Il paradigma multiforme della giustizia riparativa secondo Francesco Occhetta.

Le radici della giustizia. Vie per risolvere i conflitti personali e sociali” è il titolo emblematico e lungimirante di un saggio del gesuita Francesco Occhetta pubblicato dalla casa editrice San Paolo nel 2023.

In questo volumetto di agile lettura, l’A. analizza con nitore magistrale il tema urgente della giustizia riparativa, asse portante dell’ambizioso D.lgs. n. 150/2022, la c.d. “riforma Cartabia”, di attuazione della l. n. 134/2021, che tante dirompenti innovazioni ha prodotto nel campo del diritto e del processo penale ridisegnando i suoi contorni strutturali dilatandone al contempo gli orizzonti teleologici.

Così la definisce icasticamente Howard Zehr, il padre della giustizia riparativa: «un modello che coinvolge la vittima, il reo e la comunità nella ricerca di una soluzione che promuova la riparazione, riconciliazione e il senso di sicurezza collettivo»[1].

Dunque, “una giustizia altra” che, scostandosi dal paradigma punitivo classico con le sue rigide scansioni e i suoi formalismi rituali (quantunque doverosamente iscritti in una cornice costituzionale), muove i propri passi sull’arduo terreno dell’incontro tra vittima e autore dell’offesa con l’inedito coinvolgimento dei familiari e del corpo sociale di riferimento.

Un modello tutt’altro che ancillare, ma piuttosto complementare rispetto alla giustizia penale ordinaria che fa dell’attenuazione del conflitto, della preponderante finalità riconciliativa, della valorizzazione della dimensione ontologica della persona umana, della voluta atipicità dei suoi snodi procedimentali, della centralità della figura del mediatore, alcuni dei suoi principali vettori di affermazione. 

La “restorative justice” costituisce, senza dubbio, una delle frontiere più avanzate nell’ambito del moderno diritto penale, sempre più condizionato da istanze volte ad individualizzare e umanizzare il più possibile il trattamento sanzionatorio inflitto agli autori di reato, sulla scorta dei principi fondamentali scanditi dall’art. 27 della Costituzione. 

Centrale, nell’architettura di quest’opera illuminata, il rilievo in base al quale la mediazione non si traduce affatto nell’eliminazione delle conseguenze penali dell’offesa, ma si estrinseca, al contrario, nella presa di coscienza del male commesso da parte dell’offensore e nel desiderio autentico di intraprendere un percorso di ravvedimento, teso a recuperare i valori di civiltà sacrificati a causa del delitto.

È lo stesso A. che lo ricorda in un passaggio che rimanda alle folgoranti intuizioni di Romano Guardini, teologo, scrittore e presbitero italiano naturalizzato tedesco: “l’uomo è l’essere capace di pentimento: nessun altro essere vivente ne è capace. Il pentimento dichiara: ciò che ho compiuto era iniquo e vorrei che non fosse avvenuto, ma non posso fare sì che non si sia verificato, poiché del pentimento è parte integrante la verità. È accaduto e tale rimane: non posso nemmeno cambiarlo, perché era come era e resta così; posso però fare qualcos’altro: assumere l’accaduto entro il nuovo inizio che consiste nella relazione tra la libertà e il bene, sostenuta dalla flessibilità e forza creativa della vita. […] Chi si pente fa entrare la sua colpa in un contesto nuovo, e in tal modo la volge in avanti, si fa feconda di bene[2].

Optare per questo percorso integrativo comporta come corollario la considerazione del dolore e delle sofferenze patite dalla persona che ha subito il male. Non si tratta di una ricognizione strumentale e recessiva rispetto alle motivazioni che hanno condotto l’autore dell’offesa a delinquere; la vittima, con il suo bagaglio di valori offesi, lacerati da azioni che hanno destabilizzato il suo equilibrio personale e sociale, dev’essere messa in condizione di esprimere in pienezza il disagio profondo che ha sperimentato e domandare una riparazione giusta del torto subito, al riparo da pericolose derive vendicative. 

