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Il 1o luglio 2024 si è tenuto a Roma, presso la Sala Pia dell’Università LUMSA, un convegno dal titolo “Dante e il diritto. Teologo, profeta e poeta”. Si pubblica di seguito un estratto dell’intervento dell’avv. Daniela Bianchini sulla giustizia nella condanna degli ignavi secondo la concezione dantesca.

Nel canto III dell’Inferno, dopo aver oltrepassato la porta che conduce alla «città dolente» e «all’etterno dolore» Dante è colpito dai lamenti, dai pianti e dai sospiri prodotti da una massa di anime e chiede subito a Virgilio: «Maestro, che è quel c’i’odo? E che gent’è che par nel duol sì vinta?».

Le prime anime di dannati che Dante incontra nel suo viaggio ultramondano sono quelle degli ignavi, anch’esse soggette all’applicazione del rigoroso contrapasso, secondo il criterio dell’analogia e del contrasto.

Il criterio dell’analogia si rinviene nella presentazione degli ignavi come di una folla anonima: coloro che nella vita terrena si sono sottratti alla partecipazione pubblica evitando di prendere posizione e di manifestare le proprie idee per paura o per indifferenza, coloro che vili ed egoisti non hanno mai voluto prendere parte attiva agli avvenimenti, dopo la morte si trovano tutti insieme a comporre, appunto, una massa confusa, dove le singole anime sono indistinguibili l’una dall’altra; anime che non meritano neppure di essere nominate, tanto che l’unica riconosciuta dal poeta, come noto, viene presentata in modo laconico quale «ombra di colui che fece per viltade il gran rifiuto»; anime delle quali non vi è alcuna ragione di parlare, come sentenzia Virgilio dicendo a Dante «non ragioniam di lor, ma guarda e passa». Questa lapidaria affermazione di Virgilio – che nella sostanza è una forma di condanna, nella misura in cui mostra indifferenza per coloro che in vita furono indifferenti – è ancora più forte laddove la si consideri alla luce dell’altra affermazione «ché perder tempo a chi più sa più spiace» dallo stesso pronunciata nell’Antipurgarorio (Purg. III, v. 78): il tempo è prezioso e chi è saggio lo amministra con cura, dedicandosi a ciò che è veramente importante.

Il criterio del contrasto nell’applicazione del contrapasso alle anime degli ignavi sta invece nella condanna di queste ad inseguire senza sosta un’insegna bianca priva di significato, tormentate e punte a sangue da mosche e vespe: gli ignavi, che Virgilio indica come «coloro che visser sanza ‘nfamia e sanza lodo», nella vita terrena non hanno perseguito alcun ideale, non si sono indignati innanzi alle ingiustizie, sono rimasti inerti di fronte al male e proprio per questo sono condannati a correre dietro un’insignificante bandiera, nutrendo, con le loro lacrime e con il sangue che fuoriesce dalle loro ferite, i vermi posti ai loro piedi.

La condanna degli ignavi suscita diversi interrogativi. Perché Dante punisce così duramente chi non ha preso né la strada verso il bene né quella verso il male e quindi, di fatto, ha scelto di non scegliere? Come si inserisce questa condanna nella costruzione giuridica che è alla base della Divina Commedia e come si rapporta all’idea di giustizia che permea l’intera opera?

Ebbene, sicuramente la condanna degli ignavi si spiega alla luce dello sdegno provato dal poeta nei confronti di coloro che per vigliaccheria si sono sottratti alle proprie responsabilità, quando invece lui ha lottato per la difesa dei suoi ideali, ha lottato per la sua patria fino ad essere condannato ingiustamente per baratteria (quella che per noi oggi è la corruzione), fino ad essere costretto all’esilio, a lasciare l’amata Firenze, a cercare ospitalità presso altri («come sa di sale lo pane altrui, e come è duro calle lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale», si legge nel canto XVII del Paradiso).

