano da ogni esaltazione imperiale o da nostalgie celebrative, Memorie di Adriano è un tentativo profondamente umanistico di comprendere il potere non come dominio, ma come esercizio della misura, come equilibrio tra razionalità e sentimento, tra giustizia e necessità. Yourcenar fa di Adriano il portavoce di una visione del mondo che, pur immersa nell’antichità, parla direttamente all’uomo moderno: una visione in cui il governo degli uomini non può prescindere da una costante interrogazione etica, da una consapevolezza storica e da un lucido senso del limite.
Pur profondamente storico, il romanzo è anche una lunga interrogazione sul significato del potere, sul destino dell’uomo e sulla possibilità – sempre minacciata – di fondare un ordine razionale nel caos del mondo. In tal senso, Memorie di Adriano si presenta come una meditazione senza tempo sull’arte di vivere e di governare, un’opera che supera il genere del romanzo storico per farsi testo filosofico, politico e profondamente esistenziale.
Imperium e auctoritas: la legge che nasce dal sé
Adriano comprende progressivamente che il potere non può fondarsi unicamente sul ius gladii, sul diritto di esercitare la forza e di infliggere la morte, prerogativa simbolica e concreta del sovrano. La mera coercizione, infatti, genera obbedienza cieca ma non adesione consapevole, impone l’ordine ma non crea coesione. L’imperatore, nella visione lucida e umanistica restituita da Marguerite Yourcenar, giunge a comprendere che l’arte di governare consiste nel trasformare la violenza in norma condivisa, nell’istituire un ordine che si fondi non sulla paura, ma sulla auctoritas, cioè su una forza morale che persuade, orienta, ispira.
La auctoritas di Adriano non è dunque solo eredità della tradizione romana, ma si configura come esito di un esercizio interiore di misura e discernimento. Essa si costruisce nel tempo, attraverso l’esempio, la parola, il gesto ponderato. È una forza che convince più che costringe, che vincola più che impone. In questo senso, la narrazione yourcenariana non si limita a restituire l’immagine storica di un imperatore colto e riformatore, ma ne fa emergere la dimensione intima e filosofica: il racconto è quello di un uomo che si interroga costantemente sul senso della legge e sul suo fondamento etico.
L’imperatore è descritto nel suo laboratorio interiore, in quello spazio mentale in cui ogni decisione viene pesata, confrontata con l’esperienza, filtrata attraverso il dubbio. Il diritto, in questa prospettiva, non è l’automatica applicazione di editti o la replica di modelli normativi preesistenti, ma il frutto di una volontà pensante, di un’intelligenza giuridica che sa riconoscere la complessità della realtà e piegare la norma alla misura dell’umano. È in questo processo di lenta e dolorosa interiorizzazione del potere che Adriano si emancipa dalla figura del sovrano assoluto e si avvicina a quella del legislatore moderno, che riconosce come primo dovere il vincolo verso sé stesso, la necessità di limitare la propria onnipotenza attraverso la riflessione e l’autodisciplina.
In tal modo, Memorie di Adriano anticipa una concezione della sovranità come razionalità incarnata, dove la legge non è un comando arbitrario, ma il risultato di una scelta morale, ponderata e revocabile, capace di tenere insieme il rigore del potere e la fragilità dell’uomo. La figura dell’imperatore si trasfigura così in quella di un filosofo del diritto, che cerca nel logos, più che nella spada, il fondamento ultimo della legittimità.
Crisi dell’ordine romano: quando l’universo diventa provincia
L’immensità del confine romano, che si estende come un’ossatura mobile e instabile dalle sponde dell’Atlantico fino alle sabbie della Siria, attraversato da un mosaico di popoli, lingue, credenze e pratiche giuridiche, rende evidente agli occhi di Adriano la fragilità intrinseca di qualunque sintesi politica centralizzata e autoritaria. L’impero appare come un organismo vastissimo e pulsante, la cui coesione non può essere garantita soltanto dalla forza militare o dall’uniformità amministrativa. L’esperienza storica del potere gli rivela che l’unità non si ottiene imponendo dall’alto un modello unico, ma coltivando un principio di coesistenza trasversale, rispettoso delle differenze e capace di adattarsi al contesto.
In questo senso, Yourcenar costruisce il ritratto di un imperatore giurista, un sovrano consapevole che governare significa anche comprendere e mediare, più che sottomettere. Adriano non si limita a rafforzare i confini o a uniformare le strutture statali; al contrario, plasma il diritto provinciale, riconosce i costumi locali, codifica le consuetudini dei popoli soggetti e apre spazi di autonomia amministrativa e culturale. In ciò si rivela non solo un abile politico, ma anche un giurista nel senso più alto del termine: colui che legge la realtà giuridica come fenomeno storico, mutevole, stratificato, e che cerca nel diritto non un’arma del potere, ma uno strumento di equilibrio.
Questa attitudine rivela un tratto profondamente post-imperiale, nel senso che Adriano, pur essendo imperatore, non si riconosce più interamente nel modello romano della conquista e dell’assimilazione forzata. La sua azione politica tende piuttosto alla mediazione, al decentramento, alla pluralità regolata. È un sovrano che comprende che la sopravvivenza dell’impero dipende dalla sua capacità di farsi spazio di convivenza tra differenze, più che da un’ossessione per l’uniformità. L’idea stessa di cittadinanza si trasforma sotto la sua guida: non più soltanto privilegio dei nati a Roma, ma status che può includere l’altro, l’esterno, il periferico, riconoscendolo come portatore di valore e dignità.