Non mancano tuttavia esempi significativi di perdono spontaneo delle vittime nei confronti di soggetti che si sono macchiati di delitti particolarmente efferati. Occhetta, infatti, con delicatezza di stile, segnala tra gli altri, l’esempio della madre del giudice Rosario Livatino che quando le chiesero se avesse perdonato gli assassini di suo figlio, rispose «Anche se dentro di me ero spinta a non farlo, ho perdonato, perché ho pensato a mio figlio e al Vangelo che teneva sopra la scrivania: Rosario avrebbe perdonato»[3].

In questa toccante galleria, rifulgono anche le parole pronunciate da Giovanni Bachelet durante il funerale del padre Vittorio, ucciso dalle brigate rosse nel 1980: «Vogliamo pregare anche per quelli che hanno colpito il mio papà perché, senza nulla togliere alla giustizia che deve trionfare, sulle nostre bocche ci sia sempre il perdono e mai la vendetta, sempre la vita e mai la richiesta della morte per gli altri»[4].

Questa polifonia di struggente umanità si completa infine con le riflessioni di Agnese Moro, figlia dello statista Aldo Moro anch’egli rimasto ucciso per mano dei brigatisti e protagonista di un cammino doloroso di incontro e confronto con gli uccisori del padre, la quale recentemente ha ribadito che «davvero non c’è niente di irreparabile. Il passato non lo puoi cambiare ma puoi cambiare quel che il passato significa oggi. Vite che sono state distorte da storie drammatiche possono tornare ad essere vite buone»[5].

Ma nella prospettiva radicale di Occhetta (e in ciò risiede il salto quantico che connota l’intero volume onorando in pieno il titolo di copertina), questo modello integrativo diventa suscettibile di impieghi a più largo spettro, quale modulo privilegiato di composizione dei conflitti comunitari, di pacificazione ragionata e soddisfacente dei contrasti sociali. Dunque, un archetipo di giustizia pluriforme, volutamente flessibile e riplasmabile a seconda delle contingenze di volta in volta emergenti dall’approccio casistico.

Messa in questi termini, la giustizia riparativa diventa a tutti gli effetti un luogo dell’incontro e del confronto, della messa al bando del pregiudizio e del rifiuto di ogni riconciliazione liberatoria. Un contenitore capace di sgonfiare l’obesità dei tanti luoghi comuni che si addensano sul tema spinoso della pena nelle sue molteplici configurazioni applicative. Dentro questo “libro-mondo” gli interpreti potranno trovare tutto quel che serve per ricostruire una nuova grammatica della pena, la cui funzione resta insostituibile e che, anzi, la giustizia riparativa rafforza.

Da non dimenticare inoltre, in un’ottica di efficace riuscita del percorso di riparazione, la figura essenziale del mediatore: soggetto che non dev’essere attrezzato soltanto di adeguate cognizioni giuridiche e specialistiche, ma anche e soprattutto di spiccate doti di empatia, sensibilità e autorevolezza. Figura che, in definitiva, deve rappresentare un infaticabile catalizzatore di una maieutica improntata all’ascolto pacato e al dialogo pieno tra le parti coinvolte.

Completa questo viaggio appassionato e coinvolgente nella cultura riparativa, un robusto apparato di esempi concreti e indicazioni di metodo per implementare le pratiche della mediazione, anche attraverso il contributo prezioso degli uffici pastorali e le caritas diocesane sparse in tutto il territorio nazionale. Il tutto, avendo come imprescindibile bussola operativa i testi biblici: miniere inesauribili di ispirazioni sulla giustizia intesa come nuovo ordine di relazioni di senso.

L’affermazione di questo essenziale paradigma di civiltà giuridica non transita soltanto dalla mera (ma pur sempre necessaria) previsione normativa, ma dipenderà in misura decisiva da una strenua e coraggiosa operazione pedagogica collettiva di cui anche la maggioranza degli operatori del settore dovranno, prima o poi, farsi convinti promotori.

Avv. Giuseppe Paci


[1]    H. ZEHR, “Changing Lenses. Restorative Justice for Our Times, Herald Press”, New York, 1990, cit., pag. 81.

[2]    F. OCCHETTA, “Le radici della giustizia. Vie per risolvere i conflitti personali e sociali”, Edizioni San Paolo s.r.l., Cinisello Balsamo (MI), 2023, cit., pag. 49

[3]    Op. cit., pag. 132

[4]    Op. cit. pag. 133

[5]    Op. cit., pag. 136

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