Nella condanna degli ignavi, tuttavia, non vi è soltanto un personale e soggettivo disprezzo del poeta, umanamente comprensibile alla luce delle ingiustizie subite. Quella condanna è coerente con l’idea di giustizia che permea la Divina Commedia e che si inserisce in una visione autenticamente cristiana della vita e dei rapporti sociali.

Dante colloca le anime degli ignavi, di cui nel mondo non è rimasto alcun ricordo, nell’Antinferno, spiegando per bocca di Virgilio le ragioni della loro condizione ‒ misero modo ‒ dopo la morte terrena. Gli ignavi, con la loro scelta di non scegliere ‒ di non prendere posizione a favore del bene o del male, di non schierarsi – hanno in realtà deciso di restare fuori dal disegno divino, come fecero gli angeli che non si schierarono né con Dio né con Lucifero, anch’essi posti nell’Antinferno. Dio, infatti, ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza donandogli il libero arbitrio, attraverso il quale poter compiere sulla terra il cammino di redenzione e ottenere la vita eterna dopo la morte, quel cammino che si fonda su una scelta volontaria e consapevole e che Dio non impone ai suoi figli perché li ha creati liberi di decidere se aderire al suo progetto di felicità o rifiutarlo. Così come in vita gli ignavi hanno deciso di restare fuori dall’ordine stabilito da Dio, così Dante li lascia fuori persino dall’inferno, fuori dalla «città dolente».

Gli ignavi, essendo vissuti sanza ‘nfamia e sanza lodo, insensibili ad ogni forma di interesse politico o religioso, sono stati addirittura respinti dall’inferno, per timore che potessero diventare motivo di vanto e di compiacimento per gli altri dannati, così che, nel luogo loro assegnato dopo la morte, ‘nvidiosi son d’ogne altra sorte (Inf., III, v. 48).

Severo, dunque, il giudizio dell’Alighieri per tutti coloro che in vita si sono sottratti agli impegni e alle responsabilità naturalmente legate all’esistenza umana e al vivere sociale, disprezzando in tal modo il dono del libero arbitrio fatto da Dio all’uomo quale più alta testimonianza del suo amore e della sua fedeltà. Per gli ignavi non vi è né misericordia né giustizia («misericordia e giustizia li sdegna», v. 50) e di loro non resta alcun ricordo nel mondo dei viventi («fama di loro il mondo esser non lassa», v. 49).

Anche Gesù nel Vangelo si mostra intransigente nel ricordare che «nessuno può servire due padroni» e che non è possibile «servire Dio e la ricchezza», a significare che l’uomo è chiamato per sua natura a scegliere da quale parte stare (cfr. Mt. 6, 24).

Dante vede in una vita priva di slanci e di partecipazione, in una vita passiva incentrata sulla mera coltivazione dei propri interessi, il rifiuto ed il disprezzo non solo di quel prezioso dono che è il libero arbitrio – fonte di tutte le libertà ‒ ma anche della stessa natura umana: «fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza», dirà poi Dante per bocca di Ulisse nel canto XXVI dell’Inferno (vv. 119-120), a voler insistere sul fatto che l’uomo, dotato da Dio di libertà e di ragione, è tenuto a vivere pienamente e a mettere a frutto quanto ricevuto.

L’uomo, infatti, per disegno divino, è chiamato a raggiungere la patria celeste tramite il suo agire terreno[1].

Il riferimento al vessillo bianco, che gli ignavi sono condannati ad inseguire, simboleggia certamente il vuoto di una vita vissuta in maniera passiva, senza slanci, senza alcuna presa di posizione nel bene o nel male, quando invece l’uomo è stato chiamato da Dio a dare una risposta in tale senso; quel vessillo bianco, condanna per le anime di quegli «sciaurati» «che mai non fur vivi» (Inf. III, v. 64) e che ormai «non hanno speranza di morte» (v. 46), vuole essere al tempo stesso monito per tutti gli uomini che ancora hanno un’esistenza terrena, affinché si sveglino dal torpore del peccato ed abbandonino la mediocrità di una vita basata sull’indifferenza e l’inerzia.

