Si è appresa in questi giorni con profonda tristezza la tragica vicenda che ha condotto alla morte di Noa Poothoven, diciassettenne malata di anoressia e depressione, deceduta domenica 2 giugno nella sua casa di Arnhem, nei Paesi Bassi, dopo aver volontariamente interrotto la propria alimentazione e idratazione.

Secondo le notizie diffuse sugli organi di stampa, la giovane, vittima di violenze sessuali e malata di anoressia, più volte ricoverata in istituti psichiatrici, ma collocata in lista d’attesa per l’ingresso in quello a lei più adatto e, dunque, non adeguatamente curata dal servizio sanitario olandese, avrebbe dapprima richiesto di essere sottoposta ad eutanasia, pratica però rifiutata dai medici della clinica dell’Aja cui si era rivolta, ed avrebbe quindi deciso di morire attraverso il rifiuto del cibo e delle bevande, con il consenso dei suoi genitori e, secondo alcune fonti, anche alla presenza di medici che le avrebbero praticato cure palliative nella fase antecedente la morte. In un post su Instagram ai primi di giugno, la giovane aveva annunciato la propria decisione, scrivendo: “entro dieci giorni morirò”.

Il percorso che ha condotto Noa Poothoven alla morte pare riconducibile alla pratica di Voluntary Refusal of Food and Fluid (VRFF) proposta dal dott. Boudewijn Chabot, psichiatra e psicoterapeuta olandese, che si è dedicato negli ultimi venti anni alla descrizione teorica e alla realizzazione operativa delle modalità per affrettare la morte degli individui insegnando a loro stessi a uccidersi senza dolore tramite la progressiva autoriduzione del cibo e delle bevande, con il sostegno di qualche farmaco a scopo palliativo.

Precursore dell’eutanasia, il dott. Chabot contribuì, nel periodo antecedente alla promulgazione della legge olandese del 1991, a delinearne le linee giuridiche essenziali anche serbando condotte contrarie alla legge all’epoca vigente. Fu sottoposto a processo in un caso di uccisione di una persona non fisicamente malata, ma vittima di un crollo nervoso per una tragedia familiare e dichiarato “guilty without punishment” dalla Corte Suprema il 21 giugno 1994 (Supreme Court 21 June 1994, NJ 1994/656). Il dr. Chabot è noto anche per aver proposto l’uso innovativo del termine vestering, che originariamente designava in ambito religioso l’esercizio della vita spirituale di trattenersi dall’alimentazione a scopi ascetici, come pratica mirata all’autouccisione del paziente attraverso la sottrazione dei sostegni vitali del cibo e dei liquidi sia con riferimento al distacco dei tubi per l’alimentazione e l’idratazione medicalmente assistite, sia per la progressiva restrizione dei medesimi sostegni ai pazienti mentali che la rifiutano (B. Chabot, Dying gone astray, Nijmegen, 1996; di recente v. Id., Taking Control of your Death by Stopping Eating and Drinking, Amsterdam, 2014).

La pratica descritta da Chabot costituisce una modalità eutanasica che strumentalizza la particolare fragilità psichica del soggetto al fine di condurlo alla morte, come esposto dal prof. Mauro Ronco nel suo contributo al volume appena pubblicato Il “diritto” di essere uccisi: verso la morte del diritto?, edito da Giappichelli. Per acquistare il volume usare il pulsante qui di seguito:




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