La Yourcenar restituisce così un’immagine sorprendentemente moderna di sovranità, in cui la centralità del diritto è legata all’esercizio del discernimento, al riconoscimento dell’altro, alla costruzione di un’unità che non annulli le differenze ma le armonizzi. Adriano non incarna l’apice dell’Impero, bensì la sua transizione, la sua possibile rifondazione morale: una figura che, pur immersa nella romanità, guarda oltre Roma, verso una concezione universale della giustizia come spazio dialogico e inclusivo.
Oltre il comando: giustizia, tolleranza e memoria nella sovranità riflessiva di Adriano
Nel Memorie di Adriano, la figura dell’imperatore si configura come emblema di una sovranità che, lungi dal coincidere con il dominio assoluto, si fonda su un esercizio incessante di misura, ascolto e autoconsapevolezza. Il concetto di giustizia non è mai ridotto a norma astratta o filantropia moralistica: è, piuttosto, tensione costante verso l’aequitas, l’equilibrio dinamico tra casi concreti e principi generali, tra ordine e comprensione. In termini cacciariani, si tratta di cercare una misura che non si lasci corrompere né dall’arbitrio personale né dal feticismo della legge scritta. Quando Adriano riforma il sistema penale o riconosce diritti agli schiavi, lo fa non per indulgenza, ma per un’intuizione politica radicale: un impero che non si fonda sulla giustizia è destinato a disfarsi nella sua stessa forza. A questa visione giuridica si accompagna una concezione della tolleranza non come debolezza, ma come politica del limite, come capacità di articolare inclusione e difesa dell’ordine. L’elogio dell’ellenismo, l’apertura verso i culti orientali, l’attenzione per il sapere scientifico e filosofico mostrano un sovrano capace di relativizzare la propria identità senza dissolverla, di accogliere senza rinunciare al criterio. La tolleranza, infatti, richiede una disciplina interiore severa: implica il saper discernere dove finisce il dialogo e dove inizia la resistenza. Infine, nel rapporto epistolare con Marco Aurelio – che è anche un lascito spirituale – si manifesta la consapevolezza che la vera eredità non consiste nel trasmettere norme immutabili, ma nel consegnare una forma di pensiero, un’etica della responsabilità. La memoria, per Adriano, non è celebrazione monumentale ma esercizio critico, continuo interrogarsi sul senso del potere e sulla finitudine umana. L’imperatore accetta la propria morte non come sconfitta, ma come condizione stessa della legge: solo ciò che è fragile e provvisorio può generare diritto autentico. Così si compie l’ultima metamorfosi del sovrano: da dominatore a uomo consapevole di sé, legislatore che fonda non imperi eterni, ma relazioni giuste nel tempo finito dell’umano.
Conclusione: il potere come esercizio di auto-limitazione
Nel costruire la figura di un imperatore che riflette sul senso del proprio potere con rara lucidità e profondità, Memorie di Adriano consegna al lettore contemporaneo molto più di un affresco storico: offre una meditazione radicale sul governo come esercizio interiore di equilibrio. Adriano, così come lo ritrae Marguerite Yourcenar, non è solo un uomo d’azione, ma un pensatore del potere. La sua grandezza non risiede nella conquista o nella gloria militare, ma nella capacità di coniugare forza e sapienza, comando e ascolto, autorità e consapevolezza del limite. È un sovrano che comprende che il dominio autentico non consiste nell’espansione illimitata della volontà, ma nella difficile arte dell’autolimitazione. La lezione è chiara, e parla direttamente alla crisi delle democrazie contemporanee: nessun ordine politico è legittimo se chi governa non è disposto, prima di tutto, a vincolare sé stesso.
In questa prospettiva, la sovranità non è più il luogo dell’arbitrio, ma uno spazio etico in cui il potere si misura costantemente con il diritto, e la legge non si trasforma in macchina cieca ma in espressione razionale e umana della coesistenza. Yourcenar suggerisce così una concezione della politica come techne tou biou, come arte del vivere bene insieme, fondata su quella che potremmo definire una saggezza tragica: la consapevolezza che ogni costruzione umana è fragile, che ogni istituzione è transitoria, che ogni esercizio del potere è esposto all’errore e alla corruzione. La finitezza non è un ostacolo alla politica, ma la sua condizione più vera. Solo accettando i limiti dell’umano, il politico può aprire uno spazio in cui diritto e potere non si annullano, ma si sostengono a vicenda. È qui, in questo incessante esercizio di misura, che nasce la possibilità di una sovranità giusta, capace di resistere alle tentazioni della hybris e di lasciare, come Adriano tenta di fare, un’eredità morale prima ancora che imperiale.
Daniele Onori
Bibliografia essenziale
- Marguerite Yourcenar, Memorie di Adriano, trad. G. Vigini, Einaudi, 2005 (ed. orig. 1951).
- Massimo Cacciari, Della cosa ultima, Adelphi, 2004.
- Giorgio Agamben, Il potere sovrano e la nuda vita, in Homo sacer, Einaudi, 1995.
- Paolo Desideri, Adriano. L’imperatore filosofo, Salerno Editrice, 2015.
- Pierre Grimal, Marco Aurelio e l’età degli Antonini, Laterza, 1991.