Paolo Borsellino ha speso la sua vita nel contrasto alla criminalità organizzata, insegnandoci che per sconfiggere la mafia non sono sufficienti le attività repressive e giudiziarie dei magistrati e delle forze dell’ordine: occorre togliere il consenso alla mafia, agendo sulla formazione dei giovani e sulla fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Ma l’eredità lasciata da Paolo Borsellino va oltre perché è stato un magistrato esemplare e al contempo un uomo di profonda fede, che ha radicato la propria vita nel Vangelo.

Di Daniela Bianchini

Sono trascorsi 34 anni dall’omicidio del magistrato Paolo Borsellino, assassinato dalla mafia a Palermo, in Via D’Amelio, mentre si recava a far visita alla madre, domenica 19 luglio 1992. Con Paolo Borsellino persero la vita anche cinque agenti della sua scorta: Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina ed Emanuela Loi, una delle prime donne poliziotto in Italia ad essere adibita al servizio scorte e la prima a perdere la vita in servizio.

Appena 57 giorni prima si era consumata, sempre per mano mafiosa, la strage di Capaci, dove persero la vita il giudice Giovanni Falcone e la moglie Francesca Morvillo – anche lei magistrato – assieme agli uomini della scorta Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Dicillo.

Questi due attentati furono orditi con l’intento di intimidire lo Stato ma ebbero un effetto forse non previsto dalla mafia: quello di scuotere profondamente le coscienze, di risvegliare e rafforzare in tanti cittadini italiani il desiderio di giustizia e di lotta contro la mafia, di libertà dal crimine e dalla sopraffazione.

Il loro insegnamento è sopravvissuto alla loro morte, come dimostrano le tante iniziative promosse per far comprendere che il contrasto alla mafia non compete soltanto alle istituzioni, alla magistratura o alle forze di polizia, ma riguarda tutti i cittadini, anche i più giovani. Tutti siamo chiamati al quotidiano impegno di presidiare i valori e le libertà fondamentali su cui si fonda il nostro ordinamento e a respingere tutto ciò che ne minaccia la piena realizzazione, nella consapevolezza che ogni diritto implica doveri e ogni libertà richiede responsabilità.

Paolo Borsellino credeva nell’importanza di formare i più giovani a diventare cittadini responsabili e consapevoli; ai ragazzi diceva: “siete il nostro futuro, dovete utilizzare i talenti che possedete, non arrendetevi di fronte alle difficoltà”, come ha ricordato la moglie Agnese nella bellissima lettera del 19 luglio 2012, scritta a vent’anni dalla perdita del marito. Tante volte è stato ricordato il suo monito “Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene”; per questo incontrava i ragazzi nelle scuole e parlava loro della mafia, affinché ne comprendessero il pericolo e il disvalore, convinto che fosse importante insegnare ai ragazzi “a diventare cittadini, a sapersi riconoscere nelle istituzioni pubbliche”, in modo da poter togliere il consenso alla mafia, quell’acqua, come diceva, “in cui questo immondo pesce nuota”. Credeva così tanto nell’importanza di formare i giovani che ha continuato ad incontrarli anche dopo l’uccisione di Giovanni Falcone, quando era ormai convinto che presto sarebbe stato ucciso anche lui.

La lotta alla mafia – è questa la lezione che ci ha consegnato, ancora oggi attuale − non va considerata come una distaccata opera di repressione, ma deve piuttosto partire dalla prevenzione, deve diventare un movimento culturale e morale a cui tutti devono prendere parte, specialmente le giovani generazioni, le più adatte, per usare ancora le sue parole “a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà” che porta a rifiutare “il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e, quindi, della complicità”. La mafia infatti non prospera soltanto grazie alla forza e all’intimidazione, ma soprattutto grazie alla possibilità di manipolare l’ambiente circostante. Dove l’onestà viene percepita come svantaggio e dove l’ingiustizia viene considerata inevitabile, si crea lo spazio in cui i gruppi criminali possono consolidare la propria influenza. Come ricordava Paolo Borsellino, per sconfiggere la mafia non sono sufficienti le attività repressive e giudiziarie poste in essere da magistrati e forze dell’ordine. È necessario agire anche sul contesto, costruendo un ambiente civile in cui sia più difficile accettare compromessi, più immediato riconoscere i segnali di illegalità, più naturale respingere la mentalità mafiosa e più forte la scelta collettiva di stare dalla parte della giustizia.

Paolo Borsellino non era un eroe, era un uomo giusto ed onesto, un magistrato che ha svolto con impegno, coraggio e grande senso di responsabilità la sua funzione.

La sua profonda fede in Dio lo ha portato a perseguire  la giustizia senza mai dimenticare  la carità, l’amore verso il prossimo che dimostrato tanto nella sfera personale quanto in quella professionale: figlio, fratello, marito, padre affettuoso che si emozionava quando parlava dei suoi affetti più cari e al contempo magistrato esemplare che riusciva a vedere gli imputati prima di tutto come esseri umani, in una concreta attuazione di quella pietas cristiana che caratterizzava la sua vita.

È stato un magistrato esemplare dal volto umano, sempre pronto ad ascoltare, a comprendere, a mantenere vive le relazioni umane. Era consapevole dei pericoli che correva e non nascondeva di avere paura, ma era altresì convinto che fosse necessario combattere la buona battaglia contro la mafia e attingeva la sua forza e il suo coraggio dalla fede, dal costante rapporto con Dio, dalla preghiera, dalla partecipazione alla messa domenicale, dai sacramenti. Come ha ricordato la moglie Agnese, ha chiesto la comunione presso il palazzo di giustizia il giorno prima di essere ucciso.

L’albero si riconosce dai frutti che produce: un albero buono produce frutti buoni e un albero cattivo produce frutti cattivi, come è scritto nel Vangelo. Ma non va dimenticato che anche un albero cattivo può iniziare a produrre frutti buoni, laddove vi sia l’innesto di un albero buono. E così è accaduto a tante persone che, dopo aver incontrato sulla propria strada Paolo Borsellino, si sono convertite ed hanno fatto scelte di vita diverse, orientate al bene.

Oggi, nel fare memoria di Paolo Borsellino, ricordiamo le parole che lui stesso ha pronunciato nel discorso per la veglia di Giovanni Falcone, ricordiamo che noi tutti abbiamo un debito verso coloro che sono morti per liberare la società dalla mafia  e ricordiamo sempre che questo debito lo dobbiamo pagare quotidianamente, con gioia, portando avanti la loro opera, come ci ha insegnato lo stesso Paolo Borsellino: “facendo il nostro dovere, rispettando le leggi, anche quelle che ci impongono sacrifici”. 

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