Christopher Nolan interprete di Omero tra tempo, identità e modernità

Daniele Onori

L’Odissea di Christopher Nolan non è una trasposizione cinematografica del poema omerico nel senso tradizionale del termine. Come tutte le grandi riscritture dei classici, da Virgilio a Dante fino a Joyce, il film utilizza Omero come punto di partenza per interrogare questioni profondamente contemporanee. Il risultato è un’opera che conserva l’ossatura narrativa del nostos, il ritorno di Odisseo a Itaca dopo la guerra di Troia, ma che ne trasforma radicalmente il significato, spostando il centro della riflessione dal viaggio al tempo, dalla geografia all’identità.

Da quasi tremila anni l’Odissea viene letta come il racconto di una navigazione avventurosa attraverso mari sconosciuti, isole remote e creature mostruose. Tuttavia il viaggio rappresenta soltanto la superficie del poema. Sotto la trama epica si nasconde una domanda assai più profonda: che cosa accade a un uomo quando il tempo lo trasforma? Non è un caso che Omero apra il suo poema invocando la Musa affinché canti l’«uomo dai molti percorsi», il celebre polýtropos. L’aggettivo non indica semplicemente il viaggiatore, ma un individuo multiforme, mutevole, capace di assumere identità diverse. Odisseo non è l’eroe della forza, come Achille; è l’eroe della trasformazione.

È proprio questa intuizione che Nolan pone al centro della propria lettura. Il suo Odisseo non appare tanto come il vincitore di Troia quanto come un uomo che cerca di comprendere chi sia diventato dopo vent’anni di guerra, esilio e lontananza. In questo senso il film coglie uno degli aspetti più moderni del poema: il ritorno non è una riconquista del passato, ma un confronto con la distanza che il tempo ha creato tra ciò che si era e ciò che si è diventati.

Qui emerge però una delle principali differenze tra il personaggio omerico e quello cinematografico. L’Odisseo di Omero è una figura straordinariamente ambigua. È astuto, ironico, manipolatore, capace di mentire e di reinventarsi continuamente. Omero non costruisce un eroe morale, ma un eroe dell’intelligenza, della mêtis, quella forma di sapere pratico e flessibile che consente di sopravvivere nell’incertezza. Nolan, invece, privilegia una dimensione più introspettiva. Il suo protagonista è segnato dalla memoria, dal trauma e dal senso di colpa; appartiene alla stessa famiglia spirituale dei personaggi di Memento, Interstellar o Oppenheimer. Non è più soltanto l’uomo dai molti espedienti, ma l’uomo perseguitato dal proprio passato.

La centralità del tempo costituisce probabilmente l’aspetto più riuscito dell’intera operazione. Se in tutta la filmografia di Nolan il tempo rappresenta il grande tema filosofico, nell’Odissea esso assume una forma nuova. Diventa nostalgia, attesa, erosione, perdita. Il vero antagonista di Odisseo non è Polifemo, né Poseidone, né le Sirene. È il tempo stesso. L’uomo che lascia Itaca non coincide più con l’uomo che vi ritorna. Il viaggio si trasforma così in una riflessione sulla continuità dell’identità e sulla possibilità di riconoscersi dopo essere stati cambiati dall’esperienza.

Anche la figura di Penelope acquista, nel poema, una profondità che il film riesce soltanto in parte a conservare. Nell’immaginario comune Penelope è la sposa fedele che attende il ritorno del marito. In realtà Omero ne fa il vero alter ego di Odisseo. Come lui, Penelope vive di intelligenza, prudenza e inganno. La celebre tela non è soltanto un espediente per rinviare le nozze con i Proci, ma un atto politico attraverso cui ella governa il tempo e preserva l’ordine della casa. Se Odisseo combatte sul mare, Penelope combatte nell’attesa. Il film mantiene la nobiltà del personaggio ma ne riduce in parte la centralità, rischiando di trasformarla da protagonista autonoma a semplice meta del viaggio dell’eroe.

Tra gli episodi più significativi del film emerge quello di Calipso, che conserva intatta una delle intuizioni più profonde della cultura greca. La ninfa offre a Odisseo ciò che ogni uomo sembrerebbe desiderare: bellezza, immortalità e assenza di dolore. Eppure l’eroe rifiuta. La sua scelta rivela una convinzione fondamentale del pensiero greco: la vita non acquista valore perché infinita, ma perché limitata. Odisseo preferisce il nostimon hēmar, il giorno del ritorno, all’eternità senza storia offerta da Calipso. Nolan coglie efficacemente questo nucleo filosofico, trasformando la ninfa nel simbolo dell’immobilità. E l’immobilità, nell’universo dell’Odissea, è il contrario della vita.

La differenza più profonda tra il poema e il film riguarda però il ruolo del divino. Nell’opera di Omero gli dèi non sono simboli o metafore interiori. Sono personaggi reali che intervengono costantemente nella storia umana. Atena protegge, Poseidone perseguita, Zeus decide. Il cosmo omerico è abitato da presenze superiori che accompagnano e orientano il destino degli uomini. Nolan riduce notevolmente questa dimensione. Gli dèi tendono a trasformarsi in figure psicologiche: Atena appare quasi come una voce della coscienza, Poseidone come una manifestazione del trauma. È una scelta comprensibile per uno spettatore moderno, ma modifica radicalmente il significato del poema. Per Omero l’uomo non è mai solo; per Nolan è sostanzialmente solo di fronte alla propria interiorità.

Queste differenze hanno alimentato numerose critiche. Diversi studiosi hanno osservato che il film sacrifica alcune dimensioni fondamentali dell’Odissea: l’ironia, la convivialità, la complessità politica e la straordinaria ambiguità dei personaggi. Tuttavia giudicare l’opera esclusivamente sulla base della fedeltà al testo sarebbe riduttivo. Nessuna grande riscrittura di Omero è stata veramente fedele all’originale. Virgilio, Dante e Joyce hanno trasformato profondamente il mito di Ulisse, adattandolo alle domande del proprio tempo. La questione decisiva non è dunque se Nolan sia fedele a Omero, ma se abbia qualcosa di nuovo da dire su Omero.

Da questo punto di vista la risposta è positiva. L’Odissea di Nolan perde parte della ricchezza antropologica del poema, attenua la presenza degli dèi e riduce l’ambiguità dell’eroe. Ma guadagna una forte coerenza filosofica e una riflessione originale sul rapporto tra memoria, identità e tempo. La sua domanda fondamentale non è se Odisseo riuscirà a tornare a Itaca. È se l’uomo che torna sia ancora lo stesso che era partito.

In fondo, è questa la verità più profonda che accomuna il film e il poema. Il ritorno non consiste nel recuperare il passato. Consiste nel confrontarsi con la trasformazione che il tempo ha operato su di noi. Per questo l’Odissea continua a parlare agli uomini di ogni epoca. Perché dietro il racconto di un viaggio si nasconde una domanda universale: come si può tornare a casa quando il viaggio ci ha cambiati per sempre?

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