Dietro quel vessillo bianco si cela anche un simbolico riferimento alla visione politica e sociale dell’Alighieri, per cui ogni uomo ha il dovere di seguire in vita i vessilli della Croce e dell’Aquila, ossia della fede e dell’impegno politico: tutti sono chiamati ad intervenire per la realizzazione del bene comune, per il conseguimento della felicità terrena e della beatitudine celeste e i cristiani lo devono fare con la consapevolezza che ciò risponde ad un preciso volere divino.

Come insegna anche la parabola dei talenti, il servo fannullone – che per paura di perdere il talento che aveva ricevuto lo nasconde sotto la terra ‒ sarà gettato nelle tenebre perché i doni ricevuti da Dio non devono essere “sotterrati”, bensì usati per servire ed aiutare il prossimo in una dimensione comunitaria nutrita da uno spirito di carità e fratellanza. I cristiani hanno il compito di animare la comunità politica in quanto «svolgono nel mondo la stessa funzione dell’anima nel corpo», dimorando nella terra ed avendo però la loro cittadinanza nel cielo (Lettera a Diogneto).

Dio, nel separare il suo ambito da quello di Cesare – come si evince dalla parabola del tributo narrato nella Lettera ai Romani (13,1-7) – ha altresì chiamato i suoi figli ad un duplice impegno, spirituale e politico. Il cristiano deve quindi impegnarsi nell’ambito civile come cittadino e al tempo stesso testimoniare la fede in ogni dimensione dell’umano, affinchè «operando il bene» possa venir chiusa «la bocca all’ignoranza degli stolti» (Prima lettera di Pietro 2,11-17). Ne consegue che disinteressarsi delle questioni che riguardano la società significa non rispettare pienamente la volontà di Dio.

Di fronte ai cattivi esempi di prevaricazione, di imbrogli, di ingiustizie e di corruzione presenti nella società, il cristiano non può né restare impassibile né chiudersi in un rassegnato isolamento, deve piuttosto indossare le armi della luce (Lettera ai Romani 13,12) e farsi sale e lievito nella società.

Si comprende dunque lo sdegno di Dante per coloro che nella vita hanno deciso di non scegliere, di non schierarsi, di non giudicare.

Recentemente, in occasione della prima giornata mondiale dei bambini, che si è tenuta il 25 e 26 maggio scorsi, è stato ricordato un significativo monito di San Giovanni Paolo II, rivolto ai giovani nel 1985: «prendete in mano la vostra vita e fatene un capolavoro». Un invito a non restare immobili, a non appiattirsi nella mediocrità e, come ebbe a spiegare il Santo Padre, a «non vivere solo a metà». Lo stesso invito che Dante, con la condanna degli ignavi, ha voluto fare ai lettori della Commedia e che è ancora oggi attuale.

Daniela Bianchini


[1] Per approfondimenti, si rinvia a D. Bianchini, Fede, diritto e giustizia in Dante, Lateranum, 2023, LXXXIX, 2, pp. 313-344; Id., Considerazioni sul pensiero politico dell’Alighieri. Spunti di indagine in tema di laicità e di impegno politico dei cristiani, in AA.VV. Recte Sapere. Studi in onore di Giuseppe Dalla Torre, Giappichelli, Torino 2014; Id., 700 anni dopo: attualità di Dante per l’impegno politico del cristiano, 25 marzo 2021, pubblicato sul sito del Centro Studi Livatino: https://www.centrostudilivatino.it/700-anni-dopo-attualita-di-dante-per-limpegno-politico-del-cristiano/ e sul sito dell’Unione Giuristi Cattolici Italiani: https://www.ugciroma.it/2021/03/29/700-anni-dopo-attualita-di-dante-per-limpegno-politico-del-cristiano/.

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